di Fulvia Antonelli, ricercatrice CISS per la componente studio antropologico nelll’ambito del progetto ‘Prevention de la migration illegale des mineurs non accompagnees – UE’
Safi, o meglio in arabo Esfi, è una città della costa del Marocco situata tra Casablanca e Marrakesh, vicino ad Essaouira, famosa meta turistica degli appassionati del surf e della musica Gnaoua. Il cuore di Safi è la marsa, il porto della città, centro di attività economiche importanti (esportazione di fosfati e pesca di sardine) a livello nazionale. Safi è una bella città: strade larghe, ariose, un lungomare panoramico sull’Oceano nel suo centro storico, una Medina circondata dalle fortificazioni che i portoghesi che conquistarono la città hanno edificato insieme all’antico quartiere ai suoi piedi che si affaccia sul mare.
Sembra tutto bene all’apparenza, ma Safi non è così felice come potrebbe apparire.
Capitolo primo - Marsa
Basta salire sulle colline interne della città e allontanarsi dalla costa e si apre il mondo dei quartieri popolari di Safi, quelli dove vivono gli uomini che ogni giorno scendono al marsa per lavorare nella pesca delle sardine o nei mille lavori informali che il porto genera: c’è chi lavora alla manutenzione dei pescherecci, chi “esce al mare” per la pesca delle sardine, chi le scarica e le vende nel mercato del porto, chi porta e vende il ghiaccio, chi pulisce il pesce, chi raccoglie il pesce che cade durante le operazioni di scarico e lo vende per sopravvivere almeno quella giornata, chi sta intorno a tutte queste operazioni e aspetta l’occasione per guadagnarsi qualche sigaretta con un piccolo favore.
La marsa è un mondo completamente maschile, dove bisogna lottare per farsi posto, perché è un mercato del lavoro precario dove ogni giorno bisogna riaffermare il proprio ruolo e ritagliarsi uno spazio per faticare. C’è chi guadagna come pescatore, lavorando dalle 7 del mattino alle 6 della sera, 100 dirham alla settimana (circa 10 euro), ma c’è anche chi ne guadagna molti di meno, e poi c’è anche chi lavora per portare a casa una busta di pesce per poter mangiare. Nel marsa conta il rispetto, gli uomini che ci lavorano hanno storie alle spalle che vedi stampate sui loro corpi: lunghe cicatrici di tagli di coltello rimediate nelle risse al porto, tatuaggi che raccontano un passato fatto di galera, la povertà di chi non ha speranza di un lavoro più qualificato, ragazzi con i visi bruciati e invecchiati dalla fatica quotidiana e da tutto ciò – come l’alcol- che aiuta a sopportare la fatica quotidiana.
Abdelrahim e Badreddine lavorano tutti e due al porto e stanno sempre insieme: lavorano in due posti diversi, non per lo stesso padrone, ma si guardano le spalle al porto perché sono amici.
Abdelrahim ha 27 anni, sembra averne molti di più. Gli mancano buona parte dei denti anteriori, che si sono rotti a forza di aprire bottiglie di birra con i denti e di masticare karkoubi. I karkoubi sono una droga che dilaga in Marocco: sostanze psicotrope come il Rivotril, queste pastiglie hanno un prezzo molto basso, 3 dirham (30 centesimi circa l’una): sono la droga dei poveri. I karkoubi hanno effetti devastanti perché in abbinamento con l’alcol provocano attacchi di aggressività, manie di persecuzione, allucinazioni, stati paranoici che non fanno che amplificare la violenza che già dilaga sulla strada.
Il simbolo dei ragazzi di Safi è lo squalo, molti si fanno tatuare il nome “shark” o uno squalo sul braccio. Abdelrahim invece quando era in galera si è fatto tatuare un delfino, un animale non aggressivo e pacifico, come in fondo è lui: uno che si sa far rispettare, che sa usare i coltelli all’occorrenza, uno che quando si arrabbia può fare di tutto, ma la cui indole non è violenta, ed un uomo capace di grande generosità verso i suoi amici e verso i ragazzi del suo quartiere che sono la sua famiglia.
Il corpo di Abdelrahim è pieno di tagli e di ferite di coltello: sul viso, sul petto, nei piedi, sulle braccia. Alcune di quelle ferite sono state autoinferte sotto l’effetto congiunto di alcol, droghe e musica rai, altre sono un trofeo di guerre di strada di cui Abdelrahim non va affatto fiero. Per lui infatti la città è piena di frontiere: con i suoi tagli ha vergogna di entrare in un bar della Medina a prendere un thè, i suoi luoghi sono il suo quartiere, la marsa, i boschi o le spiagge appartate dove si ritira con Badreddine ed altri amici a bere e fumare il kif intere giornate quando non lavora. Nei quartieri e giù al porto Abdelrahim è rispettato, ma nel mondo “perbene” è uno messo da parte.
