da Margherita Maniscalco

My ash is life for Lebanon…così riporta una scritta all’entrata Al-Mehamra del New Camp di Narh el Bared, 16 km a nord della città di Tripoli, nel Nord Libano; l’insegna appartiene alle Brigate dell’Esercito Libanese, a presidio di uno dei tre ingressi del campo, devastato dal conflitto iniziato il 20 Maggio del 2007 e conclusosi il 2 Settembre tra i militanti di Fatah al Islam e l’esercito Libanese.

Aspettando di entrare al campo la coda procede lentamente; al chek point è necessario mostrare un permesso scritto rilasciato dall’esercito; le donne e le giovani ragazze vengono perquisite, le lunghe e scure vesti potrebbero nascondere armamenti…e ancora una volta i profughi palestinesi tra umiliazione e rabbia devono chiedere il permesso per entrare nelle proprie case.

Aspettando di entrare al campo vedo passare automobili stracariche di passeggeri, di porte, finestre, mattoni; in qualche modo bisogna iniziare a costruire quanto andato distrutto, rubato, volutamente devastato; vedo passare bambini con in mano i bidoni colore azzurro distribuiti dall’UNICEF, piccoli portatori d’acqua in uno scenario di macerie e detriti.

Aspettando di entrare al campo incontro Basem, volontario del Children & Youth Centre (CYC).
Basem mi racconta dei suoi giochi di infanzia lungo il Nahr el Bared, il fiume che scorre a sud del campo, mi racconta dei suoi amici palestinesi in seguito al conflitto sparsi tra gi altri 11 campi profughi del paese e dei suoi amici libanesi residenti nella regione dell’Akkar (regione dove è situato il campo di Nahr el Bared, vicino al confine con la Siria), che una volta terminato il conflitto gli hanno girato le spalle, accusandolo di appartenere ad una comunità che ha provocato la crisi economica e l’instabilità politica nell’area.
Basem ha 23 anni, è nato come tutti gli altri giovani profughi palestinesi dell’area in Libano, eppure considera la Palestina ancora la sua patria; i suoi nonni vivevano lì, quando nel 1948 a seguito della creazione dello Stato Israeliano sono stati costretti ad abbandonare i propri villaggi e le proprie terre coltivate. La sua famiglia, insieme a tante altre, una volta giunta in Libano si è stanziata inizialmente nel sud del paese, per poi gradualmente risalire a nord, dove oggi è situato il campo di Nahr el Bared.

L’area di Nahr el Bared è diventata ufficialmente campo profughi palestinese nel 1950, quando UNRWA (United Nations Relief and Works Agency) ha iniziato ad offrire i propri servizi. Nonostante precedentemente dediti all’agricoltura, i profughi palestinesi hanno ricominciato a vivere sulle sponde del mediterraneo, sviluppando attività commerciali e produttive che hanno reso il campo punto di riferimento per l’economia locale; la crescita demografica, parallelamente alla crescita economica, ha reso esiguo il perimetro imposto dal Governo Libanese, così si è gradualmente formato a partire dagli anni ’70 quello che oggi è conosciuto come il New Camp, un area dove i palestinesi hanno potuto edificare abitazioni più che dignitose prima che una legge libanese impedisse loro l’acquisto dei terreni (legge tra l’altro successivamente ovviata attraverso acquisti per mezzo di prestanome libanesi).
Il campo, già soggetto a forte instabilità politica durante gli anni ’80, a seguito del conflitto Israeliano-Libanese ha visto l’ingresso di famiglie esterne appartenenti al gruppo estremista Fatah al Islam, a cui ha fatto seguito un clima di forte tensione tra questi e l’esercito libanese. Da qui un conflitto che ha assunto le caratteristiche di una vendetta contro l’intera comunità palestinese ivi residente; ma Basem si chiede…la vendetta contro cosa?

Basem mi racconta che prima del 20 Maggio non aveva mai pensato di lasciare il paese, di cercare fortuna altrove; dopo gli studi aiutava il padre nella gestione dell’impresa familiare, andata distrutta come il 90% delle piccole e medie imprese localizzate nell’area; ma ora si chiede da dove ricominciare, e perché…?
…Eppure Basem aspetta di entrare al campo per aiutare la propria e le altre famiglie a togliere le macerie, a ripulire le pareti rimaste infiammate dagli incendi, a ricostruire i muri distrutti, lì dove le fondamenta non sono andate compromesse definitivamente.

Aspettando di entrare al campo mi rendo presto conto che la mia visita è rimandata, anche il personale delle ONG locali e internazionali ha bisogno del permesso scritto…
….Oggi non ho visto con i miei occhi le famiglie che hanno ricominciato a vivere a Nahr el Bared, le finestre improvvisate con plastica e scotch in vista del freddo invernale in sostituzione degli infissi distrutti, i bambini che giocano tra le macerie e i sacchi di sabbia (prima postazioni di combattimento), mettendo a rischio la propria incolumità fisica e psicologico…E proprio ieri un ordigno inesploso ha ferito 5 bambini che giocavano nel campo…
…Oggi non ho visto tutto questo, ma ho compreso che è davvero dura la condizione di chi è profugo due volte.