di Luigi Menchini – cooperante CISS in Libano
Il confine del nord del Libano con la Siria è sempre stato quasi poco più di una pretesa di formalità, negli ultimi 5 o 6 anni; attraversarlo in un senso o nell’altro non era mai un problema per le persone, e pochi problemi incontravano pure per le merci.
Il contrabbando infatti è sempre stato uno dei pilastri dello sviluppo economico, in quest’area dove attività produttive vere e proprie, redditizie e legali al 100% davvero non riescono ad allignare; se proprio non direttamente incoraggiato dalle autorità di entrambi i paesi, il fiorente sistema di traffici di tutti i tipi neppure è mai stato osteggiato sul serio. In fondo riusciva a supplire ad un sistema di scambi e di mercato legale quasi del tutto inesistente – per cui il sistema “clandestino” non poteva certo danneggiare l’ufficiale; in più generava redditi, posti di lavoro, buona circolazione di divisa anche pregiata, mentre assicurava il rifornimento di merci e beni di buona qualità a costi contenuti sopratutto al mercato libanese – altrimente asfittico.
Infatti il Libano ha da anni una sola frontiera terrestre “aperta”, quella con la Siria, che in realtà avvolge l’intero paese da nord a sud, fino a quell’estremo confine sud cioè dove comincia il territorio sotto occupazione militare israeliana, in costante stato di guerra più o meno “low intesity”, dove gli scambi di bombardamenti sono la regola – l’ultimo in ordine di tempo neanche un mese fa.





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