di Luigi Menchini – cooperante CISS in Libano

Seduto cercando di rubacchiare calore tirchio al pallido sole del freddo febbraio, seduto in un parchetto pubblico di pochi alberetti, panchine vuote, una fontana stagnante, così spopolato di visitatori da sembrare altro che un giardino per la gente e forse perchè fumando un sigaro e non una sigaretta, forse l’alone di straniero fumando sigari, ha fatto avvicinare alla spicciolata 3 o 4 di questi giovani libanesi, curiosi della diversità, quasi guardinghi verso la novità, verrebbe da dire, come di solito sono questi scarsi e sempre occasionali incontri locali.
Si potrebbe dire: si sta chiaccherando.
Ma per qualche diafana ragione sottile questo comune parlare finisce sempre per suonare come: si sta discutendo.
Succede spesso, da queste parti, in realtà; è come se il semplice esercizio del parlare già di per se stesso risvegliasse una tensione che – seppure sia tensione anonima, di tacita evidenza ignota sotterranea senza apparente motivazione, invade ogni discorso, ne fa aspra discussione.

E sì che si sta particolarmente attenti, tutti qui sulla panchina, a non parlare di temi scottanti; si fa di tutto per parlare di banalità, anche cose di cui si sa o ci si interessa veramente poco (di film, auto, calcio), pur di evitare di parlare di quello che fa pressione intorno, che fa pesante l’aria fredda del pomeriggio invernale, quasi ci fosse invece un’afa strana, “di dentro” – dentro la testa, dentro il cuore, pesa l’altro clima che si respira quaggiù in questi tempi.
Quaggiù è “l’altra Tripoli”, che non è in Libia, questa Tripoli, non è quella resa famosa nella lunga estate della guerra di Gheddafi e dei bombardieri NATO, del petrolio “libero” e dei capitali “congelati” nelle banche europee; questa invece è per grandezza la seconda città del Libano, al nord del paese, ad un niente dal confine della Siria, proprio di quella Siria dove si ripete ora il dramma della confusa primavera della confusa libertà, proprio simile all’altra, quella della Libia – o così sembra, almeno (non c’è petrolio siriano da spartirsi fra i vincitori, però).

Facciamo di tutto per evitare di parlare della Siria di Bashir el Assad e della Siria dei profughi che disperatamente cercano scampo proprio qua, a Tripoli, qua nel nord del ibano; facciamo di tutto per evitare di parlare della guerra che trasuda lentamente fra le vie di questa città, dove ci sono quartieri che si fronteggiano armi in pugno, per quella guerra che tracima inevitabile.

Se si parla di strade, non si nomina mai quella che è forse la più importante fra le arterie di questa urbanistica da postguerra civile: non si nomina mai cioè la “Siria avenue”, il lungo viale che attraversa Tripoli ed arriva così da vialone fino a diventare i 20 chilometri scarsi di simil-autostrada che porta al confine.

E non si nomina, perchè la “Siria av.” passa esattamente nel mezzo fra i 2 più grandi quartieri, quello di Jabal Mohsen e quello di Bab el-Tebbaneh – quasi 50.000 abitanti in ognuno, e tutti armati… armati per difendersi ovviamente, soltanto per difendersi; difendersi dal dirimpettaio, per la precisione, da quelli che stanno dall’altro lato della “Siria av.”.
Perchè il nemico mortale vive nel quartiere di fronte, oltre i 20 metri del viale.

C’è tutto un lessico da evitare di parlare, interi dizionari dai quali guardarsi bene.
Perchè le parole che declinano in “-guerra” sono davvero tante, quaggiù, e sempre in agguato se si parla soprapensiero, distratti.
Guardarsi bene di anche soltanto accennare, allora, al mosaico intricato delle sette religiose: Maroniti, Sunniti, Drusi, Sciiti, Alawiti, Salafiti, indicano oggi molto più guerra di ieri, infatti – per quanto incredibile possa suonare questo, dopo un ventennio di guerra civile “religiosa”, in Libano; la verità è ormai in quest’altra “guerra dentro la guerra”, che è diventata un’altra cosa, da una guerra “perchè”, è diventata un fatto personale, di guerra “mia” e di guerra “sua”, per ognuno di loro.
Certo, quel che si dice è che quelli sono contro la Siria ed a favore delle potenze occidentali, mentre quegli altri difendono la Siria e non dimenticano che “occidente” quaggiù fa sempre rima con “Israele”, il nemico di sempre… e poi ci sono quelli che ricordano con quante cose fa rima “iran”.
Ogni tanto viene fuori pure chi puntualizza che sia “telaviv” che “teheran” oggi fanno una brutta eco con “hiroshima”; e che la “Siria av.” scorre proprio in mezzo, anche a quelle, di guerre; e si trascina dietro anche queste panchine di questo parchetto di questa Tripoli, di questo Libano.
Per cui, bisogna guardarsi bene dal parlare anche della geografia, allora, anche di quella del Giappone, nel fare due chiacchere nel giardinetto pubblico sul confine delle tregue, a Tripoli.
Tante cose di che star zitti, lasciano poche cose da dire, però.

Sembrava una buona idea, allora, lì per lì, mettersi a confrontare i vecchi modi di dire tipici delle lingue; sembrava un campo neutro – un campo senza mine, senza rischio di trasformare quella chiaccherata fatta in mezzo al fumo di sigaro e sigarette, in discussione di qualche tipo, di quelli che quaggiù rischiano di evocare altri fumi – fumi di esplosioni, di granate, di spari.
Pure un bell’esercizio, provare a spiegare quel modo di dire: “mettere i puntini sulle i”…a chi parla e scrive arabo, “i” e “puntini” sembrano cose buffe, un pò assurde di per sè… figuriamoci chi si fa un vanto quasi morale di mettere quei “puntini” su quelle “i”.
Non stava venendo male, in tutta onestà; sembrava dimenticato quel rischio di divisione, fra quei giovani uniti dall’essere arabi – non più, almeno per un poco, non così importante quella storia se essere sunniti-sciiti-alawiti-salafiti… tutti sfottevano l’amico straniero e ridicolmente fiero dell’assurdità di quell’altra lingua –la sua- così preoccupata dei puntini e delle i.

Poi di colpo sono risuonati, nell’aria tenera del freddo del parco, due schiocchi tipici, ravvicinati, con quel di secco e duro eppure anche liquido che fanno i fucili d’assalto, i kalashnikov, quando sparano in posizione di sparo non “a raffica” ma a “colpo singolo” – quello che usano gli “snipers”, i cecchini.
“Spari personalizzati”, perchè hanno un destinatario preciso; spari che hanno un nome ed un volto, una storia ed un’età, un corpo ed un sesso, un passo ed un sogno… da cancellare.

Senza nessun sorriso, senza nessuna ironia, senza quasi neppure rimpianto per quel briciolo di allegria dispersa così male, senza nessuna emozione ad affiorare nel silenzio perso della panchina e delle sigarette, mentre cominciavano ad allontanarsi, cauti, uno dei ragazzi ha detto:
“Ecco, vedi: qualcuno ha appena messo i puntini sulle i

di Tripoli”.

Sabato 11 febbraio 2012. Ad un crocicchio di una traversa della “Siria av.” fra i quartieri di Bab el-Tabbaneh e di Jabal Mohsen, una pausa per fumarsi una sigaretta, far due chiacchere ed aspettare “che quei porci al di là dal viale mettano fuori il grugno”.