di Giorgia Baldi – cooperante CISS in Libano

PICT8365Il 5 e 6 ottobre 2009 si è svolto, all’UNESCO Palace di Beirut, il Film Festival organizzato dal CISS in collaborazione con il partner locale Beit Atfal Assomud. Il film festival ha rappresentato l’evento finale del progetto: “Mustaqbal: nuove prospettive per i giovani palestinesi di Tiro e Tripoli”, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri Italiano.

Il progetto, durato 4 anni, ha visto l’attivazione di due scuole professionali, una presso il campo profughi di Beddawi ed un’altra a Burj el Shemali e, nell’ultimo anno di progetto, anche la realizzazione di una serie di attività culturali volte a favorire il dialogo interculturale fra libanesi e palestinesi in Libano.

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di Emilia Orlando – architetto in missione sul progetto di risanamento ambientale e sviluppo sostenibile del campo profughi palestinesi di Beddawi.

Arrivare a Beirut non mi stravolge. L’impianto urbano risente della mediterranea ambiguità della città contemporanea e con difficoltà riconosco il suo centro. Ma non importa, perché la mia attenzione è interamente rapita dalla verticale presenza di edifici vertiginosi di fragile consistenza. Immateriali ricostruzioni di vetro giacciono stretti ai segni del conflitto. Come macigni ciechi piangono da occhi-finestre, al buio dei loro spazi domestici svuotati.

Dagli stessi occhi mi sento osservata e rimangono aperti lungo il mio percorso, indicandomi la strada verso la città autentica. Tutto è dinamico e fluido ed invano la mia mente ricostruisce lo spazio comune, le strade con il suo lungomare prima della ricostruzione. Il faro è l’unico elemento misuratore temporale della città, avvolte sostituito da qualche vecchia abitazione che con fatica tenta di resistere alla sua totale cancellazione dalla storia morfologica urbana.

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di Elmar Loreti – cooperante CISS in Mauritania

Per non fare confusione fra i soldi del progetto e i miei soldi, ho dovuto cercare un nuovo portafoglio. Il portafoglio l’ho trovato ma la confusione resta.

Però non è di questo che voglio parlare; voglio parlare del portafoglio.

Il portafoglio che ho trovato, ovviamente.

Tutti, credo, nella nostra gioventù ne abbiamo avuto almeno uno: si trovavano spesso in regalo nei giornaletti tipo Topolino o Cioè, oppure nel detersivo; io ce l’avevo del Milan (sbandamenti giovanili per il grande Milan di Sacchi, quando Berlusconi aveva ancora i capelli veri), trovato in, appunto, “Milan squadra mia”.

Di quelli di fibra sintetica, la stampa che si scrosta; con una cerniera – invero prona al malfunzionamento – a salvaguardare le mille lire custodite lì dentro. Quei portafogli che si chiudevano con lo strap.

Ecco, dopo la contrattazione di rito all’ombra incerta degli alberi di viale Kennedy, mi sono portato a casa, per la modica cifra di 80 centesimi, un portafoglio di questo genere.

Non è comodo, devo ammetterlo: la cerniera si è rotta quasi subito, lasciando le monete libere di cadere ogni volta che tiro fuori il portafoglio; la chiusura ormai penzola tristemente, con gli ultimi fili della cucitura che resistono strenuamente nel loro sforzo inutile.

Al momento di comprarlo sapevo che questo portafoglio non era comodo, però l’ho comprato lo stesso: non avrei potuto fare altrimenti, la stampa sul dorso mi ha attirato irresistibilmente. Sul dorso, bordato da una striscia nera che si sta, manco a dirlo, scucendo, c’è una stampa divisa in due parti: sul lato sinistro c’è una bandiera americana, sul lato destro c’è la foto di Osama Bin Laden, con tanto di nome.

America da un lato, Al Qaeda dall’altro.

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Da Nino Rocca

Si chiamava Morena e il 29 settembre avrebbe festeggiato il suo primo compleanno.

La piccola Morena è morta per una complicazione polmonare.

Lo scorso Natale era stata ricoverata d’urgenza all’ospedale dei bambini.

Dopo una lunga degenza i medici avevano raccomandato alla mamma di riportarla a casa in un ambiente “sano” mettendola al riparo da luoghi freddi ed umidi.

Ma la casa di Morena e della sua povera famiglia era un container nella bidonville della città di Palermo.

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Da Giovanna Di Benedetto

Kairouan1 (WinCE)

Il 29 luglio ha preso avvio il Progetto “Sviluppo integrato del quartiere di Sidi Amor Abada, Kairouan, Tunisia”.

Il Progetto si svolge nella città di Kairouan, che si trova in una zona predesertica nella regione centro occidentale della Tunisia.

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da Gabriella Iannuzzi (Genova)

Arrivo a Tunisi.

Mi accoglie una una ventata di aria calda e afosa. Da Tunisi partiamo subito per Tabarka, il nostro viaggio dura circa quattro ore.

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di Federica Infantino – Servizio Volontariato EuropeoEAC_Youth_4c_IT

Asilah, 20 Luglio-9 Agosto 2009

Dopo il mese di Giugno e Luglio trascorso con un gruppo di ragazze tra i 13 e 15 anni al Foyer di Bayti a Casablanca a fare degli incontri teatrali, siamo partiti con un gruppo di 52 ragazzi dai 5 ai 25 anni in colonie de vacance sull’oceano tra Asilah e Tangeri.

