di Elmar Loreti – Tunisi, 8 maggio 2011
Il gatto esce da sotto l’autoblindo, strizza gli occhi alla luce del mattino, sbadiglia e stira le gambe pigramente. Sopra il blindato due soldati fumano e parlottano fra loro, i caschi che brillano al sole.
Di là dalla barriera di filo spinato la vita scorre tranquilla: gente che va e gente che viene al centro di avenue Bourguiba, all’ombra degli alberi, caffè affollati, qualche turista che fotografa lo spiegamento di forze di fronte al Ministero degli Interni, a destra dell’orrenda torre dell’orologio che campeggia su quella che era piazza 7 novembre e che ora è stata ribattezzata 14 gennaio.
Le auto arrivano da dietro alla torre e imboccano l’avenue, andando ad alimentare un ingorgo perenne, in cui cercano di farsi largo a colpi di clacson. Se si percorre l’avenue è tutto un susseguirsi di bar, caffè, ristoranti e grandi alberghi, all’ombra dei quali i venditori ambulanti di sigarette fanno i loro affari. Uomini vestiti all’europea, ragazzine fasciate dai jeans, la chioma corvina al vento; ma anche barbe lunghe e caffettani, veli neri e guanti, nonostante il calore mattutino.
Il gatto guarda annoiato tutto questo e si avvia al piccolo trotto verso il vicolo che fiancheggia il Ministero degli Interni, passando accanto a poliziotti in tenuta antisommossa appoggiati ai loro scudi di plexiglas.
A qualche centinaio di metri, quasi di fronte al duomo in cui vennero celebrati i funerali di Bettino Craxi, dei ragazzini se ne stanno seduti sui gradini del teatro, un bell’edificio bianco ornato di marmi e arabeschi. Poco a poco i gradini del teatro vengono tutti occupati, non c’è più posto per sedersi; si rimane in piedi, in attesa. Nella zona pedonale al centro della strada, all’ombra degli alberi, la gente inizia a fermarsi, guardando verso il teatro.
Qualche canto sparuto e poi iniziano i cori. Un centinaio di persone accanto al teatro, molte di più nella strada di fronte. Discussioni, foto coi telefonini, le prime telecamere che arrivano.
La folla di fronte al teatro continua a ingrossarsi, i cori continuano. Dopo qualche minuto i ragazzini lasciano i gradini del teatro, parte il corteo: direzione Ministero degli Interni. Le saracinesche dei negozi si abbassano.
Il fatto è che ieri, durante un’altra manifestazione, i poliziotti non sono stati teneri, soprattutto con i giornalisti: Zoubeir Souissi della Reuters e Chafia Brahmi del quotidiano Achourouk sono stati aggrediti e si sono visti confiscare le macchine fotografiche; Salah Habibi di Le Quotidien ha dovuto dare ai poliziotti la memory card della sua macchina e, soprattutto, Abdelfattah Belaid dell’AFP è stato inseguito fin dentro la sede del quotidiano La Presse e brutalmente pestato di fronte allo sguardo attonito dei suoi colleghi.
Scene di guerriglia urbana, ieri, in diversi punti della città: oltre che in centro, ci sono stati scontri nella notte a Le Kram e la Goulette – il porto di Tunisi, vicino a Cartagine – e a Cité El Khadra.
Le ragioni della manifestazione di ieri – scoppiata a seguito di pesanti accuse contro il Governo e i militari, fatte dall’ex Ministro degli Interni Farhat Rajhi mercoledì – si sono perse in dimostrazioni di ostilità contro la polizia, accusata di continuare con i metodi a cui si era abituati sotto Ben Alì e di volersi vendicare della cattiva immagine che, a ragione, la stampa ne ha dato.
Questa mattina, sabato, si manifesta per la libertà di espressione e per chiedere ragioni al Ministro dell’Interno del comportamento delle forze dell’ordine.
Il corteo si ingrossa lentamente mano a mano che risale avenue Bourguiba; saranno un migliaio i manifestanti quando si arrestano di fronte ai rotoli di filo spinato che proteggono il ministero.