In questa situazione qual è la vera frontiera invalicabile? Quella della società in cui vive o quella dell’Europa fortezza?
Abdelrahim ha provato molte volte ad emigrare clandestinamente. Ha fatto il viaggio salendo di notte sulle navi di quel porto che conosce così bene: lunghe notti passate a studiare i giorni e gli orari di attracco delle navi, karkoubi per superare la paura dei guardiani e dei loro cani addestrati capaci di sbranare un uomo a morsi, le corse per superare i recinti e la sorveglianza, i tuffi di notte nell’acqua gelida e profonda, le arrampicate sulle catene che legano la nave al molo, i lunghi viaggi nella stiva nascosto per non farsi scoprire dall’equipaggio.
Emigrare è un progetto individuale ma l’impresa è collettiva: se di notte si entra in 30 persone nel porto si genera un tale caos che qualcuno ce la fa a sfuggire ai controlli, poi però ognuno è solo con il suo sogno di emigrare e da solo deve farsi forza.
Tre volte Abelrahim è riuscito ad uscire, tre volte l’hanno rimpatriato. L’ultima volta i marinai spagnoli hanno ascoltato la sua storia, prima di sbarcarlo di nuovo a Safi gli hanno regalato dei soldi con cui è riuscito a comprare un motorino, un Pegeaut Foxa bianco, quello che tutti i ragazzi dei quartieri come lui in Marocco usano perché è veloce e resistente. Sulle navi è così: bisogna sperare di trovare persone che ti aiutino a sbarcare, che non ti denuncino subito alle autorità portuali appena arrivato in Europa. Si dice che spagnoli, francesi e portoghesi siano gente buona, mentre mai capitare con una nave di cinesi: si racconta che siano capaci di buttarti in mare aperto se ti scoprono.
Dopo il rimpatrio per lui ogni volta il carcere, la disperazione di aver fallito, il nuovo tentativo di uscire, perché con 400 dirham al mese per Abdelrahim non c’è futuro oltre l’oggi, perché vorrebbe aiutare la sua famiglia e non vedere i suoi fratelli rovinati come lui.
Lo andiamo a trovare al porto dove lavora adesso. Sta dipingendo la barca con cui fra qualche settimana ricomincerà ad uscire per giorni al mare per la pesca delle sardine. Lo cerchiamo, qualcuno lo chiama e sbuca da sotto la stiva della barca, striscia agile fra le impalcature di legno che la sorreggono a terra, è tutto ricoperto di vernice verde. È con me un suo giovane amico d’infanzia che ha vissuto in Italia e che ora è stato anche lui rimpatriato. Sa che lo capirà subito e gli dice, alludendo con un occhiolino al suo andare a “rischiare” di nuovo l’emigrazione: “Prendi ispirazione: la libertà!”.
Capitolo secondo - Nora: la mia ragazza
Noureddine è seduto sulle rocce a strapiombo sul mare nel vecchio quartiere portoghese di Esfi.
Si sta facendo di colla con una busta di plastica su cui ha spalmato un pò di Noraltex, un solvente che si usa nella fabbricazione dei mobili e per fissare la vernice. Un tubetto arancione da 5 grammi costa 5 dirham e si vende dappertutto per strada. Esfi è piena di tubetti arancioni che si possono vedere buttati dovunque, soprattutto lungo la strada che guarda verso il porto. I ragazzi che sniffano la chiamano affettuosamente “la Nora”, con il nome di una ragazza, della loro compagna che fa sognare.
Noureddine barcolla, cammina a scatti facendo improvvisamente balzi inaspettati per superare ostacoli invisibili, mentre parla a volte utilizza parole inesistenti, produce suoni che utilizza come intercalari ma non hanno senso, scandiscono però il ritmo del suo racconto.
Ha 21 anni, da tre mesi è sulla strada e da un mese si fa regolarmente di colla. È uscito dalla famiglia perché non ne poteva più dei litigi e delle botte con il suo patrigno sempre ubriaco. Da quando è andato via di casa nessuno è venuto a cercarlo. Ha studiato fino alla prima media, non ha mai trovato un lavoro vero.
