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di Domenico Nebbia – stagista CISS in Marocco
Un vecchio proverbio africano dice più o meno così: “E’ viaggiando che si trova la saggezza”. Dopo aver viaggiato per brevi periodi in Francia e Inghilterra, posso dire di non essere così sicuro di aver trovato la saggezza, ma di certo qualcosa ho trovato.
Perché, mi sono chiesto a volte, non trovare qualcosa di ancor più stimolante oltrepassando i confini più familiari, come quelli europei? Perché non andare in Africa, per esempio?
L’occasione mi si è presentata lo scorso mese di dicembre quando io e Dominique Lufrano abbiamo vinto una borsa di studio per lo stage nel progetto del CISS a Tata – località nel Sud-Est marocchino – ormai operante dal 2008. Ed è così che, il 16 gennaio scorso, ci siamo imbarcati su un aereo direzione Casablanca.
Dopo i primi due giorni trascorsi ad Agadir, città caotica e disordinata, finalmente saliamo sul bus che ci porterà a Tata. Accanto a me si siede un vecchio. Parla a malapena francese. È piccolo di statura, forse ha meno anni di quanti ne dimostra. Ma gli occhi sono ancora pieni di vitalità. “Tata è un bel posto”, mi dice, “gente onesta, si sta bene”. Lo spero tanto, sussurro tra me e me, e mentre la stanchezza si mescola alla voglia di un posto che sia veramente tranquillo e sereno, sotto i miei occhi scorrono le immagini di un territorio che pian piano cambia colore e protagonisti. Montagne alte e rocciose si stagliano su un cielo di un azzurro intenso. Piccoli villaggi in pietra si susseguono; le donne, con i loro veli sul capo e i lunghi vestiti colorati, passeggiano chiacchierando, sempre con un occhio vigile verso i loro bambini. Il cielo s’imbrunisce sempre più, mentre il vecchio seduto accanto a me scende alla sua fermata.
Entriamo finalmente a Tata e, dopo un viaggio estenuante, comincia l’avventura, anzi la ricerca di quel qualcosa da trovare. Leggi il seguito di questo post »
di Piero Alfano, Palma Audino, Gloria Cipolla, Salvo Ciulla, Nino Rocca, Maria Patrizia Salatiello
Negli ultimi quindici anni si assiste a Kinshasa, in Congo, ad un drammatico fenomeno definito come “i bambini stregone”, fenomeno che si sta espandendo a macchia d’olio in altri paesi d’Africa. Stiamo parlando di bambini accusati di essere degli stregoni malvagi e di essere di conseguenza la causa di ogni male che accade in seno alla famiglia, casi di follia, cancri, attacchi cardiaci dei loro parenti o dei loro genitori, la perdita del lavoro, la morte di uno o più membri della famiglia, le infezioni di AIDS, vissuta come una malattia misteriosa di cui non si comprende la genesi.
Spesso tutti questi sospetti e queste accusano portano a violenti conflitti in seno alla famiglia del bambino sospettato, che viene picchiato severamente e in casi estremi ucciso dai membri della famiglia o dai vicini.
Sebbene tali forme di estrema violenza non siano la regola, molti di questi bambini sono comunque disconosciuti e ripudiati. Rimossi, privati di tutto, ma temuti dai più, i presunti bambini stregone (chiamati sheta, tsor o tshor dal francese sorcier, stregone) finiscono nella strada. Il loro numero sarebbe fra 30.000 e 50.000 a Kinshasa. Il CISS (Cooperazione Internazionale Sud Sud) è già da tempo impegnato in un progetto di recupero dei bambini di strada e s’è trovato di fronte anche questi piccoli.
Per una migliore prassi operativa, partendo dal presupposto che il recupero dell’infanzia richieda innanzitutto una piena comprensione dei fenomeni che sottendono le situazioni, il CISS ha costituito, ormai quasi due anni fa, un gruppo di ricerca che studi a fondo il fenomeno dei bambini stregone.
di Salvio Di Lorenzo – partecipante alla I° edizione della Summer School del CISS in Tunisia 2010
Mi presento, sono un terrone del nord. Eh sì, sono di Napoli ed ho scoperto che c’è sempre un sud del sud…o meglio…lo sapevo di già ma adesso l’ho vissuto.
Quella che sento per questa parola (Sud!) è un’attrazione invincibile… è calda, è musicale, è senza limiti; non so spiegarmi come ma l’ho sempre amata…da quando ho capito di essere nato con una grave malattia. Nessun dottore ha saputo dirmi da dove provenisse; non ha cause genetiche, non è trasmissibile…è come se un virus, al momento della nascita, ti si installasse nel petto. Ho il Mal d’Africa! Poi capisci che con l’Africa identifichi un grande universo di colori, di suoni, di sapori, di facce diverse ma con gli stessi grandi occhi…il Sud!
