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Riportiamo l’appello di don Mussie Zerai, un religioso che da anni si batte per la libertà in Eritrea e per i rifugiati che fuggono da un regime che ha militarizzato l’intera nazione.

Ore 10.36, arriva una telefonata dagli ostaggi eritrei nel Sinai. Raccontano le quattro donne che stamattina hanno dovuto subire per l’ennesima volta violenze sessuali dal branco dei predoni, ripetutamente, perché non pagano il riscatto richiesto dai trafficanti. Una delle donne incinte sta molto male dopo che è stata picchiata dai trafficanti. Tutto questo accadeva questa mattina, tutto questo sta accadendo mentre il mondo “civile” se ne sta a guardare, distratto da altre questioni, chi per indifferenza verso questo dramma, chi per non irritare governi di quella regione, sta di fatto che c’è un sostanziale silenzio, nessuno sta facendo nulla per debellare questa piaga dei nostri giorni, non si vede nessun risultato, tranne la liberazione degli ostaggi che hanno pagato il riscatto.

Ancora oggi il crimine degli schiavisti vince, grazie al silenzio complice dei potenti della terra.

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di Giorgia Baldi – cooperante CISS in Libano

PICT8365Il 5 e 6 ottobre 2009 si è svolto, all’UNESCO Palace di Beirut, il Film Festival organizzato dal CISS in collaborazione con il partner locale Beit Atfal Assomud. Il film festival ha rappresentato l’evento finale del progetto: “Mustaqbal: nuove prospettive per i giovani palestinesi di Tiro e Tripoli”, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri Italiano.

Il progetto, durato 4 anni, ha visto l’attivazione di due scuole professionali, una presso il campo profughi di Beddawi ed un’altra a Burj el Shemali e, nell’ultimo anno di progetto, anche la realizzazione di una serie di attività culturali volte a favorire il dialogo interculturale fra libanesi e palestinesi in Libano.

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di Emilia Orlando – architetto in missione sul progetto di risanamento ambientale e sviluppo sostenibile del campo profughi palestinesi di Beddawi.

Arrivare a Beirut non mi stravolge. L’impianto urbano risente della mediterranea ambiguità della città contemporanea e con difficoltà riconosco il suo centro. Ma non importa, perché la mia attenzione è interamente rapita dalla verticale presenza di edifici vertiginosi di fragile consistenza. Immateriali ricostruzioni di vetro giacciono stretti ai segni del conflitto. Come macigni ciechi piangono da occhi-finestre, al buio dei loro spazi domestici svuotati.

Dagli stessi occhi mi sento osservata e rimangono aperti lungo il mio percorso, indicandomi la strada verso la città autentica. Tutto è dinamico e fluido ed invano la mia mente ricostruisce lo spazio comune, le strade con il suo lungomare prima della ricostruzione. Il faro è l’unico elemento misuratore temporale della città, avvolte sostituito da qualche vecchia abitazione che con fatica tenta di resistere alla sua totale cancellazione dalla storia morfologica urbana.

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di Giorgia Baldi – cooperante CISS in Libano

Le prime due settimane di luglio hanno visto i ragazzi del campo profughi di Beddawi impegnati in attività di animazione e sensibilizzazione.

PICT7977Il gruppo di ragazzi attivo nel centro di Beit Atfal Assomud a Beddawi (Tripoli) è stato formato durante i 4 anni del progetto “Mustaqbal: nuove prospettive per i giovani palestinesi di Tiro e Tripoli” nell’organizzazione di attività culturali e di animazione, ed ha concluso oggi (17 luglio 2009) l’Al Quds Summer Camp, in memoria di una città, Gerusalemme, che non hanno mai visitato e che, forse, non vedranno mai.

L’attività organizzata è durata due settimane e circa 250 bambini di Beddawi hanno potuto beneficiare di attività ricreative ed educative.

I bambini di Beddawi non hanno uno spazio fisico in cui imparare ed in cui giocare liberamente perchè il campo, in cui la popolazione è in continua crescita, è ristretto, senza spazi verdi e senza luoghi che possano accogliere la giovane popolazione.

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da Giuseppe Cammarata – responsabile Libano CISS

scaviOggi una parte del campo profughi di Beddawi festeggia ed é felice: é stata inaugurata una piccola rete idrica che finalmente consente a piú di mille persone di avere acqua potabile di buona qualità ed in abbondanza.

