di Luigi Menchini – cooperante CISS in Libano

Il confine del nord del Libano con la Siria è sempre stato quasi poco più di una pretesa di formalità, negli ultimi 5 o 6 anni; attraversarlo in un senso o nell’altro non era mai un problema per le persone, e pochi problemi incontravano pure per le merci.

Il contrabbando infatti è sempre stato uno dei pilastri dello sviluppo economico, in quest’area dove attività produttive vere e proprie, redditizie e legali al 100% davvero non riescono ad allignare; se proprio non direttamente incoraggiato dalle autorità di entrambi i paesi, il fiorente sistema di traffici di tutti i tipi neppure è mai stato osteggiato sul serio. In fondo riusciva a supplire ad un sistema di scambi e di mercato legale quasi del tutto inesistente – per cui il sistema “clandestino” non poteva certo danneggiare l’ufficiale; in più generava redditi, posti di lavoro, buona circolazione di divisa anche pregiata, mentre assicurava il rifornimento di merci e beni di buona qualità a costi contenuti sopratutto al mercato libanese – altrimente asfittico.

Infatti il Libano ha da anni una sola frontiera terrestre “aperta”, quella con la Siria, che in realtà avvolge l’intero paese da nord a sud, fino a quell’estremo confine sud cioè dove comincia il territorio sotto occupazione militare israeliana, in costante stato di guerra più o meno “low intesity”, dove gli scambi di bombardamenti sono la regola – l’ultimo in ordine di tempo neanche un mese fa.

La estesa frontiera marina soffre comunque dell’incertezza, dell’insicurezza di una regione di conflitto ormai storico davvero, da decenni.

Con la crisi siriana degli ultimi mesi improvvisamente questa unica frontiera terrestre si restringe fino a chiudersi quasi completamente: rimangono aperti i “varchi legali”, quelli cioè che consentono al regime siriano di controllare i flussi di persone che cercano di sfuggire alle massiccie repressioni, al conflitto interno fuori controllo.

La frontiera fuori da questi varchi viene minata sistematicamente, con la pretesa di “difendere la Siria dal traffico di armi clandestino” e dalle “infiltrazioni di bande terroristiche”; però le prime vittime delle mine sono proprio i trafficanti, i contrabbandieri sia libanesi che siriani.

E’ probabile che il ventaglio delle “commodities” contrabbandate dal Libano alla Siria si fossero nel frattempo arricchite di un aumentato traffico di armi, esplosivi e munizioni, anche semplicemente per la “normale” legge di mercato della domanda e dell’offerta: una ricerca “di mercato (nero)” fatta da enti di provata serietà, certificava che il prezzo (sul mercato nero interno) di un fucile d’assalto AK47 per esempio – un classico: il mitico Kalashnikov – che in Libano sono venduti con una certa liberalità, fosse passato nell’arco di soli 2 mesi, fra agosto e ottobre, da 700 a ben 2.000 dollari più o meno.

La stessa ricerca di mercato indicava nella grande richiesta sul mercato siriano l’origine degli aumenti spropositati.

Ugualmente è probabile, anzi: sicuro, che il settore “innovativo” di intervento redditizio dei contrabbandieri sia nel frattempo diventato proprio quello del traffico dei profughi in fuga dalla Siria; che presuppone oltretutto un “indotto” notevole, una vera e propria “filiera” – come si direbbe in termini commerciali/produttivi: documenti falsificati, logistica di accoglienza in Libano, strutture di servizi – primi fra tutti quelli sull’informazione dei movimenti dei servizi segreti, sia libanesi che siriani operanti in Libano, responsabili di decine di sparizioni di profughi negli ultimi mesi.

Dunque, indotto e filiera gestiti dai trafficanti: e che non ci si scadalizzi dell’apparente cinismo dei termini, perchè non è nel definirlo in questa maniera, il cinismo… il cinismo è quello di un sistema che trasforma tutto, anche la sofferenza umana, in occasione di profitto, in “mercato”.

Neppure deve risultare cinico affermare che, dovuto alle pluridecennali conseguenze irrisolte delle drammatiche vicende di conflitti che si sono intersecati in Libano: interni, internazionali, regionali, interetnici ed interreligiosi, addirittura settari “intrareligiosi” – quella del “trafficare” sia diventata una specie di cultura, per i Libanesi, intrinsecamente poi convalidata dalle enormi difficoltà della quotidianeità di un “posguerra” che di “post” ha veramente poco…

Armi e profughi sono un’occasione di business piuttosto usuale, purtroppo, da almeno 64 anni a questa parte, in un Paese dove i profughi rappresentano quasi il 20% della popolazione, e dove tenere armi da guerra, granate, munizioni, per le famiglie è altrettanto normale come avere la lavatrice o il frullatore, in casa.