“Nella strada cerco la pace che in famiglia non ho. Per strada ho conosciuto tanta gente che si fa di colla e dopo un pò ho iniziato anche io. La colla è per me sognare, vivo un altro momento quando sono fatto di colla, mi sento vivo. A noi ci chiamano chemkara perché quando ti fai di colla si vede subito e la gente ti scansa, ti scaccia, non ti considera più. Io sono timido e mi vergogno di stare per strada, la colla mi dà coraggio, non ci penso più a come mi guardano. So bene gli effetti della colla, so che stai male, che inizi a non pensare più bene, ti scordi le cose, poi dopo un pò anche quando non sei fatto hai il ritorno di certi effetti, di certe cose che vedi e non ci sono veramente. Quando hai un lavoro, dei soldi, hai un’altra vita. Io ora ho questo destino ma voglio cambiare. Solo che mi serve un inizio, qualcuno che mi dia una mano a cominciare. Io sogno di andare oltre il Marocco, in un altro posto, ma non qui. Ho provato anche ad uscire in Europa, ho fatto dei periodi al porto, mi sono buttato in acqua, ma non ho avuto fortuna. Per rischiare devi avere qualcuno che ti aiuta, che sta con te, da solo non ce la fai. Conosco ragazzi come me che ce l’hanno fatta, sono usciti poi sono tornati e si sono sistemati. È la povertà che mi ha spinto per strada, ma io non sono questo e voglio uscire per dimostrarlo”.
Noureddine è molto timido, quando gli chiediamo cosa sogna si alza di scatto e si siede sul parapetto di ferro che affaccia sul mare dondolandosi fra la terra e il vuoto sotto di lui, ci spaventiamo perché sembra che voglia buttarsi…ride… “così sono io adesso, posso cadere giù o pendere da un’altra parte, non so ancora il mio destino”. Forse è la colla che lo fa essere così spericolato e non curante di sé. Lo convinciamo ad allontanarsi dal parapetto.
Noureddine è uno che per strada ci sta male, perché non è un ragazzo duro, ma molto fragile e timido. I suoi 21 anni lo proteggono un pò da chi può abusare di lui, ma ancora per quanto? Sulla strada è un debole, non ha l’istinto di sopravvivenza e la scaltrezza di chi ci vive da tempo, ed è solo.
Dorme nel vecchio quartiere portoghese vicino alla Medina, in una casa abbandonata. Il quartiere infatti, a causa dell’erosione delle correnti marine, è pieno di case a rischio di crollo, dove vivono famiglie molto povere. Il governo marocchino ha incluso questo quartiere nel programma nazionale “villes sans bidonvilles” che prevede l’eradicazione delle popolazioni dei quartieri degradati verso nuovi complessi residenziali. L’obiettivo è recuperare il quartiere a scopo turistico, ma intanto non tutte le famiglie hanno la certezza di una nuova casa e il sito di destinazione delle nuove abitazioni è un quartiere, il Kaouki, isolato dal resto della città e con le caratteristiche di un vero e proprio ghetto, dove criminalità e povertà generano paura e insicurezza per gli abitanti.
Il Kaouki è infatti il quartiere più malfamato di Safi e per questo le famiglie del quartiere portoghese sono spaventate da quella che percepiscono come una “deportazione” ed un ulteriore discesa nella scala sociale, e per questo motivo alcune continuano ad abitare ancora in case che sembrano danneggiate da un terremoto e pericolanti. È qui che gira sempre Noureddine perché ogni zona della città ha i suoi traffici, i suoi giri e la sua malavita, ed ogni posto ha delle regole di entrata. Il piccolo quartiere invece è zona di transito e di scambio, dove la presenza di uno debole come Noureddine viene tollerata. La Medina o la zona della stazione degli autobus sono invece territori controllati da reti o singoli personaggi che con lo strumento della paura e della violenza dettano le leggi della strada.
Un inizio, un inizio, mi serve un inizio…questo ripete Noureddine, che non vuole sentirsi condannato a 21 anni.
Capitolo terzo - I figli del bledi
Il piccolo esercito di ragazzi e bambini che vivono in strada di Esfi ha un quartiere generale: la gare routiere della città, il parcheggio dei taxi che gli sta di fianco, due case abbandonate che sono lì vicino e dove di notte vanno a dormire.
