Laboratorio teatrale sul tema della migrazione illegale dei minori non accompagnati
di Federica Infantino e Marco Trincas
Per la realizzazione di questo progetto abbiamo lavorato con undici bambini, sei maschi e quattro femmine, tra i dieci e gli undici anni, allievi della scuola pubblica “Les Oudayas” che si trova al di fuori delle mura della Kasbah des Oudayas di Rabat. La Kasbah è un piccolo quartiere costruito su un promontorio tra la foce del fiume e l’oceano completamente circondato da mura e abitato da circa 3.000 persone. E’ un quartiere molto popolare che sta attraversando però un vero e proprio processo di gentrification, dovuto alla presenza sempre più massiccia dei residenti stranieri (perlopiù europei).
L’Ecole des Oudayas è una scuola che ha una storia molto particolare; trovandosi in condizioni strutturali fatiscenti, il Ministero, invece che ristrutturarla stava per abbatterla nonostante il quartiere ne avesse bisogno.
Grazie alla caparbietà del direttore e all’intervento di alcuni cooperanti che vivevano proprio nella Kasbah (tra cui il responsabile del CISS in Marocco, Massimiliano Di Tota), la scuola è stata rinnovata e resa agibile. Così, si sono riprese le attività scolastiche e si sono avviate varie attività extra-scolastiche e laboratoriali. Il Ministero, oltre ad aver deciso di non abbatterla, partecipa alle inaugurazioni definendola ora una scuola modello.
Avevamo già incontrato il direttore della scuola quest’estate, il quale si era mostrato molto disponibile e entusiasta all’idea di attivare un laboratorio di teatro. Il caso ha voluto che per il progetto CISS/TANMIA lavorassimo proprio con gli allievi di questa scuola. Quando il direttore ha saputo che il tema di lavoro era la migrazione illegale dei minori non accompagnati, ha voluto sapere i dettagli della storia, e ci è stato spiegato che tutti sono molto prudenti rispetto a questo tema, e che la scuola temeva che i bambini, immedesimandosi nei candidati all’emigrazione, potessero essere influenzati e spinti a compiere questo passo.
Infatti, il primo giorno di lavoro, appena abbiamo presentato il tema di lavoro, il professore presente è intervenuto parlando lungamente ai bambini del fatto che dovevano studiare e avere buoni voti per poter accedere alle migliori scuole evitando così di dover migrare, oppure che dovevano evitare le cattive frequentazioni, gli amici che ti possono influenzare a compiere questo passo sbagliato ecc. Il professore è stata una presenza costante che ci ha seguito durante tutto il lavoro in maniera molto discreta. Il secondo giorno ha deciso di disegnare la scenografia: ha rappresentato il viaggio con la patera e gli squali e alcune delle parole fuoriuscite dal brainstorming, testo delle prime scene.
L’obiettivo che ci siamo posti prima di intraprendere il percorso che ci ha portati alla realizzazione di una breve pièce teatrale sul tema della migrazione dei minori non accompagnati era quello di mostrare gli immaginari e le percezioni proprio dei minori, la questione vista dagli occhi dei bambini.
Con questo obiettivo ben presente, abbiamo iniziato il laboratorio, avendo immaginato solo un canovaccio della storia.
Per raccogliere il materiale su cui lavorare, abbiamo scelto di utilizzare la tecnica del brainstorming sulla parola “migrare” come prima attività del secondo incontro. Questa attività è stata molto efficace per stimolare la discussione e il dibattito. Una delle prime parole ad essere nominata è stata la parola “morte”, ma eccole qui di seguito: paura, tossicomane, sigarette, distruzione, pesce, abbandono scolastico, rimpianto, disperazione, pateras, mare, tradimento, furto, alcool, pessimismo, suicidio, disprezzo, morte, tradimento del Paese, abuso sessuale, controllo, menzogna, sofferenza, migrazione, evasione, prigione, lavoro, povertà, morte della personalità, odio, mendicare, vendetta, abitazione insalubre, diritti, fame, abiti, soldi, amore.
Durante il dibattito è venuto fuori che le parole come tossicomane, sigarette, alcool, furto, abuso sessuale, mendicare erano legate all’immagine della condizione in Marocco e non alla condizione una volta arrivati. Le parole che sono state dette per prime erano tutte legate alla morte, al mare, alle pateras, al controllo. Ecco alcune delle frasi dette dai bambini: «Quando arrivi vivi nascosto, hai paura dei controlli e della polizia», «Quando una barca affonda c’è chi muore e c’è chi vive e la polizia li mette in prigione». Siamo stati molto colpiti da parole come evasione, suicidio, diritti, amore, che sono state pronunciate per ultime. 
