di Silvia Scimeca – stagista CISS Territori Palestinesi

Mi trovo in Palestina da circa due mesi e mezzo, tra qualche settimana finirà il mio stage e scadrà il mio visto: è tempo di bilanci, di riflessioni su quello che è stato il mio stage con il CISS in questo paese, sulle ricadute che questa esperienza ha su di me sia dal punto di vista umano che professionale. I due aspetti, quello umano e quello professionale, in un lavoro come questo e in un contesto come questo, credo che siano intrecciati.

Ho vissuto un periodo molto intenso e credo che alcune cose le capirò solo quando rientrerò nella mia città, quando avrò modo di ripensare a questo paese dall’esterno. Qui ci sono infatti alcune cose a cui in qualche modo purtroppo ci si abitua, ad esempio il muro ed i check-point…

Per chi come me vive a Ramallah, ma quasi ogni giorno va in ufficio a Gerusalemme, vedere il muro che divide i Territori Palestinesi dallo Stato di Israele (perché la Palestina non è uno Stato ma Israele sì…), un muro che è veramente un pugno nell’occhio e un’offesa all’essere umano in generale e palestinese in particolare, diventa quasi normale, non nel senso che è giusto che ci sia ma nel senso che c’è ed è così imponente e immobile che non puoi che farci l’abitudine, lo guardi e ti senti impotente. Da quando ho attraversato a piedi il check-point di Qalandia, quello più vicino a Ramallah sulla strada che porta a Gerusalemme, penso che appena vedrò di nuovo dei tornelli non li assocerò più ad una domenica allo stadio per vedere una partita di calcio ma proprio a Qalandia e ai check-point che Israele ha imposto come unico varco, strettamente sorvegliato, tra i kilometri di muro che dividono questa terra che un tempo era tutta Palestina… Mi è anche capitato di attraversare Qalandia dal lato riservato ai palestinesi, un ingresso che improvvisamente si trasforma in una grande sala circondata da sbarre che fa pensare semplicemente ad un carcere.

Mentre scrivo queste cose mi vengono in mente alcuni testi scritti dai bambini di Nablus nel loro magazine ‘Voice of Kids’, la cui traduzione in italiano è stata una delle cose di cui mi sono occupata in questi mesi. Questi bambini ed adolescenti spesso fanno riferimento all’occupazione israeliana, ai militari che in piena notte sono entrati in casa loro, qualcuno ha paragonato la Palestina ad un abito da sposa strappato dall’occupante, qualcun altro invece ha fatto riferimento al boicottaggio dei prodotti israeliani e alle diverse ricadute che questo può avere sull’economia palestinese da un lato e su quella israeliana dall’altro. Leggere e tradurre questi testi è un pò come avere per un attimo i bambini davanti che ti raccontano la loro esperienza, la loro assurda quotidianità.

La quotidianità qui è fatta anche di colonie israeliane in aumento. Sulla strada che collega Ramallah a Nablus (dove ha sede Human Supporter Association, il partner locale del CISS) spesso si vedono gruppi di graziose villette a schiera abbarbicate su delle collinette: colonie. Quando abbiamo percorso quella strada la prima volta, Salvo, Valentina e Clara mi hanno spiegato che queste colonie sono in continuo aumento e chi è qui da tempo ha avuto modo di notare la loro espansione. Questo mi fa pensare che prima o poi Israele entrerà in possesso di tutto ma proprio tutto quanto il territorio, a discapito di qualsiasi risoluzione ONU e di qualsiasi divisione in zona A, B e C. Ma dall’altro lato ci sono i bambini che ho conosciuto tra Nablus (in occasione del laboratorio che ho gestito) e il campo profughi di al-Am’ari e tutti i palestinesi che ogni mattina vanno a lavorare: loro sono il segno che qui la vita continua nonostante questa assurda situazione, il segno che questa gente vuole andare avanti, alcuni vorrebbero lasciare la loro terra, altri non se ne andrebbero mai, ognuno fa la sua scelta, comprensibile e rispettabile in ogni caso, ma credo che il senso sia sempre lo stesso: resistere e andare avanti.

Un episodio che mi ha colpita molto in questi mesi è stata la vicenda di Samar, una ragazza di Gaza colpita al bacino circa cinque mesi fa da un missile che è entrato dentro casa sua. In seguito agli interventi subiti nell’ospedale israeliano si è ritenuto necessario dare la possibilità a Samar di sottoporsi ad un periodo di riabilitazione in Italia, dal momento che lo stesso tipo di terapia negli ospedali israeliani ha un costo che ammonta a circa 20.000 euro. Le complicazioni sono state tante, l’ostacolo più grande era ottenere il permesso, sia per Samar che per la madre, di uscire dall’aeroporto di Tel Aviv. Nonostante fossi già informata della situazione, quando sono andata a trovarla in ospedale con Valentina e Clara ho provato delle emozioni particolari: da un lato ero molto dispiaciuta per quello che è successo a Samar e pensavo anche che ci sono tante altre situazioni spiacevoli in questo paese (e non solo in questo); dall’altro lato pensavo che, nonostante la situazione, Samar ha avuto la possibilità, che non è affatto scontata, di incontrare delle persone come Valentina, Salvo e Clara e come Ztvia che si sono spesi tanto perché potesse avere la possibilità di andare in Italia partendo dall’aeroporto di Ben Gurion insieme alla madre. Inoltre, vedere due donne palestinesi (Samar e la madre) insieme a due donne israeliane (le due donne che hanno contribuito ad aiutare Samar) nella stessa stanza a chiacchierare serenamente e a gioire della notizia che il permesso di uscire da Ben Gurion era stato ottenuto, mi ha fatto riflettere sul fatto che a volte delle piccole speranze ci sono e che, in fondo, c’è tanta gente che sa andare al di là del diverso credo religioso e che crede nella possibilità di una sana convivenza, nel caso specifico tra israeliani e palestinesi.

Un altro episodio, o meglio un’altra persona mi ha lasciato un segno…

Ero andata a visitare il Freedom Theatre a Jenin con Clara e un’altra ragazza. Prima di tornare a casa, mentre eravamo sedute intorno ad un tavolo a prendere un caffè con uno dei ragazzi che si occupano del teatro, è entrato un uomo, alto, di circa 50 anni, col volto segnato dalle rughe, si è avvicinato a salutare il nostro amico e si seduto al tavolo con noi. Non avevo idea di chi fosse e poco dopo mi sono sentita in una situazione surreale… Si chiama Ismael Khateeb, un uomo palestinese il cui figlio è stato ucciso dagli israeliani e che nonostante ciò ha donato gli organi del figlio anche a bambini israeliani… In quell’occasione ho avuto modo di sentire la storia di quest’uomo dalla sua viva voce e il grande messaggio di pace che rappresenta.

Credo che conoscere queste realtà da libri o da articoli non sia come viverle in prima persona ma nello stesso tempo mi risulta difficile raccontare, dare testimonianza di questi miei tre mesi di vita in Palestina. Penso comunque di essere una “privilegiata”, perché sto avendo la possibilità di vivere, seppure un breve periodo, in questo paese e di lavorare al fianco di persone come Salvo, il mio tutor, Valentina, Clara e Fatin, grazie ai quali ho imparato tante cose dal punto di vista lavorativo che hanno reso valido il mio stage. Con loro ho imparato a condividere non solo l’ufficio ma anche i momenti di gioia e i momenti di tensione che vanno al di là di uno sterile rapporto lavorativo.