Non me ne vorranno gli altri continenti ma in fondo si tratta pur sempre di “Mamma Africa”, dalla quale, sono sicuro, tutti veniamo. Insomma, ho questa malattia…qual è la cura? Andare in Africa? Veramente in questo modo la si aggrava ma sai che prima o poi devi andarci. Io ci ho impiegato ben 24 anni, pochi o un’infinità, a seconda delle esigenze e delle prospettive di ciascuno. Comunque quest’estate sono finalmente passato da casa mia….l’Africa! In realtà, se credessi ai così detti africanisti della mia università, dovrei credere di non esserci stato, perché, come dicevo, c’è sempre un sud del sud e qualcuno crede, in una sorta di razzismo intellettuale, che l’Africa comincia quasi all’Equatore…ma io so di esserci stato, l’ho sentita, percepita fin dai primi bagliori di case bianche, fin dal primo minareto intravisto dalla nave…sono stato in questo grande sud di cui ho eletto capitale l’Africa…tutta (del resto ha una così armoniosa forma…perché pensare di stravolgerla?)!
L’occasione mi è stata data dal CISS, che intanto ha per ben 2 volte la parola sud al suo interno.
Fino a quest’anno ho collaborato con il CISS a Napoli, lavorando con i sud di casa mia; poi ho avuto la fortuna di poter essere una delle cavie della I° edizione della Summer School che quest’anno si è tenuta in Tunisia. Da dove comincio? In realtà potrei scrivere un vero e proprio diario giornaliero ma chissà che non vi abbia già annoiato, quindi cercherò di condensare, per quanto potrò, impressioni e sensazioni e convincervi che quest’esperienza “s’ha da fare”.
di Enrico Castelli – Cooperante CISS in Etiopia
Un team composto dai rappresentanti degli uffici delle finanze, della cultura e della amministrazione della Konso Special Woreda hanno compiuto una verifica di mid-term sulla parte del progetto CISS relativa alla costruzione del centro culturale a Konso. Il team è stato accolto dallo staff del CISS nei giorni 5 e 6 agosto, dopo aver sottoposto loro, in precedenza, un rapporto – completo degli aspetti finanziari – per un esame approfondito della attività.
I lavori si sono svolti in un clima disteso e di aperto apprezzamento del lavoro svolto dal CISS, che ha terminato la struttura del Centro Culturale arricchendo la cittadina di Karat con un edificio da tutti considerato prestigioso.
La testimonianza di Giorgio Bisagna, coordinatore del Consiglio Italiano Rifugiati (CIR)
Articolo su ‘La Sicilia’ di sabato 21 Agosto 2010
Una vecchia villa a due piani con le grate alle finestre. All’interno un centinaio di persone. Ne potrebbe contenere anche di più. Sono tutti extracomunitari clandestini, che, a scapito dei loro sogni, attendono il rimpatrio. Così appare il Centro di identificazione e di espulsione «Serraino Vulpitta» di Trapani, allestito in una struttura non idonea, tanto che i diversi tentativi di fuga non sorprendono più.
L’ultimo si è concluso con l’arresto di sette extracomunitari. I clandestini che avevano tentato la fuga erano una trentina, di cui due sono rimasti feriti.
«L’accaduto ricorda un episodio più grave avvenuto nel 1999. Fatti del genere non stupiscono più. Ma la storia non insegna nulla». Questo il primo commento dell’avvocato Giorgio Bisagna, coordinatore regionale del Consiglio italiano rifugiati (Cir), specializzato nelle tematiche dei diritti umani. «Nel ’99 – ha ripreso Bisagna – chiuse nella stessa stanza sei persone morirono bruciate e due rimasero gravemente ustionate. L’incendio era stato appiccato, per protesta, da un extracomunitario dopo un tentativo di fuga fallito». Come si concluse la vicenda? «Dal punto di vista giudiziario-penale – spiega Bisagna – il prefetto di Trapani, responsabile del Centro, ai sensi della vigente normativa, fu assolto, ma in sede civile il ministero dell’Interno è stato recentemente condannato al pagamento di una cifra significativa come risarcimento danni in favore dei due soggetti gravemente ustionati».
di Maria Gaston Betran – consulente idraulico nell’ambito del progetto CISS “Rafforzamento delle capacità di intervento delle organizzazioni di base per la preservazione degli ecosistemi delle oasi in Marocco”
Durante i mese di maggio e giugno ho accompagnato le opere di riabilitazione della khettara Ain Ait Oiazan nel douar Tiggane appartenente all’oasi di Addis, cominciate il 28 aprile 2010. Come già descritto nel rapporto precedente, la riabilitazione di quest’opera appartenente al patrimonio culturale ancestrale tataoui, con più di 424 anni di età, copre le seguenti operazioni:
- pulizia e cura del canale principale o galleria (450 m)
- riprofilatura e correzione delle pendenze
- rifarcimento dei tronchi ammalorati o distrutti (52)
- ricostruzione in cemento armato di pozzi d’areazione (25).
