da Giuseppe Di Maria, stagista Ciss
Da poco più di un mese nei Balcani. La Repubblica ex Jugoslava di Macedonia ha da poco compiuto il suo ventesimo compleanno e, come tutti i ventenni, sta attraversando una fase di transizione dall’adolescenza alla piena maturità. Qualcuno per l’occasione ha voluto regalarle un graffito raffigurante il numero venti con a fianco la scritta “Na Zdravje!” che equivale al nostro italianissimo “Alla Salute!”
Passeggio lungo le rive del fiume Vardar, assorto nei miei pensieri. Osservo le sue calme acque, una frontiera naturale tra la Stara Čaršija (in tempi remoti un bazar ottomano) e Piazza Makedonija, tra l’antico e il moderno, tra moschee e chiese ortodosse, tra una piccola bottega artigiana e un grande centro commerciale in salsa balcanica, tra macedoni ed albanesi. L’antico ponte di pietra collega le due parti di Skopje, attraversarlo è come compiere un viaggio surreale nel tempo e nello spazio; peculiarità di una macedonia multiculturale.
Dal punto di vista sociale ed urbanistico la questione della separazione è estremamente accentuata: esiste realmente un’identità collettiva a Skopje? La città è composta da dieci municipalità, microcosmi caratterizzati da un’apparente ma fortissima divisione, i macedoni a Centar, gli albanesi a Čair, i rom a Šuto Orizari (Shutka).
Si aspirava a questi risultati dieci anni fa siglando l’Accordo Quadro di Ohrid?
L’istituzione delle pratiche di power-sharing, il diritto di veto per le minoranze, la rappresentanza paritetica nell’amministrazione pubblica e il processo di decentramento amministrativo, punti chiave degli accordi, sono senza dubbio indispensabili strumenti della strategia volta a contenere le tensioni tra le varie culture e garantire un’equa rappresentanza delle minoranze favorendo il consolidamento della pace e della democrazia nel paese; tuttavia credo che tutto ciò non abbia dato i frutti essenziali per la genesi di una società integrata.
Accendo l’ennesima dannata sigaretta pensando alla Macedonia, terra colpita solo marginalmente dalle violente e sanguinarie guerre jugoslave, ma non per questo priva di quel marcato senso di nazionalismo esternato nell’esposizione delle numerose bandiere che s’incontrano ad ogni angolo di Skopje. Quello stesso nazionalismo alimentato dall’appena riconfermato presidente Gruevski e dai suoi sostenitori attraverso la realizzazione dell’invasivo piano architettonico denominato “Skopje 2014”, il cui obiettivo è quello di modernizzare il volto della capitale macedone, esasperandone però i connotati identitari. Questa disarmonica rinascita urbanistica consiste nel proliferare di nuovi edifici in stile pseudo barocco e neoclassico e in un melting pot schizofrenico di simboli allegorici che rievocano storie antiche che appartengono alla città in maniera quantomeno controversa. L’esempio più calzante di questo tentativo di riduzione della personalità multiculturale della città è l’imponente statua in bronzo che sovrasta piazza Makedonija: Alessandro Magno a cavallo del fedele Bucefalo, con tanto di spada sguainata, condottieri e leoni ruggenti alla base dell’enorme piedistallo, ornato da bassorilievi raffiguranti scene belliche.
L’idea progettuale è stata accolta da vibranti proteste, ha scatenato una baraonda mediatica e aspre critiche da parte dell’opposizione e della società civile. Il governo però ha già avviato i lavori.
Skopje 2014 rischia quindi di alimentare ulteriormente le tensioni tra macedoni e albanesi, esso rappresenta la massima espressione delle politiche governative non partecipate, attuate paradossalmente in un momento di grande fervore accademico e non solo, sui temi della cittadinanza attiva e soprattutto dello sviluppo locale partecipato.
Cammino e rifletto. Forse avrebbero dovuto farlo anche i “pianificatori” di Skopje 2014.
Realizzo quanto sia rilevante in questo contesto il progetto del CISS Cittadini di Macedonia, pionieristico nelle municipalità rurali, che promuove l’integrazione culturale e l’educazione alla cittadinanza nelle scuole secondarie di Tetovo, Struga, Gevgeljie, Negotino, Bogdanci e Valandovo. Il progetto, in corso di realizzazione, intende creare una rete tra i diversi attori del sistema sociale macedone con la partecipazione attiva dei beneficiari, della società civile e delle istituzioni pubbliche. Come dice Alessia, consulente del CISS, Cittadini di Macedonia è un “laboratorio di buone pratiche”, dove sperimentare concretamente metodi didattico/pedagogici che permettano di valorizzare la cittadinanza attiva. Le attività si svolgono in ambito extracurricolare, ma con un approccio inseribile nelle didattiche curricolari; il progetto è quindi in linea con la Strategia Nazionale per lo Sviluppo dell’Educazione 2015 del Ministero dell’Educazione e della Scienza macedone, che ha tra i suoi obiettivi quello di inserire la cittadinanza attiva nei programmi scolastici.
Mi interrogo su quanto possa essere difficile, per giovani cresciuti tra conflittualità, marginalizzazione e ghettizzazione, pensare in termini di interculturalità, cittadinanza attiva e tolleranza e credo che una risposta possa essere offerta proprio dalla scuola perché essa rappresenta la principale agenzia di socializzazione primaria.
Creare un senso comune tra i giovani è una delle priorità di Cittadini di Macedonia e credo sia anche un modo per consolidare il fragile equilibrio di questo giovane paese; la strada che conduce ad una società integrata è senza dubbio impervia, ma come dice Tonino Guerra “L’ottimismo è il profumo della vita!”, quindi, Na zdravje Makedonija!







1 commento
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3 dicembre 2011 a 1:44 pm
Maria
Per fortuna oggi ci sono ancora dei giovani che nel progettare il loro futuro lo fanno portando avanti degli ideali:complimenti Giuseppe la tua analisi della società macedone è degna dei migliori statisti e il progetto al quale collabori vuole costruire una realtà di coesione tra le nuove generazioni dalla quale uno stato democratico non può prescindere…in bocca al lupo a tutto il tuo gruppo di lavoro!