da Giuseppe Cammarata, progettista Ciss, Responsabile Area Medio Oriente
Ho frequentato le elementari in Germania.
Erano gli anni Settanta, il Trattato di Schengen non esisteva ancora, e gli stranieri (italiani compresi) erano chiamati “Gastarbeiter” (letteralmente, “lavoratori ospiti”; in pratica l’equivalente, nel tono dispregiativo e nel senso comune, di “extracomunitario” in Italia oggi).
Nonostante abitassi a Francoforte dall’età di un anno o poco più (nella stessa Francoforte che già all’epoca aveva oltre il 25% dei suoi residenti nati all’estero o figli di genitori nati all’estero ed in cui era consigliere comunale quello stesso Daniel Cohn-Bendit che sarebbe poi diventato assessore alla cittadinanza in una giunta successiva) e parlassi Tedesco tanto bene da essere considerato un madrelingua, in quanto figlio di Italiani sono stato iscritto in una famigerata “scuola speciale” per bambini italiani: ovvero, una scuola a tempo pieno, separata dalle scuole tedesche e per Tedeschi, che seguiva in tutto e per tutto i programmi didattici realizzati in Italia (tranne due ore di lingua e grammatica Tedesca al giorno) ed i cui insegnanti, ovviamente italiani, venivano appositamente dall’Italia grazie ad un accordo fra Stati.
A quel che ricordo, lo stesso accadeva per Spagnoli e Portoghesi, forse anche per Greci, Jugoslavi e Turchi.
Tutto ciò si inseriva nelle politiche di “inclusione” portate avanti dai governi di centro-destra dell’epoca a guida democristiana.
Devo dire, ad onor del vero, che già all’epoca a Francoforte (ma credo anche nelle altre maggiori città tedesche), tutti gli uffici pubblici (ovvero, ASL, INPS, questura, ospedali, municipi di quartiere ecc.) avevano degli sportelli dedicati agli stranieri in cui interpreti madrelingua e persone che oggi si chiamerebbero “mediatori culturali” permettevano di parlare e chiedere informazioni nella propria lingua: Italiano, Tedesco, Turco, Spagnolo, Portoghese, Serbo-Croato, Greco, Hindi, ecc.
Nonostante dunque questo clima, e nonostante l’ottimo livello della scuola da me frequentata (ricordo che nel 1975 o 1976, in occasione della fiera del Libro, la scuola ha organizzato un incontro ed una lettura pubblica con Gianni Rodari, al termine del quale tutti noi alunni abbiamo avuto un suo libro in regalo), che prevedeva almeno una volta al mese una gita, un’escursione o la visita ad una mostra o a un museo, ho realizzato in seguito di avere comunque vissuto in un ambiente scolastico che, proprio per il suo essere “diverso” (e comunque non “Tedesco al 100%”), mi ha precluso la possibilità di migliorare il mio livello scolastico. Tant’è che io ho deciso di tornare in Italia per conseguire la licenza media, mentre le mie sorelle, più grandi e più sfortunate di me, hanno potuto successivamente frequentare solo una scuola superiore professionale pubblica che ha precluso loro l’accesso all’università (tedesca) ed un conseguente probabile migliore futuro professionale.
Questa lunga premessa per confutare, sula base della mia pur non negativa esperienza personale, l’emendamento al decreto legge sulla scuola che la Lega Nord ha fatto approvare nei giorni scorsi alla Camera dei Deputati.
La proposta di istituire in Italia “classi ponte” o “classi di inserimento” (o come altro li vogliono chiamare) è, oltre che una manovra spudoratamente classista e razzista, anche una aberrazione didattica. Avrebbe (forse) un senso se tale emendamento prevedesse un’eventuale libertà di frequenza per scuole “speciali” monolingue, come dire: ovvero scuole in cui, come nel mio caso, un gruppo di bambini omogeneo seguisse i programmi didattici del paese di origine con insegnanti provenienti dal paese di origine.
Ma prevedere, invece, come sembra che l’emendamento preveda, che ogni bambino con difficoltà linguistiche debba essere inserito in una classe “mista” con tutti gli altri, a prescindere dalla nazionalità di origine e dalla lingua parlata è una pura e semplice follia profondamente discriminatoria. Non ci sono altre parole per descriverla.
I bambini, tutti i bambini, imparano in pochissimi mesi la lingua parlata nel paese di residenza. Se poi consideriamo come ormai la grande maggioranza dei bambini non italiani che frequentano le scuole primarie siano nati in Italia (e siano, quindi, Italiani almeno per lingua e per cultura), voler relegare coloro che mostrano una qualche difficoltà di tipo linguistico (immagino essenzialmente di tipo scritto e grammaticale, dal momento che sulla conoscenza dell’Italiano orale non possano esserci dubbi) in classi “ponte” non contribuirebbe certo ad aumentare la conoscenza dell’Italiano come affermano gli estensori dell’emendamento.
Anzi, contribuirebbe soltanto ad aumentare il senso di straniamento, di sradicamento e di “diversità” vissuto, creando nuovi ghetti sin dalle scuole della prima infanzia (come se il cinese Mandarino fosse uguale all’Arabo, il Rumeno al Filippino e il Moldavo al Wolof).
Una ulteriore domanda si impone: tali classi “ponte” dovrebbero ospitare anche i bambini “italiani” adottati all’estero nei primi mesi della loro permanenza in Italia?
La verità è che, ancora una volta, l’attuale governo si caratterizza per un programmatico e scientifico smantellamento del patto sociale fra italiani (siano essi di origine straniera o no), per il relegamento degli “altri” e dei “diversi” (in senso di “non omologabili”) in “riserve indiane” dove stare “zitti e buoni” e per i feroci tagli economici a tutto ciò che è pubblico (scuola, sanità, trasporti) al fine di sostituirlo con la privatizzazione a caro prezzo. Per cui, la meritocrazia fa rima con plutocrazia: ovvero, solo chi ha disponibilità economiche superiori alla media può permettersi servizi e prestazioni che funzionino. E gli altri si arrangino.
Il programma di smantellare lo stato sociale di tipo europeo a colpi di decreti-legge continua. Come pure continua ad avanzare l’idea, becera e razzista, che a casa nostra “i padroni siamo noi”.




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