Coro:
Il barista: questa città è piena di chemkara (così in Marocco viene chiamato chi sniffa la colla). I piccoli sono i più pericolosi, rubano, vengono qui al bar a chiedere soldi e portano casino. A questi gli piace la strada, ci sono abituati, non riesci a tirarli fuori. Li hanno portati una settimana a Marrakesh dei tipi di una associazione, sono rimasti una settimana, sono tornati con i vestiti puliti e i capelli tagliati e si sono rimessi per strada. Sono solo dei ladri e figli di prostitute.
Momo e Absamad vanno sempre in giro insieme. Momo avrà circa 8 anni, Absamad è più piccolo forse 6 o 7 anni. Entrambi li incontriamo sempre in coppia, svariate volte la notte mentre aspettiamo l’autobus di mezzanotte per Rabat. Chiedono qualche soldo ai passeggeri in attesa dell’autobus, la notte è fredda e lunga, hanno sniffato e sono in preda ai loro giochi e alle loro visioni.
Momo porta una giacca da uomo che gli arriva sotto le ginocchia e le maniche troppo lunghe gli coprono le mani, ai piedi i sandali di plastica trasparente che fanno correre veloce costano pochi dirham. La colla li rende meno timidi e più spavaldi, sembrano degli Charlotte giocolieri mentre saltellano sulle panchine, fanno capriole sui gradini di cemento del piazzale della stazione, girano come trottole intorno ai pali dei cartelli delle fermate degli autobus, giocano a lanciarsi le bottiglie di plastica vuote. Nelle loro tasche le buste di plastica per aspirare la colla, che stendono anche sulle maniche dei vestiti per sniffarla.
Absamad ha una manina fasciata con una benda diventata ormai sporchissima e macchiata di sangue. Qualche ubriaco lo ha sorpreso per strada a rubargli i soldi e gli ha tirato una coltellata. I due bambini sono neri neri di polvere e di strada, sembrano usciti da un caminetto, i loro vestiti sono trascurati e recuperati dal pattume. Hanno croste sulla pelle del viso, lunghe cicatrici di tagli sulla testa, escoriazioni e piaghe, i capelli rasati cortissimi.
Di nuovo ad Esfi iniziamo a cercarli di giorno e li ritroviamo, perché gravitano più o meno sempre nella stessa zona fra la stazione e la medina la sera quando è affollata e vengono mandati a rubare o a chiedere l’elemosina. Questa volta notiamo più chiaramente la situazione che c’è intorno a loro, perché questi bambini non sono soli. Il gruppetto è formato da Momo e Absamad che sembrano i più piccoli, un ragazzo con la maglia arancione che avrà circa 15 anni, completamente in preda alla colla o comunque molto disturbato dato che i suoi movimenti sono innaturali e molto sforzati, fatica a tenere gli occhi aperti e sembra vedere sfocato e concentrarsi a parlare, e altri ragazzi che si avvicinano e si allontanano facendo un fitto via vai tra la stazione e il parcheggio dei taxi lì di fianco. Insieme a loro ci sono tre adulti, anche loro vivono chiaramente per strada: hanno le voci roche degli alcolizzati e cicatrici profonde sul viso, alcuni zoppicano o hanno braccia che penzolano senza vitalità. Gli adulti controllano i ragazzi. Uno di loro, il più vecchio e rovinato sembra il capo del gruppetto. Intorno a loro altri ragazzi che però non sembrano controllati o stare insieme a loro, sicuramente si conoscono, ma il gruppetto forma una specie di banda chiusa.
Momo e Absamad ci riconoscono, credo si ricordino di noi.
Siamo seduti nel bar della stazione, loro si avvicinano a noi ma insieme a loro arriva subito il piccolo esercito…ci ritroviamo un pò accerchiati, non vogliamo parlare con gli adulti non sappiamo come escluderli, il gruppetto richiama subito l’attenzione del cameriere avvertito da un tipo che sembra sulla strada anche lui ma che pare faccia il “guardiano” per cortile aperto del bar. Momo e Absamad li invitiamo a sedersi con noi….si perdono piccoli nelle sedie troppo larghe, hanno una posizione timida, le mani sotto le gambe e dondolano i piedi, guardano in basso. Ci chiedono da mangiare ma non abbiamo nemmeno il tempo di iniziare a parlare che il cameriere si avventa subito contro Absamad, il più piccolo, e gli rifila un pesante schiaffo sul collo. Absamad salta come una molla, lancia uno strillo e scappa e poi si mette a piangere appena oltre il cancelletto che divide il bar dalla zona di ingresso della stazione. Nessuno bada a lui.
Ci alziamo indignati per discutere con il cameriere che non vuole sentire ragioni.