Oltre quella barriera, una dozzina di soldati schierati guardano nel vuoto, dietro di loro ci sono alcuni mezzi blindati della polizia e dell’esercito; alcuni poliziotti, chi con il casco, chi con il passamontagna e alcuni funzionari del ministero guardano la folla e parlano fra loro. Un pò più a sinistra, parcheggiate al lato di piazza 7 novembre, una decina di camionette della polizia.
La folla urla slogan, accompagna con un gesto ormai noto il grido dégage e continua a ingrossarsi mano a mano che altra gente accorre. Non ci sono tentativi di oltrepassare la poco invitante barriera di filo spinato, non ci sono tentativi di aggirarla né di cercare lo scontro. Non vengono tirati oggetti, solo invettive.
Dopo qualche minuto la folla ha uno sbandamento, la gente corre verso una strada laterale ma è subito chiaro che si tratta di un falso allarme. Voltandosi verso la torre dell’orologio, tuttavia, si notano le camionette della polizia entrare lentamente, in due colonne, in avenue Bourguiba, dal lato opposto della strada rispetto all’edificio del ministero, quasi volessero posizionarsi dietro ai manifestanti.
Un piccolo gruppo si fa loro incontro, le mani ben in vista, sedendosi sull’asfalto a una ventina di metri dai veicoli blu, che si fermano. Fra le camionette ci sono due persone a piedi, uno è un omone enorme in uniforme blu con il volto coperto da un passamontagna, l’altro ha un’uniforme più chiara, è un alto ufficiale, un colonnello.
Guardano per alcuni secondi e poi il colonnello si avvicina, solo, alla gente. Viene accolto a grida e a insulti, cui lui, pacatamente, risponde spiegando, a quanto pare, che le violenze del giorno precedente erano l’iniziativa personale di poche mele marce, che sarebbero state individuate e perseguite. Ha del coraggio, bisogna riconoscerlo, buttarsi in mezzo a quella calca senza alcun tipo di protezione non è da tutti; c’è anche da dire che i manifestanti, pur se urlanti, fanno di tutto affinché non venga spintonato a causa della confusione.
Mentre il colonnello parla, alcune camionette si fanno più vicine, due di queste si appostano nella zona pedonale, giusto a fianco del filo spinato; altre, sempre su due colonne, si fanno più avanti e finiscono in mezzo ai manifestanti. Dentro, oltre al guidatore, non ci sono mai più di uno o due agenti.
Ora la manifestazione è spezzata in più parti: alcuni continuano a inveire all’indirizzo del Ministero degli Interni, altri, avendo riconosciuto qualcuno dei poliziotti oltre il filo spinato, lo addita e lancia le sue accuse; la maggior parte si trova in mezzo alle camionette, urlando ai poliziotti attraverso le grate che proteggono i finestrini. Gli slogan continuano, telefonini, fotocamere e videocamere continuano a filmare e a fare foto. Continua ad affluire gente.
Il colonnello è ormai sparito.
La tensione è sempre più alta: alcuni iniziano a tirare calci alle camionette, prontamente fermati da altri manifestanti che invitano a non sfociare nella violenza. Volano sacchi del pattume all’indirizzo della polizia e, ancora una volta, la maggior parte delle folla si oppone, visibilmente contrariata.
Senza una ragione apparente, la seconda camionetta della colonna inizia a indietreggiare, tamponando quella che gli sta dietro: inizia un lento e maldestro ripiegamento, accompagnato dagli applausi della gente, verso piazza 7 novembre.
Quando tutte le camionette sono fuori dall’avenue Bourguiba, all’improvviso, la situazione precipita: una bomba molotov viene scagliata contro un albero, un’altra si disintegra sull’asfalto a una certa distanza dai poliziotti. Istantaneamente, quasi come se i poliziotti stessero aspettando le molotov, si sentono gli spari attutiti dei fucili lacrimogeni. I proiettili volano lasciando la loro scia a spirale.
La gente corre lontano dal fumo acre che invade la strada, si rifugia nei vicoli. Qualcuno cade e viene soccorso. Ci si ripara nelle vie laterali cercando di respirare liberamente e di liberarsi dal senso di vomito causato dal gas. Le camionette corrono a folle velocità nella grande avenue ormai deserta. Spuntano poliziotti armati di manganelli e di grosse spranghe di ferro e si mettono a inseguire la gente nei vicoli.