All’inizio del brainstorming i bambini non si sono allontanati dalle immagini classiche della migrazione illegale, nominando parole legate alla morte e più precisamente alla morte in mare o parole molto negative come disprezzo, tradimento. Anche parole come abbandono scolastico e tradimento del paese sono state dette quasi subito. Frequente inoltre l’idea che siano le “cattive” conoscenze, ad esempio con bambini di strada, che possono portare ad intraprendere la scelta di migrare, oppure che siano i genitori che spingono i figli a migrare e gli danno quello di cui hanno bisogno. Dopo un po’ però, la situazione si è incominciata a scaldare e sono uscite tutte le parole relative alla sofferenza a casa propria, nel proprio Paese. Durante il dibattito infatti, è esplosa in maniera molto forte la condizione della mancanza di amore da parte della famiglia, della scuola, del paese in generale. Si è parlato delle matrigne che maltrattano i figli dell’uomo con cui si sposano e della assoluta mancanza di protezione per questi bambini né da parte del padre né della società. Si è parlato dei maltrattamenti a scuola, soprattutto per i bambini poveri che non possono permettersi le forniture scolastiche, ed infine anche delle “petites bonnes”, delle bambine collaboratrici domestiche nelle case dei ricchi che vengono maltrattate e considerate come schiave. Tutto questo dibattito (e le immagini e i personaggi) è stato stimolato dalla parola “diritti”, infatti i bambini hanno detto in maniera molto chiara che altrove non si picchiano i propri bambini, che lì si hanno dei diritti, che qui c’è disperazione per la scuola, per tutto mentre lì possono conquistare l’amore e la solidarietà: «I bambini che non hanno diritti migrano per cercare affetto e accoglienza». Inoltre, qui non hanno il permesso di fare niente. Infine, è stata espressa in maniera molto chiara la volontà di evasione, di rivalsa e riscatto sociale: «Partire per tornare con un sacco di soldi, bei vestiti e una bella macchina», «Migrare per guadagnare i soldi che servono per sposarsi».
Abbiamo scelto alcune parole del brainstorming e ne abbiamo assegnata una a ogni bambino. Queste parole hanno costituito il testo della prima e della seconda scena.
Il dibattito è stato molto animato e infatti subito dopo i bambini ci hanno chiesto di poter inventare e raccontare delle storie. Abbiamo subito accolto la loro richiesta, teatralizzandola; abbiamo messo una sedia al centro della sala e abbiamo proposto di andare a sedersi uno alla volta, dire il proprio nome (anche di invenzione), da che cosa fuggono e che cosa pensano di trovare. Ecco alcuni dei personaggi e delle storie che sono emersi:
Ayoub ha raccontato di essere un bambino che cerca il rispetto del quartiere e lo troverà tornando con una bella macchina e tanti soldi;
Khaula una bambina maltrattata a scuola che i professori mettono agli ultimi banchi e che è presa in giro dai figli dei ricchi, e che vuole migrare per avere denaro;
Nassima racconta di essere maltrattata dalla matrigna. Vuole migrare per evadere per avere i suoi diritti perché laggiù si hanno dei diritti.
Anche Ayoub dice che suo padre e sua madre non lo amano e che vuole partire per godere dei suoi diritti.
Houda invece racconta di essere una petite bonne che lavora in una famiglia ricca dove è marginalizzata e maltrattata, vuole andare in Europa perché sa che lì i bambini hanno dei diritti e che vivrà in condizioni favorevoli.
Zacaria è un bambino di strada orfano di madre e di padre che vuole migrare perchè sa che laggiù può lavorare e che è facile guadagnare dei soldi.
Simo, anch’egli bambino di strada dice (a tempo di rap) che in Marocco non ha personalità, è una nullità ed è per questo che vuole migrare.
Jalal infine, che è malmenato a casa sua e a scuola, incontra dei ragazzi con cui decide di partire per tornare e mostrarsi con la bella macchina. 
Sono questi racconti che hanno costituito il materiale per la creazione dei personaggi ma soprattutto per la stesura dei testi.