Visto che le regole “normali” dello sviluppo di mercato non hanno valore o applicazione per i settori come il traffico di armi e le opportunità derivate dai flussi di profughi, ecco dunque che si supplisce – da almeno 3 generazioni, con quelle altre regole, non scritte nè ammesse a voce alta, del mercato clandestino – che in fondo è esteso, consistente almeno quanto l’altro, il legale – se non di più.

In Libano il mercato “parallelo” dell’illegalità non è gestito da grandi gruppi di mafia, “trafficantes”, delinquenza organizzata, come altrove; è piuttosto un tessuto esteso, di quelle che si potrebbero chiamare “micro, piccole e medie imprese”, molte a conduzione familiare in realtà – spesso artigiani o piccoli imprenditori riconvertiti al “nuovo settore”, per mere ragioni di sopravvivenza.

E’ una regola di sviluppo industriale ben riconosciuta a livello globale – si pensi alle dinamiche dei “distretti industriali” e dei “poli di sviluppo” in Europa e sopratutto in Italia: quando un settore produttivo tradizionale entra in crisi, è sopratutto la capacità di “riconversione produttiva”, la altrimenti detta “specializzazione flessibile” appunto delle micro, piccole e medie imprese che assicura una nuova prospettiva di continuità (se non di crescita addirittura) economica.

Con la chiusura delle frontiere terrestri incontrollate, con lo spiegamento dei campi minati per centinaia di chilometri in terra, dunque, un’alternativa si è fatta strada – il traffico via mare, là dove la costa fra Libano e Siria è in fondo un golfo angusto, un braccio di mare di pochi chilometri, tradizionalmente poco controllato da forze dell’ordine di entrambi i paesi, esattamente poco più di una ventina di chilometri a nord di Tripoli, la seconda città del Libano.

Una regione costiera di pescatori da “sotto-costa”, di piccolissimo cabotaggio e di perenne scarso rendimento: il pescato è poco, di bassissima qualità specialmente per i tassi altissimi di contaminazione – sopratutto quella residuale “da guerra” ventennale, alla quale si è aggiunta più recentemente “quella da pace”: da spazzatura e scarichi industriali e fogne urbane.

Da qualche mese comunque le piccole imbarcazioni tornano nei porticcioli dei villaggi costieri libanesi peschieri cariche – non di pesci, però…

Le foto scattate (di nascosto: in Libano quasi nulla si può fotografare liberamente) a novembre e dicembre mostrano le piccole barche rientrare stipate di persone al limite della portata: un’immagine purtroppo conosciutissima nel Mediterraneo europeo – quella dei “barconi dei clandestini”, ma relativamente nuova per questa costa interna mediorientale.

Dunque, finora era facile vedere le barchette cariche all’inverosimile rientrare in Libano… fino a sabato scorso, 21 gennaio 2012, almeno; ora però tutto dovrà cambiare.

Perchè è successo – all’improvviso – che la barchetta dei 2 fratelli Fadi e Khaled Hamad, pescatori libanesi poco più che trentenni del villaggio di Al-Arida, sia stata attaccata a colpi di mitragliatrice da una barca della Marina Militare siriana, davanti alle spiaggie siriane appunto; ufficialmente, i militari siriani cercavano d’intercettare un traffico, un contrabbando di armi libanesi destinato agli insorti contro il regime di Assad.

I proiettili hanno ferito Khaled alle gambe; ed hanno ucciso il loro “apprendista”, il loro nipote, Maher Hamad, di appena 16 anni.

Dopo 24 ore di interrogatori, i 2 zii ed il corpo del ragazzo sono stati riconsegnati alle autorità militari libanesi della frontiera (terrestre) di Al-Arida; la barca da pesca invece non verrà riconsegnata, nonostante le manifestazioni di protesta della popolazione del villaggio libanese del ragazzo ucciso.

Il significato di questa triste vicenda, al di là dei discorsi ufficiali da una parte e dall’altra – tutti evitano accuratamente di accennare alla vera natura dell’attività dei pescatori – è un vero e proprio avvertimento, per i pescatori, per quei siriani che cercano la disperata fuga, per gli altri siriani, che nel difficile esilio in Libano cercano cosìdi appoggiare le famiglie rimaste in Siria; sono loro, gli esiliati, che organizzano queste fughe, perchè le famiglie dei profughi sono a rischio, rischio di ritorsione per la “defezione” dei loro familiari fuggiti, fintanto che le famiglie rimangono in patria.

