da Marco Mondino

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Baqa’a è il più grande campo profughi palestinese della Giordania e si trova a venti chilometri da Amman. Creato nel 1968 per accogliere gli sfollati Palestinesi che lasciarono la West bank e la striscia di Gaza dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, oggi conta 90,953 rifugiati registrati.
Camminiamo per le strade di Baqa’a insieme a Mohannad, un amico di origini palestinesi, che ha trascorso gran parte della sua infanzia qui, a casa del nonno paterno originario di Hebron.

101La prima cosa che notiamo quando arriviamo sono gli aquiloni di diversi colori che volano nel cielo, un gruppo di bambini ne tiene i fili all’interno del cortile di una scuola gestita dall’Unrwa, non appena entriamo nel grande cortile è subito una gran festa, molti si avvicinano e ci danno in mano i loro aquiloni, altri ci invitano a giocare a calcio e ci chiedono qual è la nostra squadra del cuore.
Su uno dei muri della scuola c’è una scritta in arabo: ” la Palestina nel cuore”, in realtà basta fare un giro per le vie del campo e ci si rende subito conto che molti muri sono scritti, disegnati e colorati. “Sui muri scriviamo quello che vogliamo, questo è il nostro spazio, è il nostro modo per sentirci liberi di esprimere i nostri pensieri”, ci dice un signore, mentre il nostro amico traduce alcune scritte. I muri dei campi diventano strumenti di comunicazione, sono spazi liberi in cui si esprime la nostalgia per la propria terra, in cui si inneggia a una o all’altra fazione politica, o in cui semplicemente si esprime la propria creatività.

 

136_2Ci addentriamo nella via principale del mercato, il suq si chiama Al-Hal-lal, nelle bancarelle si trova qualsiasi cosa: frutta, spezie, pollame, giocattoli, elettrodomestici, dvd pirata e biancheria sexy. Sono molti i ragazzini che lavorano nel suq e trascinano carretti pieni di roba, molti di loro studiano l’inglese a scuola e cercano di fare un po’ di pratica avvicinandosi e chiedendoci il nostro nome e la provenienza. Il mercato è sicuramente una delle risorse economiche per gli abitanti del campo, anche se sono molti gli abitanti che lavorano ad Amman e ogni mattina si spostano verso la capitale con uno dei bus che parte dalla stazione.

108_2Non è comune vedere gente straniera per le vie di Baqa’a, la realtà del campo è circoscritta, molti ci invitano a sederci e a prendere un tè, mentre gruppi di donne con i loro bambini passano da una negozio all’altro per fare le proprie spese. Entriamo in un saloon di barbieri e subito ci viene offerto un caffè. Mentre uno dei barbieri, fa un taglio “punk” ad un ragazzino e sistema al meglio i capelli con il gel, noi ci sediamo e ci raggiungono tre uomini vestiti in abiti tradizionali, con loro iniziamo una lunga conversazione. Mohannad fa da intermediario e traduce quello che ci raccontano.
Uno degli uomini si rivolge a me, “io avevo più o meno la tua età quando lascia la Palestina e venni a vivere qui”.
L’esodo di migliaia di Palestinesi dai loro territori inizia nel 1948, Ben Gurion primo ministro Israeliano vietò il ritorno ai palestinesi che avevano lasciato le loro case. La Nakba, letteralmente “tragedia”, indica proprio l’allontanamento dei palestinesi dai loro territori. Numericamente le fonti arabe parlano di 900 mila persone rimaste senza casa dopo il primo conflitto, al momento della nascita dell’Unrwa i rifugiati registrati furono 726 mila.
Il campo di Baqa’a nacque invece subito dopo la guerra del 1967, in quegli anni in Giordania furono creati sei campi per ospitare i palestinesi che dovettero lasciarono i loro territori. Inizialmente il campo di Baqa’a era costituito da 5.000 tende e ospitava circa 26.000 persone, col tempo le tende sono state sostituite con delle vere abitazioni, ancora oggi però molte delle case sono fatiscenti e camminando per le strette vie si legge un atmosfera di precarietà.
Nonostante i rumori dei phon e della radio si continua a parlare del conflitto, della stampa e di come la tragedia di Gaza sia stata mal raccontata nei media Europei. La lunga chiacchierata termina con una forte stretta di mano, gli uomini ci invitano a tornare e ci salutano sorridendo.
Continuiamo il nostro cammino e ci addentriamo nelle vie interne, dove gruppi di ragazzini giocano a pallone, poi riprendiamo la macchina e raggiungiamo la casa in cui viveva il nonno di Mohannad.
L’abitazione è stata completamente modificata e adesso sono stati ricavati tre appartamenti, tutto intorno sembra un cantiere a cielo aperto. In uno degli appartamenti adesso vive la zia del nostro amico insieme alle figlie, anche con lei parliamo della Palestina, la terra che ho dovuto lasciare quando era piccola e di cui conserva soltanto alcuni ricordi.
Ritorniamo in macchina e con molta difficoltà attraversiamo le strette vie, ogni volta che si deve svoltare sono necessarie diverse manovre, molti ragazzini ci rincorrono e ci salutano mentre gli aquiloni continuano a volare sempre più in alto, nel cielo limpido. Nella strada del ritorno, dalle alte colline rivediamo Baqa’a e la distinguiamo subito per la sua perfetta forma circolare.