da Michela Casabona
Cos’è la cooperazione? Questa domanda riecheggia nella mia mente sin da quando ho incominciato il mio percorso universitario, ed è stata la voglia di trovare una risposta (o quantomeno di provare a darla) che mi ha spinto ad intraprendere un’esperienza come quella del tirocinio all’estero.
Vivere al Cairo, lavorare presso il Ciss Egitto, pensavo potesse essere un primo e significativo approccio al mondo della cooperazione (nell’accezione più ampia del termine)…e così è stato!
Un mese e mezzo è poco, poco per capire, per conoscere, poco per riuscire a trovare la giusta chiave di lettura di sguardi e comportamenti, ma abbastanza per guardare ad una realtà araba, musulmana, tanto distante dalla propria ed accorgersi quanto a volte possa essere incredibilmente vicina.Arrivata all’aeroporto del Cairo, già un primo passo è stato compiuto, sono in Africa, in Egitto, in uno di quei paesi in via di sviluppo che sino a pochi mesi prima per me erano solo una sigla sui libri (PVS); ed ora mi ritrovo catapultata in una situazione surreale, ciò che vedo è esattamente ciò che mi aspettavo: un’aria calda e pesante, una realtà caotica in cui gli incomprensibili suoni del dialetto arabo si alternano ai religiosi silenzi degli uomini in preghiera, un traffico esasperante, lunghe file di taxi vecchi e rumorosi con a bordo sei- sette persone che sfrecciano incuranti dei pedoni, uomini con lunghe tuniche (galabeia) e sandali ai piedi fumano per le strade e donne coperte da veli più o meno vistosi passeggiano lungo la Cornish el Nile (la grande strada che costeggia il Nilo)…inizia così la mia esperienza…
Giorno 20 ottobre 2007 è il mio primo giorno al Ciss, da subito a lavoro alternando giornate in ufficio ad attività sul campo, capisco come ci sia sempre qualcosa da fare e come questo qualcosa possa riguardare molteplici ambiti, diversi compiti si susseguono, le priorità cambiano, spesso attività che si stanno seguendo vengono interrotte o rallentate di molto da lungaggini burocratiche, ritardi, pigrizie umane, incompetenze professionali ed a causa di questo non si ha la certezza che i termini preventivati vengano rispettati.
Per quanto riguarda i compiti che mi sono stati assegnati, sono stati diversi nell’arco di questo breve periodo. All’inizio mi sono occupata di Nazla, un villaggio del Fayoum famoso per il suo pottery village, presso il quale il Ciss in collaborazione con l’ONG locale, ha promosso una Awareness Campaign che ha coinvolto la popolazione nell’interessarsi alle problematiche del villaggio e a proporre delle soluzioni sulle quali l’intervento del Ciss si è basato. Negli anni sono state svolte delle bonifiche dell’area, ripulendo la valle dall’immondizia che la ricopriva, sono stati organizzati dei training per migliorare e raffinare le tecniche di lavorazione della ceramica, posizionati dei segnali stradali per rendere facile il raggiungimento del pottery, organizzato un meeting che ha permesso un confronto tra i residenti e le istituzioni; attività che rientrano all’interno del progetto di Sviluppo Sostenibile, finalizzato al miglioramento delle condizioni socio-economiche dell’oasi del Fayoum, promuovendone le bellezze anche attraverso la creazione di una rete turistica (Eco-turismo).
Il mio primo compito (apparentemente semplice) che consisteva nel farmi tradurre il report su Nazla dall’arabo all’inglese ed estrapolarne informazioni utili per scrivere una richiesta di finanziamento, mi ha fatto capire come:(Carmela Grillone 2007) ed in effetti…attese interminabili, sollecitazioni telefoniche e telematiche, toni duri, km in microbus per appuntamenti con gente che non si presentava..
Nonostante le innumerevoli difficoltà (spesso causa di nervosismo e demotivazione diffusa), si continua a lavorare, ed io continuo ad occuparmi dell’oasi nell’ambito del progetto dell’eco-turismo, collaborando con una guida turistica egiziana alla creazione di un percorso turistico, da presentare a dei tour operator, con la finalità di promuovere il Fayoum, inserendolo nella rete internazionale in modo da esaltarne il patrimonio archeologico, naturalistico e religioso.
Intanto le giornate in ufficio passano, c’è sempre qualcosa da fare, qualcuno da cui imparare…e finalmente si avvicina la data della mostra in cui verranno esposti i prodotti del Fayoum e le due settimane precedenti a questa sono state le più intense e gratificanti; tutti ci siamo mobilitati nello svolgere le mansioni più disparate: scelta del luogo, selezione dei prodotti, opere di convincimento dei beneficiari, allestimento della mostra, volantinaggio, servizio catering…un vero e proprio lavoro di squadra!
Nonostante sia passato più di un mese ed abbia avuto il tempo di metabolizzare questa esperienza, ricordo tutto con nitidezza ed entusiasmo con gli occhi di chi è stato talmente bene da posticipare la data del ritorno; ma guardando indietro alle sensazioni provate, al primo approccio con la realtà araba, il mio adattamento è avvenuto gradatamente, passando tra diverse fasi alterne. Non sono riuscita sin da subito a farmi un’idea ben precisa di quello che stavo vivendo fino a quando non sono andata oltre dei preconcetti che in sé è stato difficile ammettere di avere.
In Egitto tutto è interpretabile in mille maniere come in nessuna, qualunque cosa può assumere svariate forme o rimanere amorfa e questo rende questa terra ancora più affascinante e misteriosa.
Ho avuto la possibilità di confrontarmi con la cultura egiziana e il credo della religione islamica, grazie alle interminabili conversazioni sulla religione, sulla guerra, sulla legge coranica, sul ruolo delle donne, su quelle che ai miei occhi erano contraddizioni ma per i miei amici egiziani dogmi indistruttibilmente
inattaccabili; capitava che posizioni diverse, modi opposti di interpretare la realtà non si incontrassero in un punto comune ma credo che in fondo non sia sempre necessario essere d’accordo, credo anzi sia stato proprio questo ad arricchirci, a consolidare il legame di amicizia ed a condividere e rispettare le nostre diversità.
Non tutto è stato facile da accettare, vedere con i propri occhi le condizioni in cui la maggior parte della popolazione è costretta a vivere: case che non sono case, bambini che giocano tra il fango e l’immondizia, uomini che condividono lo stesso giaciglio con asini e buoi, donne che lavano vestiti, stoviglie e se stesse in un “fiume” in cui oltre ai detriti delle fabbriche e delle case vagano indisturbate carcasse di animali e vedere che nessuno si stupisce, che nessuno fa nulla..
Un mese è poco…poco per capire a fondo le dinamiche della cooperazione, poco per poter portare a compimento dei progetti, poco per cambiare qualcosa, ma abbastanza per apprezzare i sorrisi, gli sguardi, per lasciarsi coinvolgere dalla caotica frenesia dei mercati ricchi di colori, di suoni, di inebrianti odori, per godere di paesaggi fiabeschi e per accorgersi della bellezza della diversità.




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