Dopo le frontiere terrestri, ora anche quelle del mare sono “minate”.

Soltanto una settimana fa a Beyrut il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon inaugurava la Conferenza Internazionale sugli sviluppi di democrazia delle “Primavere Arabe”; sulla situazione reale dei profughi – siriani, palestinesi, iracheni, curdi e di decine di altre nazionalità – quasi non si è spesa parola davvero, in quella conferenza di altissimo prestigio internazionale.

Eppure stavano lì, torno torno la sede della conferenza – bastava guardare dalle finestre per vederli.

Nel gelido inverno che colpisce duramente il nord del Libano, e che fa simbolicamente ancora più paradossale quel blaterare sulla “primavera araba in Siria” delle testate internazionali, della politica internazionale, delle grandi della democrazia occidentale, i profughi guardano la costa della Siria, così vicina che sembra di poterla toccare; immaginano l’abbraccio di mogli, figli, padri e madri, sorelle e fratelli…e sperano nell’unica speranza pratica: sperano nell’inventiva, nell’ “imprenditorialità”, nella capacità innovativa dei contrabbandieri.

Più pratico che sperare nelle primavere – arabe o meno – della Comunità Internazionale.

 (Tripoli, 22 gennaio 2012)

Funeral in Al-Aarida for boy slain by Syrian navy

January 22, 2012 A funeral procession for Maher Hamad, killed yesterday by Syrian naval forces, made its way from his parents’ house in the village of Al-Aarida towards the Lebanese-Syrian border, where mourners pelted Syrian troops on the other side with stones.

Syrian authorities on Saturday returned the body of a slain Lebanese boy and freed his two uncles, who said they came under fire in a fishing boat along the sea border with Syria, an AFP correspondent said.

The correspondent said the body of Maher Hamad, 16, who together with his uncles was snatched from their boat off the Lebanese coast on Saturday, was handed over to officials at the northern border crossing of Abboudiyeh.

“There is no God but God, Bashar al-Assad is the enemy of God,” they chanted, referring to the Syrian president who has faced 10 months of anti-regime protests.

Without the troops retaliating, the mourners turned around and made their way back to the village mosque.

Fadi Hamad, who was handed over to Lebanese authorities overnight with his brother Khaled and the body of their nephew, recounted what he said was the boy’s death at the hands of Syrian troops.

“We had cast our nets the night before and early Saturday morning we headed out to pull them in,” Hamad, 36, told AFP.

“We then saw a boat pulling up to us and urged it to move back as they were nearing our net,” he added.

“They disappeared briefly and then came back, and when they were near enough I could see about six armed men in the boat. We were terrified. They opened fire and both Maher and my brother were injured. Maher screamed.”

The gunmen then forced the three fishermen into Syria, where Maher died of his wounds, he said.

Hamad said he was taken to a military intelligence center in the Syrian coastal town of Tartous where he was beaten and interrogated on whether he was an arms smuggler.

“I was asked repeatedly whether the arms were coming from [former premier] Saad Hariri,” head of Lebanon’s pro-Western March 14 coalition, he said.

“I told them I was a fisherman… but they kept hitting me, and my hands were tied. About an hour later, I was told there had been a mistake and President Assad wanted to forgive me. I was also informed my nephew was dead.”

Khaled Hamad, 35, was treated for gunshot wounds to the leg.

Syria’s state-run news agency SANA, meanwhile, reported that a patrol had caught three Lebanese who were attempting to enter Syrian waters for “smuggling activities”.

SANA said port officials off Tartous warned the Lebanese to obey orders but the fishermen instead “threw their boxes in the sea in an attempt to escape”.

The boat then came under fire by “another Lebanese boat coming from Lebanese waters,” leaving one person injured and another dead, according to SANA.

Lebanese President Michel Sleiman has condemned the incident, which sparked protests in Al-Aarida.

Faced with an anti-regime uprising, the Syrian army in November laced the Lebanese border with landmines in a bid to curb arms smuggling and to hamper army defectors and refugees from fleeing.

Syrian troops have also staged deadly incursions into border villages in Lebanon.

Syrian security forces killed three members of a “terrorist group” on Friday night as they tried to infiltrate the Tal Kala area from Lebanon, according to SANA.

-AFP/NOW Lebanon

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