IMG_1173Il posto che ci ospita è uno di quei numerosissimi luoghi che facilmente si incontrano sulle autostrade e strade statali marocchine che sono stati costruiti per accogliere durante i loro viaggi di ritorno in Marocco gli emigranti o meglio come li definisce il governo, i Marocains Résidents à l’Etranger. Quello che ci ospita è stato costruito su una strada statale, ma da quando esiste l’uscita dell’autostrada di Asilah e i MRE prendono l’autostrada, non è più utilizzato e quindi dal 2001, per ordine del Re, è stato dato a Bayti.

IMG_0227Siamo a 600 m dall’oceano e da una spiaggia bellissima, lì però le correnti sono forti e pericolose quindi non si va al mare tutti i giorni. Io dormo in stanza con le tre cuoche e le loro figlie e nipoti che danno un pò una mano in cucina. Le tre super cuoche che si sono occupate per 24 giorni della colazione, del pranzo, della merenda e della cena per 70 persone (tra ragazzi e personale) mi hanno praticamente adottata e oltre a viziarmi da un punto di vista culinario, mi hanno fatto da insegnanti di arabo, di danze orientali, di canto e addirittura un giorno in cui hanno deciso di non fare entrare nessuno in cucina, l’unica a cui hanno dato l’autorizzazione sono stata io!!!! Le relazioni che ho instaurato sono state molto buone con tutti, dalle cuoche all’autista, dal guardiano all’economo passando per i ragazzi di tutte le età e per tutti gli educatori.

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di Ylenia Marsigliano – Bari

Beh, che dire… è stata un’esperienza unica e indimenticabile che mi fa riflettere ogni volta che ricordo quei giorni.

Penso a quando se ne parlava soltanto e poi invece è passato tutto così in fretta. Prima di arrivare in Tunisia abbiamo trascorso 3 giorni a Palermo dove si è consolidato un gruppo favoloso protagonista di questa avventura.

…Ed ora, ecco la Tunisia, la nostra Tunisia, quella che non si può capire dai racconti ma bisogna viverla!

Per me è stata una scommessa vinta alla grande perchè mi sono resa conto di una realtà molto diversa dalla nostra, ma non per questo peggiore.

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di Carolina Martin Tirand

“Metrocentro, Santa Tecla…” grida al passaggio, seguo la fila, 25 cents, piede sul primo scalino e mano sulla sbarra perchè non mi lasci per strada. Così inizia l’avventura del mio primo viaggio in autobus a San Salvador. “E’ pericoloso” dicono alcuni. Ma la mia impressione, oltre a quello che si potrebbe pensare essendo El Salvador uno dei paesi più violenti al mondo e così come in tutte le grandi città del mondo, il più grande pericolo non sono le maras, nè i gruppi criminali, ma la velocità che raggiungono questi minibus e la loro capacità di infilarsi negli spazi lasciati dall’intenso traffico in città.

Ben afferrata alla sbarra, gioco all’equilibrista per non cadere sopra la signora seduta accanto a me e sua figlia. Le scolaresche con l’uniforme ridono della mia incapacità di mantenere la posizione verticale ogni volta che il minibus riparte. In realtà più che per me io ho paura per l’impiegato che, con la metà del corpo fuori della porta aperta, va gridando le destinazioni e, con un fischio o un colpo sul veicolo, avvisa l’autista che può ripartire. E così, fra accellerate e fermate inaspettate, inizio a scoprire questa città, molto simile, per quanto dicono, a tante città americane a Nord del Canale di Panama.

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Qui di seguito riportiamo la testimonianza della nostra volontaria di SVE Irene. Il cosiddetto “primo impatto” dopo il suo arrivo a Lisbona non è stato certo dei più rosei a causa dei problemi intercorsi tra l’ente di coordinamento e quello di accoglienza entrambi portoghesi, di cui sia noi come ente di invio sia i volontari prima della partenza non ne sapevamo nulla. Ovviamente i problemi sono all’ordine del giorno e non sempre va tutto liscio, ci sembra quindi possa essere utile per chi ci legge portare alla luce anche esperienze meno brillanti ma in ogni caso formative. Quella di Irene ci sembra anche una lezione utile nel trovare il giusto compromesso fra la realizzazione delle proprie aspettative e il non rinunciare alla propria prestazione di volontariato. Per noi che le stiamo stati vicini è una grande soddisfazione sapere che seppur con un certo ritardo, oggi il suo SVE è quanto mai vicino all’idea che insieme avevamo inseguito. Forza Irene!

Difficile cominciare a parlare della mia esperienza…

di Irene Sanguineti – Volontaria Servizio Volontario Europeo

Difficile cominciare a parlare della mia esperienza EVS in modo lineare, perché il percorso che ha portato me e Federica, l’altra volontaria con cui ho condiviso quest’esperienza, a lavorare con GAIA – Grupo de Acçao e Intervençao Ambiental – è piuttosto lungo, ma anche molto semplice. In realtà in queste due (che diventeranno 100) righe volevo raccontare dell’esperienza di condivisione con gli altri volontari, ma senza informazioni preliminari è difficile..quindi vediamo cosa ne esce.

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