di Margherita Maniscalco – CISS Project Assistant
Data: 08/10/07
Luogo: Beirut
Riflessione
Una settimana in Libano, un paese in cui le tessere del mosaico credono in Dio o in Allah, vestono con il velo fino ai piedi, oppure lo indossano solo sul capo, oppure sono bionde, coi capelli al vento, truccate e vestite alla moda; un paese in cui molti hanno le Ferrari, i Range Rover, le macchine blindate, e molti altri non hanno niente, e soprattutto non potranno mai avere niente…soprattutto la speranza di infilare la chiave nella propria porta di casa, una casa abbandonata nel 1948.
Un paese dove gli addobbi per festeggiare il Ramadan e il Natale si assomigliano, dove è festa il Venerdì ma anche la Domenica e dove accanto alle moschee suonano le campane delle chiese; un paese dove tutto è possibile, ostentare le armi eppure essere in pace, essere diversi fino in fondo eppure convivere in qualche modo insieme.
La ricchezza del Libano: la diversità che ti affascina e ti stupisce ogni giorno, l’Occidente dentro l’Oriente, un patrimonio dell’umanità che va a tutti i costi salvaguardato.
Oggi in Libano il peggio sembra essere passato; si può andare al cinema, a fare shopping nei lussuosissimi centri commerciali in stile americano, si può camminare liberamente per la strada di giorno e di notte, si può andare a mare e in piscina, si può fare capoeira e tango. Si può vivere con superficialità, senza pensare alla politica e senza guardare ad un passato non molto lontano, oppure ci si può lasciare infervorare dai diversi leader, esporre sul proprio balcone la bandiera con l’immancabile cedro, con raffigurato il volto di Hariri & figlio se abiti in un quartiere sunnita (se poi ti sei dimenticato quando Hariri è stato assassinato puoi andare a down town a controllare un megaschermo che ti ricorda quanti giorni sono passati dall’attentato…al momento più di 900), la bandiera con Hezbollah e i suoi martiri se sei in un quartiere sciita, la bandiera di Hamas o di Arafat se sei un campo profughi. Ovunque qualche manifesto ti ricorda che il Libano è un paese politicamente diviso, dove i villaggi sono o cristiani maroniti, o drusi, o sciiti o sanniti, e dove le città sono separate dai campi profughi palestinesi nonostante ne facciano parte integrante.
La linea verde che divideva il mondo in due durante la guerra civile oggi non c’è più, così come la maggior parte dei palazzi distrutti dai bombardamenti e dai colpi di kalashnikov ora sono sostituiti da un processo di ricostruzione privo di limiti ambientali e culturali…grattacieli costruiti sui punti più belli della bellissima costa libanese solo in nome del profitto e della privatizzazione…o forse si vuole provare a superare il dolore dimenticando, a tutti i costi bisogna dimenticare.
La linea verde non c’è più, ma tanti muri dividono la città nella mente della gente…c’è bisogno di occasioni di scambio, condivisione ed integrazione…in fin dei conti alla fine, tolta la religione, tolto il velo, tolta la propria posizione politica, siamo tutti uguali.
La Iftar a Chatila
Nuovamente abbiamo lasciato il campo, con la sua gente, i suoi rumori, i suoi manifesti e i suoi odori. Oggi è un giorno speciale, siamo nel mese del Ramadan e ogni giorno al tramonto termina il digiuno dei fedeli e in comunità si organizza un grande banchetto, la Iftar, per essere in grado di affrontare una nuova giornata di digiuno; anche noi banchettiamo, nonostante non conosciamo né fame né sete, invitati dagli amici del CYC (Children and Youth Centre) di Chatila.
Chatila è uno dei dodici campi profughi costituiti nel paese per far fronte ai bisogni “immediati” della popolazione palestinese, che a partire dal 1948, anno in cui ha inizio la Nakba (la catastrofe), ha dovuto lasciare la propria terra e il proprio paese; Chatila è uno dei campi dove è ancora realtà la leggenda di chi ha conservato le chiavi di casa, le chiavi di una casa andata probabilmente distrutta ma che nonostante tutto rimane il luogo a cui si vuole fare un giorno o l’altro ritorno.
Situato nella parte meridionale della città di Beirut, il campo è una città dentro la città; al 2003 l’UNWRA registrava circa 14.000 presenze, incrementate la scorsa estate dopo gli avvenimenti che hanno colpito il campo profughi di Tripoli di Nahr al Bared (secondo l’associazione CYC vi risiedono 17.500 abitanti, di cui il 50% ha un età inferiore ai 24 anni).
Chatila è però anche un luogo della memoria, come anche la maggior parte dei fatiscenti edifici ricorda; è il luogo in cui è stato perpetrato uno dei massacri e genocidi avvenuti nel paese durante la tragica guerra civile i cui effetti dividono ancora il grande mosaico libanese: un massacro di circa 1.400 palestinesi, ad opera delle milizie cristiane falangiste libanesi, in occasione dell’invasione del paese da parte dell’esercito Israeliano nel 1982.
Ma oggi Chatila è ancora viva. E’ viva nelle urla del mercato, nelle corse dei bambini che escono da scuola, nelle voci dei ragazzi che giocano a biliardo, nei profumi che si confondono provenienti dalle case ammassate le une sulle altre. E’ viva nonostante tutto, nonostante le tubature perdano e le acque reflue infanghino le strade, nonostante gli edifici siano sovraffollati e precari, nonostante i fili elettrici formino un groviglio che pende sulle teste dei passanti, nonostante non ci sia lo spazio sufficiente per far circolare l’aria… nonostante al di fuori della piccola Chatila un’altra città lussuosa a sfarzosa ricorda ai rifugiati Palestinesi che lì non c’è posto per loro; eppure le chiavi ormai non servono più a nulla.
L’associazione Children and Youth Centre costituisce uno spazio importante per i bambini, i giovani e le famiglie del campo; al suo interno si svolgono molteplici attività ricreative che facilitano l’incontro e il dialogo tra diverse generazioni tra i 6 e i 18 anni.
Il centro promuove attività sportive, artigianali, organizza campi estivi, workshop formativi, eventi culturali, offre servizi nel settore sanitario; l’obiettivo non è soltanto il contribuire a formare le nuove generazioni ampliandone le capacità, le conoscenze e fornendo i più importanti strumenti finalizzati all’apprendimento; soprattutto si vuole contribuire a diffondere consapevolezza dell’identità e della storia che a loro appartiene, un identità come punto di riferimento a partire dal quale bisogna costruire il proprio futuro. Il centro promuove altresì l’importanza dell’integrazione e della tolleranza all’interno e all’esterno del campo; nella Guesthouse del centro vengono ogni anno ospitati volontari provenienti da tutto il mondo.
Il CISS ha svolto in partenariato con CYC di Chatila e WHO (Women’s Humanitarian Organisation) di Bourj el Barajneh un progetto di emergenza “Sostegno al benessere psicofisico di 800 minori provenienti dal campo profughi di Nahar al-Bared” conclusosi lo scorso mese, nell’ambito del programma ROSS della Cooperazione Italiana.




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