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Da Nino Rocca
Si chiamava Morena e il 29 settembre avrebbe festeggiato il suo primo compleanno.
La piccola Morena è morta per una complicazione polmonare.
Lo scorso Natale era stata ricoverata d’urgenza all’ospedale dei bambini.
Dopo una lunga degenza i medici avevano raccomandato alla mamma di riportarla a casa in un ambiente “sano” mettendola al riparo da luoghi freddi ed umidi.
Ma la casa di Morena e della sua povera famiglia era un container nella bidonville della città di Palermo.
di Giorgia Baldi – cooperante CISS in Libano
Le prime due settimane di luglio hanno visto i ragazzi del campo profughi di Beddawi impegnati in attività di animazione e sensibilizzazione.
Il gruppo di ragazzi attivo nel centro di Beit Atfal Assomud a Beddawi (Tripoli) è stato formato durante i 4 anni del progetto “Mustaqbal: nuove prospettive per i giovani palestinesi di Tiro e Tripoli” nell’organizzazione di attività culturali e di animazione, ed ha concluso oggi (17 luglio 2009) l’Al Quds Summer Camp, in memoria di una città, Gerusalemme, che non hanno mai visitato e che, forse, non vedranno mai.
L’attività organizzata è durata due settimane e circa 250 bambini di Beddawi hanno potuto beneficiare di attività ricreative ed educative.
I bambini di Beddawi non hanno uno spazio fisico in cui imparare ed in cui giocare liberamente perchè il campo, in cui la popolazione è in continua crescita, è ristretto, senza spazi verdi e senza luoghi che possano accogliere la giovane popolazione.
di Antonella Di Salvo
Partenza 8 luglio da Palermo…lungo viaggio da sola dove qualche simpatico incontro e i pensieri su ciò che avrei trovato mi hanno fatto compagnia.
Tante emozioni contrastanti: grande entusiasmo, qualche dubbio, un po’di incertezze ma soprattutto tante aspettative…Tante persone raccontano la propria esperienza nella grande Mamma Africa, con i suoi colori, i suoi profumi, i suoi sapori, i suoi sorrisi ma anche le sue paure e i suoi dolori, e tutto alimenta un vortice nella testa che è già piena di pensieri senza ancora esserci veramente.
Baqa’a è il più grande campo profughi palestinese della Giordania e si trova a venti chilometri da Amman. Creato nel 1968 per accogliere gli sfollati Palestinesi che lasciarono la West bank e la striscia di Gaza dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, oggi conta 90,953 rifugiati registrati.
Camminiamo per le strade di Baqa’a insieme a Mohannad, un amico di origini palestinesi, che ha trascorso gran parte della sua infanzia qui, a casa del nonno paterno originario di Hebron.
da Carolina Martin- Tirand
Fatimetou è una bella ragazza. Le piace vestirsi di colori brillanti e circondare il suo viso di una bella melefa. Fatimetou è una ragazza intelligente. Dato che è una buona studentessa i suoi genitori le hanno permesso di continuare a studiare, contrariamente a sua sorella Aminata, che ha lasciato la scuola a 10 anni perché doveva occuparsi dei suoi fratelli piccoli. Fatimetou sa però che quando compirà 16 non potrà proseguire gli studi, perché nel suo villaggio non c’è la scuola per i grandi e i suoi genitori non possono pagarle la permanenza fuori casa. I suoi genitori stanno risparmiando per far studiare nella capitale della provincia suo fratello piccolo.
Fatimetou studia con altri quaranta bambini e bambine di diverse età. Parla un pò francese, anche se non ha mai conosciuto un vero francese. E’ brava in geografia però il suo punto forte è la matematica. A Fatimetou piacerebbe fare la professoressa.
Fatimetou guarda la donna straniera con ammirazione. Pensa che è molto bella. Invidia la sua pelle bianca che si brucia al sole, i suoi occhi verdi e i suoi capelli ondulati e sciolti, senza trecce né parrucche. Invidia il suo orologio, i suoi orecchini e la sua macchina fotografica. La donna bianca l’ha guardata e sorride. Fatimetou è timida, però mantiene lo sguardo e si fa molto seria quando la donna bianca le fa una foto. In fondo si sente orgogliosa che abbia scelto lei fra tutte le altre ragazze del villaggio. A Fatimetou non piacciono molto i pantaloni della donna bianca: sono cose da uomini, non sono per le donne. Però sa che le nazrani (cristiane) sono diverse. Vanno in lussuose macchine e hanno tante cose. Sono ricche e possono andare dove vogliono. E’ per quello che Fatimetou la invidia mentre commenta con le amiche quanto è bella, anche se la trova un po’ svergognata: la donna bianca viaggia da sola con due uomini che non sono né suo marito né suo padre.
di Massimiliano di Tota – Responsabile paese Marocco/Algeria
Marocco e Algeria, ma più in generale tutti i paesi della riva sud del mediterraneo, sono negli ultimi anni lo scenario della maggior parte dei drammi legati alla migrazione irregolare. I principali attori di questa tragedia sono i cittadini subsahariani ed i minori migranti separati. (1)
di Marco Mondino