È stato realizzato la maggior parte del lavoro, rimangono da ricostruire soltanto 5 pozzi e la pulizia dei ultimi 30 m del canale principale. Il risultato ottenuto finora é molto soddisfacente, anche per la popolazione locale che ha manifestato un grande entusiasmo per i risultati raggiunti e l’efficienza dei lavori per il veloce miglioramento della quantità di acqua disponibile per l’irrigazione delle loro colture.
di Fulvia Antonelli, ricercatrice CISS per la componente studio antropologico nelll’ambito del progetto ‘Prevention de la migration illegale des mineurs non accompagnees – UE’
Safi, o meglio in arabo Esfi, è una città della costa del Marocco situata tra Casablanca e Marrakesh, vicino ad Essaouira, famosa meta turistica degli appassionati del surf e della musica Gnaoua. Il cuore di Safi è la marsa, il porto della città, centro di attività economiche importanti (esportazione di fosfati e pesca di sardine) a livello nazionale. Safi è una bella città: strade larghe, ariose, un lungomare panoramico sull’Oceano nel suo centro storico, una Medina circondata dalle fortificazioni che i portoghesi che conquistarono la città hanno edificato insieme all’antico quartiere ai suoi piedi che si affaccia sul mare.
Sembra tutto bene all’apparenza, ma Safi non è così felice come potrebbe apparire.
Capitolo primo - Marsa
Basta salire sulle colline interne della città e allontanarsi dalla costa e si apre il mondo dei quartieri popolari di Safi, quelli dove vivono gli uomini che ogni giorno scendono al marsa per lavorare nella pesca delle sardine o nei mille lavori informali che il porto genera: c’è chi lavora alla manutenzione dei pescherecci, chi “esce al mare” per la pesca delle sardine, chi le scarica e le vende nel mercato del porto, chi porta e vende il ghiaccio, chi pulisce il pesce, chi raccoglie il pesce che cade durante le operazioni di scarico e lo vende per sopravvivere almeno quella giornata, chi sta intorno a tutte queste operazioni e aspetta l’occasione per guadagnarsi qualche sigaretta con un piccolo favore.
La marsa è un mondo completamente maschile, dove bisogna lottare per farsi posto, perché è un mercato del lavoro precario dove ogni giorno bisogna riaffermare il proprio ruolo e ritagliarsi uno spazio per faticare. C’è chi guadagna come pescatore, lavorando dalle 7 del mattino alle 6 della sera, 100 dirham alla settimana (circa 10 euro), ma c’è anche chi ne guadagna molti di meno, e poi c’è anche chi lavora per portare a casa una busta di pesce per poter mangiare. Nel marsa conta il rispetto, gli uomini che ci lavorano hanno storie alle spalle che vedi stampate sui loro corpi: lunghe cicatrici di tagli di coltello rimediate nelle risse al porto, tatuaggi che raccontano un passato fatto di galera, la povertà di chi non ha speranza di un lavoro più qualificato, ragazzi con i visi bruciati e invecchiati dalla fatica quotidiana e da tutto ciò – come l’alcol- che aiuta a sopportare la fatica quotidiana.
di Enrico Castelli – cooperante CISS in Etiopia
Una missione di verifica da parte della Direzione Generale alla Cooperazione del Ministero degli Affari Esteri è giunta a Konso nel quadro di una serie di visite che il MAE sta compiendo nelle sedi dei progetti co-finanziati.
La delegazione composta da tre funzionari è giunta a Konso il 28 ed è ripartita il 30 aprile; la missione a sorpresa – abbiamo avuto un brevissimo preavviso di appena due settimane – intendeva fotografare la situazione esistente, le difficoltà e le realizzazioni del progetto.
Abbiamo organizzato per la missione al suo arrivo a Karat, una presentazione dei risultati del progetto invitando tutti i rappresentanti degli uffici con cui lavoriamo: l’amministrazione della provincia di Konso e i delegati degli uffici della Cultura, Educazione, Sanità, Acque e Finanze. Le parole di elogio che i delegati hanno espresso alla opera del CISS Etiopia hanno permesso alla delegazione italiana di comprendere che il lavoro fatto è giudicato significativo da parte e della comunità konso e dei suoi dirigenti.