Coro:
Cameriere: “Non potete portarmi casini qua altrimenti chiamo la sicurezza. Questi si siedono qui e poi cercano di rubarvi. Fanno scappare i clienti. ”
Anche Momo scappa e insieme a lui il ragazzo con la felpa arancione. Absamad non si avvicinerà più. Il gruppetto si raduna davanti all’entrata della stazione insieme ai tre adulti e ci guardano a distanza. Parlano fra di loro, sono seduti a terra o appoggiati al muretto. Elaborando una nuova strategia per aggirare il guardiano, che è il cameriere, e superare il confine del cancelletto del bar. Dopo un pò si incamminano tutti incolonnati verso il parcheggio dei taxi, il più vecchio, il capo chiude la fila. Noi rimaniamo fermi.
Dopo un pò Momo ritorna da solo e senza farsi vedere riesce ad avvicinarsi di nuovo. Di nuovo viene messo in fuga dal cameriere, che ormai controlla anche noi, ed è molto scocciato dal fatto che li richiamiamo.
Momo si siede sul marciapiede fuori dal cancelletto e ci guarda, ci fa segno che vuole mangiare. Lo accompagniamo a prendere da mangiare nel chiosco che sta a fianco al bar, dove i proprietari sono un pò meno brutali con i bambini. Parliamo un pò con lui finalmente.
“Mia madre stava facendo la patente ed è morta in un incidente. Mio padre lavora in OCS, è “uno dei fosfati”. Mio padre è molto ricco. Sono andato a trovarlo, ma sua moglie mi ha graffiato in faccia e non mi voleva in casa”.
Coro:
La cuoca del chiosco: “Non è vero. Io sua madre la conoscevo, era una prostituta ed è stata ammazzata perché è stata con uno, un cliente che l’ha uccisa. Suo padre lavora nei fosfati”.
Momo non sente la conversazione perché è andato a sedere a mangiare il suo panino. Mangia in fretta, poi vede che avanzano 10 dirham e ci dice che i suoi sandali sono rotti e chiede di poterli ricomprare. E noi: “ma con questi 10 dirham ti vai a comprare la colla o ti ci vai a prendere davvero i sandali?”. Momo risponde “adesso vado aspettatemi qua che lo vedete che ci compro i sandali”. Va via e ci saluta.
Coro:
Il guardiano del parcheggio dei taxi: “Questi ragazzini stanno sempre qua intorno, dormono in due case abbandonate qui vicino, insieme ad altri chemkara. Stanno intorno ai capi, che sono quelli che vedete sempre intorno a loro, li proteggono sulla strada, gli danno da dormire e in cambio li mandano a rubare, li inculano e gli danno la colla.”
Il vecchio che vende sigarette di contrabbando: questi tutti vengono stuprati appena vanno sulla strada. Ad un certo punto lo chiedono loro stessi agli adulti.
Epilogo:
Arrivano i capi, richiamano tutti i bambini e i ragazzi. Stasera si va a Marrakesh a rubare, li incolonnano e si dirigono verso la stazione. Absamad e Momo li seguono diligenti annusandosi le maniche della maglietta dove hanno spalmato la colla.
Li guardiamo impotenti. Ecco i figli del bledi di cui nessuno ha cura.
Capitolo quarto - Said il pescatore
Said è al porto questa mattina. I pescherecci sono già rientrati e sulle banchine c’è un gran fermento intorno alla vendita del pesce steso a terra: si contratta sul prezzo. In un angolo qualcuno alza troppo la voce, partono le offese e qualche pugno, poi arrivano altri del porto a dividere i duellanti. Il porto oggi è agitato.
Said ha 6 anni, è seduto sul bordo della banchina fra i pescherecci e sta pescando nell’acqua sporca e piena di carburante del porto. Pesca con un filo a cui sta appeso un piccolo amo. Ha preso un pesce caduto dalle casse dei pescatori, litigandoselo con i gabbiani e con i gatti, e con quello costruisce i suoi ami. Poi lancia in acqua l’amo e aspetta. È un bambino, ma è seduto accovacciato, fermo ed in attesa del destino come un vecchio. Vicino a lui un grosso sacco di corda dove ha messo il raccolto della sua giornata di lavoro: una decina di pesci che sono una varietà scadente di sardine che nemmeno ha mercato.