Vedo un poliziotto colpire con una spranga un ragazzo che stava ritornando sull’avenue; dietro di lui c’è il colonnello che poco prima aveva parlato con la folla e lo redarguisce duramente.
La battaglia si estende, vengono sparati lacrimogeni fino in place de la République, a circa 400 metri da avenue Bourguiba; uno di questi, a quanto pare, finisce molto vicino alla stazione, affollatissima, del tram generando un fuggi fuggi generale. Dall’altro lato, la guerriglia continua intorno a Place Barcélone, dove c’è la stazione dei treni e l’ambasciata italiana e continuerà fino a sera.
Twitter diffonde notizie di attacchi indiscriminati a tutti i passanti che si avventurano su rue de Marseille e avenue de Paris.
All’ora di cena, il governo annuncia l’instaurazione del coprifuoco dalle 21 alle 5, con scarsi risultati: in vari quartieri, a cominciare da le Kram e Salambo, dove abito, decine di persone scendono in strada per confrontarsi con la polizia.
Gli elicotteri sorvolano.
Ai lacrimogeni si aggiungono i proiettili veri.
Che cosa sta succedendo?
Sembra abbastanza chiaro che la polizia abbia cercato lo scontro: si trattava di una manifestazione organizzata in fretta e furia, in cui i partecipanti avevano ben in mente quello che era successo il giorno prima e si sforzavano di non dare alla polizia pretesti per intervenire.
Dal canto suo, la polizia, ha cercato di avvicinarsi senza che ve ne fosse la necessità e è sembrata eccessivamente pronta a rispondere coi lacrimogeni ad azioni di vandalismo minori e palesemente osteggiate dalla grande maggioranza dei manifestanti.
Sembra anche plausibile che, fra le file dei manifestanti, vi fossero dei provocatori.
Sembra anche che vi sia uno scollamento all’interno della polizia, fra gli ufficiali di alto grado e i sottufficiali o fra reparti diversi. Le intenzioni del colonnello, infatti, sembravano genuine: quando si è immerso, a suo rischio, nella folla, non l’ha fatto con atteggiamento di sfida, cercando di provocare una reazione ma di calmare gli animi. Quest’idea è corroborata dalla scena che ho visto, in cui ha stizzosamente richiamato all’ordine il poliziotto che aveva preso a sprangate un manifestante.
D’altro canto non è chiaro il ruolo dell’esercito: da un lato vi sono stati, oggi, episodi in cui alcuni manifestanti si sono rifugiati presso i militari per sfuggire alla polizia e, in un caso, dei militari hanno sparato in aria per allontanare dei poliziotti colpevoli di aver lanciato un lacrimogeno troppo vicino a loro; d’altro canto, tuttavia, testimoni riportano la presenza di militari fra i picchiatori in azione in rue de Marseille e avenue de Paris.
In tutto questo, l’annuncio del coprifuoco non ha fatto altro che scaldare gli animi, invitando la gente a sfidare il divieto di uscire.
Chi ci guadagna da tutto questo?
A poco più di due mesi dalla data fissata per le elezioni, è evidente che da una situazione di tensione e di scontri di piazza ha molto da guadagnare chi è interessato a far slittare la data delle elezioni, ovvero quelle formazioni legate al passato regime che stanno cercando di rientrare nella vita politica del paese. Rimandare le elezioni, del resto, rappresenterebbe un salto nel buio: se le si rimanda una volta si legittima una spirale di rinvii a cui ciascuna forza politica potrebbe fare ricorso secondo le contingenze del momento, con una ben poco allettante “ivorianizzazione” della transizione democratica tunisina.
Un’altra ipotesi che circola, anche a seguito delle dichiarazioni del ex-ministro Farhat Rajhi, è che si stia cercando di creare il clima adatto a un colpo di stato: sembra difficile che questo possa venire dai militari, che sembrano appoggiare le istanze di democratizzazione del popolo. Un colpo di stato poliziesco, poi, pare ancora più improbabile.
Staremo a vedere.
Intanto domattina il gatto si sveglierà dal suo comodo posto sotto all’autoblindo e potrà sbadigliare annoiato alla vista di una nuova manifestazione in programma per le 11.




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