Il secondo giorno il contabile aggregato alla missione ha avuto modo di verificare la tenuta dei conti e la reperibilità della documentazione del progetto: egli si è mostrato soddisfatto di come a tutte le sue domande noi dello staff fossimo in grado di fornire risposte pronte e esaustive. Abbiamo poi accompagnato gli ospiti nel sito dove sorge il Centro Culturale: i lavori continuano, ma si tratta ormai delle finiture, essendo i lavori di muratura e di copertura ormai terminati. Gli ospiti hanno ammirato la struttura che, ormai terminata e liberata dalle impalcature, è davvero imponente, ed hanno richiesto approfondite spiegazioni sulle finalità del progetto culturale che abbiamo agevolmente motivato. Nel pomeriggio abbiamo accompagnato gli ospiti presso due scuole (sulle sette nelle quali si sviluppa il progetto) e a due cooperative artigiane, dal CISS create nel 2008.
di Enrico Castelli – cooperante CISS in Etiopia
A tre mesi dall’inizio dell’anno è tempo di fare un primo bilancio. Si sono conclusi felicemente alcuni iter amministrativi che avevano bloccato in parte, o limitato, la nostra attività.
La variante al progetto presentata dal CISS a giugno 2009 al MAE è stata approvata dalla Cooperazione solo a febbraio 2010. Era essenziale che il progetto originario fosse adeguato alle rapide imprevedibili mutazioni del quadro economico-sociale che, in un paese in via di sviluppo assai rapido, cambiano sostanzialmente lo scenario entro il quale ci si trova ad operare.
La nuova legge sulle organizzazioni non governative, entrata in vigore da appena un anno ha imposto al CISS, come a tutte le altre ONG, la ri-registrazione della organizzazione, condizione necessaria per poter operare nel paese d’ora in avanti. Una lunga serie di documenti è stata richiesta e siamo riusciti ad effetuare in tempo tutti i passi richiesti, pertanto per i prossimi tre anni non dovremmo aver problemi burocratici. Ed il quadro entro il quale si lavora oggi è migliorato notevolmente: più della metà delle ONG operanti in Etiopia è stata costretta a chiudere l’attività; si tratta per la massima parte di quelle locali, vero obiettivo della legislazione voluta dal governo federale, che le aveva identificate come un attore politicamente incontrollabile. Per le ONG internazionali, già operanti in Etiopia, la nuova legislazione consente una maggiore fiducia nei rapporti con gli uffici governativi, e col tempo, speriamo, lo stabilirsi di un clima di cooperazione che, negli ultimi anni, si era incrinato in modo avvertibile.
Un team composto da rappresentanti di tutti gli uffici governativi, con i quali lavoriamo sotto la direzione del Bureau delle Finanze della Regione del Sud Etiopico, verranno a Konso per la Mid-Term Evaluation. Si tratta di un’importante scadenza, che ha visto lo staff del CISS impegnato a preparare con attenzione tutti i documenti, siano essi finanziari che verbali e visuali, per questo appuntamento decisivo nei rapporti con l’amministrazione pubblica regionale.
di Pasqua De Candia – CISS
27 gennaio 2010
Lisanga Boboto, due parole che in Lingala significano libertà e pace, è il nome della ONG che gestisce un centro di accoglienza in un quartiere di Kinshasa, il quartiere N’SELE, uno dei quartieri periferici della megalopoli, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, in cui sono ormai stanziali un gran numero di rifugiati, inutile dire che il livello di povertà è altissimo.
Incontriamo Padre Blaise, che gestisce il centro e le sue attività e le donne, le mamme che nel centro lavorano e beneficiano delle attività del progetto..Parliamo, ci spiegano quello che fanno e come lo fanno.. facciamo un giro per il campo, ci dirigiamo al fiume..
Qui le donne vengono a lavare la roba, i bambini fanno il bagno e la mattina presto, prima che il fiume si popoli, sempre le donne vanno a prendersi l’acqua per bere, cucinare lavarsi, lavare i loro bambini..
Per scendere al fiume c’è una discesa di terra ripida e scivolosa.
Mentre scendevamo, cercando di mantenere con posizioni improbabili l’equilibrio, qualcuna delle donne che ci accompagnava è anche scivolata..
Guardavo questa scena, i ragazzi che ridevano e giocavano, facendosi scherzi con l’acqua, e guardavano i “mundele”.. questi strani ospiti bianchi; le donne lavavano roba e pentole.. il mio sguardo si è fermato su due donne che stavano arrivando dall’altro lato del fiume, madre e figlia, dietro di loro un bambino, portavano tutti fasci enormi di legna sulla testa..
Hanno attraversato il fiume, sono venute vicino a dove eravamo, si son tolte i fasci dalla testa, si son rinfrescate e si son fermate a parlare con le donne che ci accompagnavano…
Son rimasta lì a guardare soprattutto la donna giovane, che portava il fascio di legna più voluminoso e pesante… tre delle donne che ci accompagnavano l’hanno aiutata a rimettere il fascio sulla testa..




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