CANOVACCIO
La messa in scena racconta di un gruppo di bambini che giocano tra di loro come di consueto, nei vicoli nei pressi delle loro abitazioni.
Improvvisamente appare un piccolo mappamondo che rotola sino ai piedi di uno di loro, che con grande stupore richiama l’attenzione degli altri. Così tutti interrompono i loro giochi, si dispongono in cerchio e iniziano a lanciarsi la palla-mondo dicendo delle parole che richiamano il tema della migrazione. Emerge il fatto che tra queste parole alcune hanno un’accezione positiva e altre ne hanno una negativa; o meglio qualcuno dei bambini si mostra favorevole a migrare ed altri sono più propensi a restare nel proprio paese.
Il ritmo sale, la tensione si fa sempre più forte sinché il cerchio si rompe formando due file; la divergenza si fa più evidente e esplicita. Le due squadre schierate una di fronte all’altra si affrontano facendo valere le proprie ragioni rafforzate da gesti corali ripetuti come una coreografia di guerra che spaventa il nemico facendolo indietreggiare. Si avanza e si indietreggia.
A un certo punto Simo rompe le righe guadagnando il centro della scena; lui ne ha abbastanza di questi giochi, la vita in Marocco gli sta stretta, vuole partire per affermarsi, per andare alla ricerca della sua personalità; ha già trovato il contatto con il passeur e inizia a costruire la patera: tira fuori dalla tasca un giornale ed inizia a disporre i fogli per terra. A questo punto Khawla corre verso Simo, anche lei, petite bonne, sfruttata e maltrattata da una famiglia ricca, ha sete di rivalsa. Come lei, Fatima Zouhra, vittima dei maltrattamenti della matrigna, vuole andare in Europa perchè lì i diritti dei bambini vengono rispettati. Jalal interviene dall’altra squadra mettendo in guardia i suoi amici espone loro i pericoli dell’attraversata: il mare in tempesta, gli squali e le condizioni dell’imbarcazione.
Ayoub e Mehdi non lo stanno a sentire e decidono di seguire Simo, Khawla e Fatima Zouhra; loro vogliono partire per tornare con una bella macchina sulla quale fare il giro del quartiere facendo morire di invidia le persone che li prendevano in giro guadagnando così, finalmente, il loro rispetto.
Houda insiste nello scoraggiare gli harraga da questa impresa folle: – Anche se arriverete nell’altra riva vivrete da clandestini, spacciando, rubando e sicuramente finirete in prigione.
Ormai niente e nessuno può distogliere Nassima che vuole partire per trovare l’amore della sua vita, che si unisce agli altri. Tutto è pronto per la partenza, la patera è pronta. Si levano gli ormeggi.
Mustapha dalla riva urla per cercare di farli rinsavire. Niente da fare. La patera è già al largo quando un branco di squali (interpretato dai bambini che sono rimasti a terra) circonda l’imbarcazione e comincia a divorarla. Quando tutto il giornale è stato strappato i bambini che vi si trovavano sopra si accovacciano. La patera è affondata, il viaggio è terminato.
Si cambia gioco. I due gruppi si ricompongono ed iniziano a dare vita a tableaux vivants (immagini in transizione su delle parole chiave trovate durante la prima fase dell’atelier). Il primo gruppo rappresenta il DENARO: due persone in macchina che salutano; due persone sul marciapiede che bonariamente rispondono al saluto e altre due che assistono alla scena morse dalla gelosia. In contrapposizione, l’altro gruppo rappresenta la MORTE: una persona in mare che tende la mano a delle altre sulla patera. In tutta risposta il primo gruppo mette in scena i DIRITTI: una bambina con la testa bassa, un adulto che la colpisce e un altro che gli blocca la mano; altre due persone che si coprono reciprocamente gli occhi. Dall’altra parte la SOLITUDINE: una persona al centro, le altre intorno che le voltano le spalle. E infine l’ AMORE: un bambino che porge un fiore a una bambina che innamorata sviene tra le braccia degli angeli custodi. L’immagine dell’amore viene contrapposta all’immagine della PRIGIONE: una persona che viene arrestata e malmenata da due poliziotti dai modi alquanto rudi, sotto gli occhi accondiscendenti di due passanti.
Ed è sullo sfumare di queste immagini contrapposte che si abbassano le luci fino al buio, lasciando gli spettatori con domande, piuttosto che con risposte, con degli stimoli su cui ognuno potrà riflettere.




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