Quando lo vediamo lo salutiamo con la mano da lontano, ci fa un sorrisone e ci fa un segno anche lui, ma poi bruscamente si ricompone, si gira e guarda fisso in acqua in attesa del pesce. Ci sediamo vicino a lui e gli chiediamo della sua pesca. Non alza mai lo sguardo, è diffidente e chiuso: si protegge e questa è una regola della sua mattinata di lavoro. Emana intorno a lui sempre un odore di colla, i suoi vestiti ne sono impregnati, ma oggi è sano e parla e si muove normalmente.
Said è solo, è uno dei bambini della banda della stazione, vive in strada e non sappiamo nulla della sua famiglia, ma tutto del suo aspetto e dello stile dei suoi gesti dice che in strada c’è già da un pò: si muove sicuro, elastico, scivola dentro i mondi come quello del porto inosservato e lo incontriamo sempre in tutti i posti dove un bambino non dovrebbe mai stare, soprattutto di notte, e dove invece lui sembra spostarsi sempre a suo agio e senza paura.
Ad un certo punto il pesce abbocca, Said lancia un piccolo grido di entusiasmo, un riflesso del suo essere bambino, che subito soffoca. Si risiede e tira su il pesce serio e noncurante, noi applaudiamo alla sua bravura, lui nasconde un’espressione di soddisfazione e di timidezza per i complimenti ricevuti e guarda in basso.
“Dove vai adesso Said a mangiare questo pesce?”
“Vado a dividerlo con i miei amici della stazione, lo cuciniamo lì insieme”.
Sembra un gioco questa pesca, ma è sopravvivenza per Said, che soddisfatto si carica su una spalla il sacco di pesce e si avvia veloce fuori dal porto: il sacco striscia per terra perché è troppo grande per la sua piccola statura, i suoi pantaloni logori sono troppo larghi, la felpa gli arriva alle ginocchia, fatica a non perdere le scarpe da tennis recuperate chissà dove. È molto buffo il suo aspetto, sembra un bambino travestito da adulto, ma è un vecchio in cui si affaccia ogni tanto un bambino.
Al marsa ci girano molti bambini, lì vanno a cercare qualcosa da fare per mangiare o per mettere insieme qualche dirham, intanto imparano a frequentare forse l’unico posto dove da adulti potranno trovare un umile lavoretto. Mentre stanno al marsa i bambini ascoltano i racconti degli adulti: le storie di coltelli e risse, i racconti dei tentativi di migrare, i racconti dei rimpatriati, le dicerie sull’Europa – la Spagna e la Francia soprattutto sono i paesi sognati – le storie esagerate di chi un pò ubriaco racconta di impossibili sbarchi sulle coste della Svizzera che forse è scambiata per la Svezia, ma comunque è uno di quei freddi e ricchi paesi del nord Europa.
Esfi ha delle bellissime spiagge, ma Said ed i suoi amici fanno il bagno nell’acqua sporca del marsa, forse perché se vanno in spiaggia li scacciano perché rubano, o forse perché il bagno è solo un momento di pausa che riescono a prendere mentre sono nel loro posto di lavoro, da cui non possono mai allontanarsi. Sotto lo sguardo noncurante ed abituato alla loro presenza dei pescatori, i bambini si buttano nudi in acqua dalle rocce vicino all’imbocco dei pescherecci sulla terraferma, giocano fra le bottiglie di plastica e i rifiuti che galleggiano: inventano così la loro personale versione di una piscina e in quel momento sono bambini.
A forza di stare al marsa e di non avere futuro davanti prima o poi uno di questi ragazzini si imbarca anche lui come i grandi e va a rischiare. In fondo basta poco: un pò di colla per farsi coraggio, un sacchetto di datteri e un pò di acqua per superare la fame nascosti sulla nave. Se si ha fortuna si arriva in Europa dove si diventa Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA).
Ma questo è un altro capitolo.
Intanto Said cerca un posto dove cuocere il pesce con i suoi amici di strada, altri bambini come lui, che sono la sua famiglia.




1 commento
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5 settembre 2010 a 9:43 am
hossine ait taleb
grazie dotss fulvia ,è veramente un racconto della realtà che purtroppo esiste in marocco.come c sono molte …e un grand lavoro da parte tua portare voce di queste bambini attraverso queste storie,io sinceramente vedo che se noi la comunità marocchina in italia non si collabora con voi e sara il minimo che dobbiamo fare per aiutare i nostri figli sorelle e fratelli per uscire di quella situazioni..perché in quella situazioni poteva essere io tu o uno della nostra famiglia…la deferenza è che noi abbiamo avuto una fortuna e un chance che loro poveri non l ‘ho hanno avuto,e questo per me una responsabilità verso loro piuttosto che fortuna…grazie