da Marco Mondino
A Sharif Attoun è arrivato l’ordine di demolizione, la municipalità di Gerusalemme ha deciso che la sua casa, nella quale vive da 13 anni, deve essere abbattuta. Non potendosi permettere il costo della demolizione che è molto alto se fatto dagli Israeliani, Attoun si è rivolto a un suo amico palestinese, in questo modo pagherà una somma minima. Ziad Dabash è la terza volta in sedici anni che si trova in questa situazione, e che con il suo buldozer demolisce la casa di un amico palestinese.
Storie come queste sono ordinarie a Gerusalemme Est, dove la pratica delle demolizioni delle case palestinesi per mano Israeliana è costante, dal 2004 a oggi sono state demolite 350 abitazioni solo a Gerusalemme est.
Le motivazioni sono sempre le stesse, si accusano i palestinesi di non avere l’autorizzazione e si dichiara l’abitazione illegale.
Proprio in questi giorni è stato reso noto il più grande progetto di demolizione che Israele abbia mai adottato dal 1967. Sono a rischio 88 unità abitative nel quartiere di Al-Bustan a Silaw, a meno di 400 metri dalla moschea Al-Aqsa e dal Muro del Pianto.
L’area che nascerà dalle macerie delle case distrutte, secondo i piani israeliani diventerà un grande parco con tanto di alberi, fiori e caffè.
I Palestinesi che intanto rischiano di perdere le loro case sono circa 1500, molte abitazioni dell’area sono antichissime, altre sono state costruite circa vent’anni fa.
Le mobilitazioni contro questo provvedimento sono già iniziate e proprio il giorno della festa della donna, sono scese a manifestare la General Union of Palestinian Women, network di organizzazioni che si occupa dei diritti delle donne, l’organizzazione spagnola Mundubat e la S.H.W.A una rete di donne palestinesi che ha sede a Gerusalemme. La marcia è partita dalla scuola dell’Unrwa che si trova vicino Zion Gate e si è conclusa vicino a una delle unità abitative che si vuole demolire. Alla manifestazione hanno partecipato moltissime donne e bambini, tutti armati di fischietti e cartelloni hanno gridato il loro dissenso contro questa assurda decisione e hanno ribadito che non lasceranno mai le loro case. La gente del quartiere ha anche organizzato una tenda di protesta con cartelloni e manifesti che illustravano ciò che stava accadendo a Silwan. A molti l’ordine di demolizione è già arrivato il 5 Marzo e generalmente si hanno dieci giorni di tempo per lasciare l’abitazione.
Parallelamente non si ferma la costruzione di nuove unità abitative nelle colonie israeliane, un dossier recentemente pubblicato dal sito peace now (www.peacenow.org.il) ha confermato il piano di costruzione del Ministero dell’Edilizia Abitativa di 73.302 nuove case da destinare ai coloni Israeliani, 5,722 case saranno costruite a Gerusalemme est, le altre in Cisgiordania.





2 comments
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11 Marzo 2009 a 2:25 pm
Piera
Come si può pensare di demolire le abitazioni e dopo le abitazioni sarà la volta delle persone?
Alberi, fiori e caffè per quanto affascinanti possano sembrare possono prendere il posto di tutti quei luoghi dove si oggettivavano gli affetti familiari di tanta gente? Distruggere le abitazioni è il primo atto di distruzione dell’identità.
Sta succedendo qualcosa di troppo grave e nessuno se ne rende conto, anche questo un giorno graverà sulle nostre coscienze come tutti gli altri orrori della storia.
11 Marzo 2009 a 4:07 pm
marco
E questo che Israele ogni giorno fa, distrugge l’identità Palestinese