Un aereo decolla dal Queen Alia airport di Amman e sorvola il campo di Talbieh, tre bambini giocano e sembrano non accorgersi dell’aereo che rumorosamente vola sopra le loro teste, ridono, urlano, entrano ed escono da una vecchia mercedes bianca parcheggiata. Degli operai lavorano alla costruzione di un edificio. Una donna è seduta davanti la porta di casa e sbuccia delle patate, la figlia è seduta accanto a lei e gioca con una bambola. Due ragazzi seduti su un marciapiede sorseggiano una coca cola e mi chiedono di scattare una foto. Nelle strette strade interne dove nessun mezzo può passare brulica la vita di Talbieh, le donne entrano ed escono dalle loro case, gruppi di quattro o cinque bambini giocano e si rincorrono, qualcuno osserva curioso. Talbieh è uno dei 13 campi profughi palestinesi che si trova in Giordania, molti palestinesi si stabilirono li a partire dal 1967 e oggi conta circa 6.000 persone registrate, secondo un censimento dell’Unrwa, ma gli abitanti effettivi sarebbero circa 9000 mila.
Laboratorio teatrale sul tema della migrazione illegale dei minori non accompagnati
di Federica Infantino e Marco Trincas
Per la realizzazione di questo progetto abbiamo lavorato con undici bambini, sei maschi e quattro femmine, tra i dieci e gli undici anni, allievi della scuola pubblica “Les Oudayas” che si trova al di fuori delle mura della Kasbah des Oudayas di Rabat. La Kasbah è un piccolo quartiere costruito su un promontorio tra la foce del fiume e l’oceano completamente circondato da mura e abitato da circa 3.000 persone. E’ un quartiere molto popolare che sta attraversando però un vero e proprio processo di gentrification, dovuto alla presenza sempre più massiccia dei residenti stranieri (perlopiù europei).
L’Ecole des Oudayas è una scuola che ha una storia molto particolare; trovandosi in condizioni strutturali fatiscenti, il Ministero, invece che ristrutturarla stava per abbatterla nonostante il quartiere ne avesse bisogno.
Grazie alla caparbietà del direttore e all’intervento di alcuni cooperanti che vivevano proprio nella Kasbah (tra cui il responsabile del CISS in Marocco, Massimiliano Di Tota), la scuola è stata rinnovata e resa agibile. Così, si sono riprese le attività scolastiche e si sono avviate varie attività extra-scolastiche e laboratoriali. Il Ministero, oltre ad aver deciso di non abbatterla, partecipa alle inaugurazioni definendola ora una scuola modello.
di Federica Infantino e Marco Trincas
Atelier di teatro
Foyer Bayti
Ain Sebaa, periferia di Casablanca - Marocco
23 GIUGNO 2008
INCONTRO PRELIMINARE
Incontro alla Gare routière (dove arrivano tutti i pullman da tutte le regioni del Marocco) con Ahmed, capo progetto di Bayti, referente del CISS. Lì abbiamo conosciuto anche due educatori: Yusef che si occupa dell’Approche Rue e un altro educatore sportivo. Siamo andati al Foyer dove lavoreremo dal 1 al 21 luglio. Abbiamo parlato con Ahmid, responsabile, che ci ha illustrato il loro lavoro. Il gruppo sarà misto, probabilmente composto da 19 bambini, di età compresa tra i 7 ed i 12 anni. Lavoreremo 4 volte a settimana per 3 settimane. Ogni incontro durerà 2 ore.
Visita al Sas Rue dove svolgono le attività i ragazzi che vivono ancora in strada e dove lavoreremo dal 22 Luglio al 10 Agosto 2008.
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di Antonio Mangia, Salvo Maraventano e Giovanna Messina

“Mettiti In Gioco” è il progetto di formazione e animazione sociale che arriva in Congo dopo le attività proposte lo scorso anno in Palestina. Il team quest’anno ha visto la conferma di Salvo e Giovanna e la new entry del logista Antonio.
Kinshasa è caotica e disorganizzata, da l’impressione di essere un’enorme periferia e anche il centro sembra una periferia. In questo periodo dell’anno il sole resta nascosto dietro le nuvole e la temperatura è mite, assomiglia alla nostra primavera. Le strade sono piene di gente che vende qualsiasi cosa, dal fufù preparato con farina di manioca che viene considerato il piatto nazionale, a piccoli spiedini di carne, passando per sigarette e magliette cinesi, senza dimenticare gli immancabili cambisti, pieni di Dollari e Franchi. Il sistema stradale è praticamente inesistente o in stato di abbandono. Il traffico è un buon modello di anarchia e ai bordi delle strade la gente corre trainando carriole arrugginite e stracariche di ogni cosa.
In piena città ci sono campi coltivati e fumanti: concimano il terreno bruciandoci sopra la spazzatura! Questo rende l’aria ancora più pesante, un misto di polvere e plastica bruciata e nero scarico di camion, veramente irrespirabile.
Per uscire dalla città, ci vogliono un paio d’ore di traffico. Il paesaggio cambia: non più tetti di eternit o palazzi fatiscenti e brulichio di gente e di auto, ma foresta e villaggi in cui si respira subito un atmosfera diversa, più vivibile, fatta di piccole cose che riacquistano il proprio valore; anche la vita procede in modo più rilassato.
Le nostre attività si svolgono in due Centri di accoglienza per bambini di strada che fanno parte della rete di “REEJER”, una ONG locale che mette in relazione e coordina il lavoro dei vari centri della città.





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