da Marco Mondino

 

Una persona ferma a un checkpoint è un essere sospeso, la sua giornata può andare avanti o tornare indietro, tutto dipende da tanti fattori senza nessuna logica, sono variabili come una giornata d’autunno
Muin Masri

Sono le otto del mattino e da Ramallah sta per partire il piccolo pullman che porta a Gerusalemme, il prezzo del biglietto è sei shekel, poco più di un euro. All’interno ci sono 20 posti, e prima di partire quasi tutti devono essere occupati. Nonostante il tratto sia breve, circa 15 Km, per raggiungere Gerusalemme a volte sono necessarie anche più di due ore a causa del checkpoint di Qalandia.

_sdc10836

Da qualche settimana le regole si sono fatte più severe e tutti sono obbligati a scendere e ad attraversare il checkpoint a piedi, prima invece le donne con i bambini e le persone anziane potevano restare sopra il pullman e il soldato di turno saliva per controllare i passaporti e le borse.
Scendiamo e ci prepariamo alla lunga fila, il traffico impazza, lunghe file di macchine sono in attesa dei controlli, il muro è davanti i nostri occhi, con tutti i murales che inneggiano alla pace e alla libertà.
Una donna anziana scende con fatica dal pullman, si regge sul suo bastone e ha serie difficoltà a camminare, porta una pesantissima borsa, anche per lei vale la stessa regola, deve aspettare e mettersi in fila per passare da questi stretti corridoi metallici perfettamente uguali a delle gabbie.
Siamo in fila indiana il corridoio è strettissimo, siamo coperti ai lati da sbarre metalliche e sopra le nostre teste da una rete metallica, una luce verde ci indica che possiamo passare attraverso la porta girevole. Adesso è il momento della seconda fila, questa volta ci sarà il controllo passaporti, il metal detector e il controllo delle borse.

_sdc10848
Ogni giorno è così, per chi si vuole spostare verso Gerusalemme da Rammalah o comunque da qualche altro villaggio palestinese deve prepararsi ad ore di attesa.
Una nuove luce verde si accende e una signora anziana passa attraverso la seconda porta girevole, attraversa il metal detector che però non funziona bene, da dietro il vetro una soldatessa comincia a gridare qualcosa, si è innervosita e urla in continuazione, la donna passa e ripassa dal metal detector, ma c’è qualcosa che non va, alla fine la rimandano indietro, è di nuovo con noi, in attesa di indicazioni.
Un Bambino inizia a piangere, la madre non riesce più a tenerlo in braccio, la gente è spazientita, ci guardiamo ma manteniamo la calma. Risolvono il problema, la donna ripassa dal metal detector, poi è il mio turno.
Le procedure durano tantissimo, i Palestinesi sono obbligati anche a fare la verifica delle impronte digitali e sono spesso sottoposti a dei veri e propri interrogatori. In un checkpoint come questo ci sono più di venti soldati israeliani in servizio, non li vedi però, perché stanno dietro un vetro, armati fino al collo, ma li senti urlare quando fai un passo sbagliato, quando sbagli fila, o quando si innervosiscono per qualsiasi cosa. C’è una separazione tra loro e gli altri, c’è un lungo corridoio fatto di reti e filo spinato, un percorso fatto di chiusure e controlli di telecamere che riprendono qualsiasi cosa, di altoparlanti dai quali senti urla e ordini militari.
Sono le nove e mezzo è passata più di un’ora risaliamo sul piccolo pulmino e finalmente ci dirigiamo verso Gerusalemme, domani però sarà di nuovo la stessa storia.

_sdc10842