Tale piccola rete, costruita dal CISS in partenariato con Bait Atfal Assomoud (ONG palestinese presente in tutti e 12 i campi profughi del Libano, partner del CISS ormai in diversi progetti) ed UNRWA e finanziato dall’Ufficio di Cooperazione Italiana di Beirut nell’ambito del progetto dal titolo “Programma integrato per il risanamento ambientale e lo sviluppo sostenibile del campo profughi palestinesi di Beddawi”, ha sua importanza per almeno un paio di motivi. Anzitutto per il fatto in sé, dal momento che finalmente tale intervento ha sostituito una vecchia rete idrica che forniva acqua senza i requisti minimi di potabilità, che però veniva comunque utilizzata dai residenti anche per usi alimentari.

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Da Giuseppe Cammarata

Campo profughi di Shatila.
Per quelli della mia generazione, non e’ solo un luogo.

Rappresenta un simbolo, il momento in cui qualcosa di importante e’ cominciato o finito per sempre, il giorno in cui tutto e’ diventato diverso rispetto al giorno prima, qualcosa che tutti devono conoscere che e’ accaduto.

Shatila e’ come Auschwitz, come Saigon per “quelli che hanno fatto il ’68″, come il sacrario di El-Alamein in Egitto, come Marzabotto o le Fosse Ardeatine.

Un luogo in cui non si puo’ non pensare a tutti coloro che vi sono morti, ma che forse sono morti invano.

Il “Giardino dei Martiri” e’ uno spazio che vorrebbe essere verde, chiuso da un cancello che pero’ puo’ essere aperto su richiesta (basta chiedere al fruttivendolo che ha il suo banchetto proprio li’ davanti) e che commemora la strage del 1982, allorche’ la Falange, sostenuta o non ostacolata (e’ la stessa cosa, ai fini pratici) dall’esercito israeliano guidato da Ariel Sharon che allora controllava quella parte di Beirut, per tre giorni e due notti massacro’ migliaia di palestinesi inermi e disarmati (il numero esatto di donne, anziani e bambini non e’ mai stato possibile appurarlo: certamente oltre duemila, probabilmente circa tremila) andandoli a cercare casa per casa.

E’ una fossa comune.

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di Giorgia Baldi – cooperante CISS in Libano

PICT7416Il sessantunesimo anniversario della Nakba (la diaspora palestinese) ha uno strano sapore qua in Libano, dove i profughi vivono ormai questa tragedia da tre generazioni nella speranza di poter tornare un giorno nella loro terra. 

A Beddawi, campo profughi a nord del Libano dove l’anno scorso si riversarono anche i profughi del vicino Nahr el Bared, il CISS, in collaborazione con il Comitato per il Diritto al Ritorno, formato da 22 organizzazioni presenti nel campo, ha organizzato una giornata di folklore palestinese. 

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da Marco Mondino

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Baqa’a è il più grande campo profughi palestinese della Giordania e si trova a venti chilometri da Amman. Creato nel 1968 per accogliere gli sfollati Palestinesi che lasciarono la West bank e la striscia di Gaza dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, oggi conta 90,953 rifugiati registrati.
Camminiamo per le strade di Baqa’a insieme a Mohannad, un amico di origini palestinesi, che ha trascorso gran parte della sua infanzia qui, a casa del nonno paterno originario di Hebron.

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di Marco Mondino

Nadia è sempre impegnata, si sposta da un posto all’altro, tiene conferenze in giro per il mondo, ma trova anche il tempo per invitarci a cena a casa sua. È Palestinese, e da anni rappresenta la Jordanian Women’s Union una delle realtà più importanti che da oltre mezzo secolo si occupa di diritti delle donne.
Si perché la storia della Jordanian Women’s Union non risale a vent’anni fa, ma inizia nel 1945 anno della sua fondazione. L’organizzazione che prima si chiamava Women’s Union in Jordan è stata inizialmente sciolta nel 1957 per poi riprendere le sue attività nel 1974.
Il perseguimento degli obiettivi e quella spinta al miglioramento della condizione femminile non è mai stato semplice in un paese come la Giordania, nel 1981 infatti il ministro dell’interno aveva dato l’ordine di sciogliere l’unione, ma fortunatamente non ci riuscì.
Anno dopo anno l’organizzazione è cresciuta e si è imposta in tutto il mondo arabo per la sua capacità di svolgere azioni concrete e per la sua perseveranza. La battaglia in difesa delle donne in un paese come le Giordania continua ogni giorno e nonostante sia stata ratifica la Convenzione per l’abolizione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), tanti sono i punti che ancora devono essere messi in pratica.

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da Marco Mondino

C’è un’Amman che ama l’arte, che si riunisce, che discute, che sperimenta nuovi linguaggi e che si fa sentire.

La conosci per caso questa Amman, a volte basta una chiacchierata con una persona, una visita a una galleria, l’invito a una festa; la scopri lentamente, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, e ne resti affascinato.

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