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di Valentina Venditti – cooperante CISS in Palestina
L’8 marzo 2012 le donne palestinesi hanno organizzato una giornata di lotta per la libertà su due fronti, contro l’occupazione militare israeliana e per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere. L’intera giornata è stata dedicata ad Hana’ Shalabi che sta conducendo uno sciopero della fame contro la detenzione amministrativa dal 16 febbraio.
La giornata è stata strutturata in due parti:
1. Una manifestazione alle 12.30 nel checkpoint di Ramallah contro l’occupazione, la giudeizzazione di Gerusalemme, il muro di separazione, gli arresti di massa dei palestinesi e l’assedio di Gaza, tutte pratiche condannate dal diritto internazionale
2. Una Marcia cittadina per riaffermare che i diritti delle donne sono diritti umani, per l’uguaglianza di genere e per l’immediato rilascio di Hana’ Shalabi
La manifestazione nel check point di qalandya che ha visto la partecipazione di qualche centinaio di donne organizzata dalla Palestinian Working Women Society for Development assieme alla “Feminist Coalition of the Lands of 1948” ed altre organizzazioni di donne, ha visto una dura e violenta reazione da parte dell’esercito israeliano. Di fronte ad una manifestazione non violenta, i militari hanno reagito con gas lacrimogeni, proiettili di gomma, getti d’acqua e bombe sonore con l’intento di disperdere le/i manifestanti.
Un suono assordante ha accompagnato tutte la manifestazione (dispositivo chiamato “the screamer” o “the scream truck”), ennesima tecnica utilizzata per fiaccare la resistenza di tutte quelle donne che erano lì con i loro cartelli, canti e slogan a manifestare per i propri diritti. Una donna è rimasta ferita dopo essere stata copita dal getto dell’idrante e portata via dall’ambulanza. I gas lacrimogeni venivano sparati tra la gente e a distanza ravvicinata. Il sito di informazione Maan News ha riportato 8 feriti per inalazione da gas.
di Marta Bellingreri
Vi invio un mio racconto/articolo/denuncia su… le “lampedusane” all’ospedale Civico di Palermo; mentre il 18 maggio nasceva mio nipote Francisco, nelle stanze accanto…
http://siciliamigranti.blogspot.com/2011/06/le-chiamano-le-lampedusane.html
nel blog sono stati eliminati alcuni nomi veri e non rispettati gli spazi che hanno un senso nel racconto e danno più respiro nella lettura, ecco la mia prima versione:
Le chiamano le lampedusane. Ma sono nigeriane sbarcate a Lampedusa gravide e trasferite spesso d’urgenza all’Ospedale Civico di Palermo. Fino al 20 maggio erano solo nigeriane, poi si sono aggiunte due sorelle somale, una pakistana e continuano ad arrivare nigeriane. Oggi ha partorito la quarta in una settimana. Negli ultimi due mesi ne sono passate diverse, anche di altre nazionalità, l’unità operativa di Ostetricia e Ginecologia le ha ricoverate, fatte partorire e fatte sistemare, tramite le assistenti sociali, nei centri e nelle case. Ma ancora in sette sono là.
Pare che però in due mesi non si siano mai risolti alcuni problemi che in primis le infermiere che si prendono cura di loro ne lamentano l’impellente necessità: si tratta della disperazione che prima del travaglio del parto le assale non avendo alcuna notizia dei mariti ed eventualmente dei familiari con cui sono arrivate sulle coste lampedusane.
Ma il secondo problema mai risolto è che nessuno ha potuto informarle, rassicurarle e aggiornarle prontamente dato che l’assistente sociale passa solo la mattina e non necessariamente parla inglese, tantomeno arabo o somalo e la mediatrice di tanto in tanto l’accompagna: ma-dicono le infermiere-non si è mai fermata più di un’ora a mattinata.
Chi all’ottavo, chi al nono mese, Cinthya che invece ha partorito il 14 maggio si ritrova per tre giorni di fila nella solitudine data dall’assenza del marito. Gli sforzi sono tanti per contattarli. Ma la domanda principale che le donne si pongono è come mai oltre ad essere spesso private dei loro pochi averi all’approdo al molo, vengano separate anche dai mariti e dalle famiglia. Le spiegazioni sono tante da dare: donne e bambini, donne gravide, le categorie più vulnerabili da tenere in maggiore considerazione e maggiore cura, forse dimenticando che la cura che si ha nel separarle da chi potrebbe renderle proprie vittime nella tratta non prescinde dal bisogno che una donna gravida ha di avere il marito accanto. E dalla depressione che ne deriva. Leggi il seguito di questo post »
di Cristiana Dell’Aira – consulente CISS in Guatemala
La storia recente del Guatemala è segnata da una delle più lunghe e sanguinose guerre civili dell’America latina, terminata nel 1996 con un accordo di pace. Più di 200.000 morti, 45.000 scomparsi e 5.000 donne violentate, questo è il saldo di 36 anni di guerra. Un gigantesco archivio di polizia scoperto pochi anni fa getta nuova luce sugli orrori di quegli anni. I documenti sono conservati in forma digitale a Berna.
Già tre anni dopo la firma dell’accordo, la commissione nazionale incaricata di indagare le violazioni dei diritti umani nel paese centro-americano si era lamentata del fatto che le autorità civili e militari del paese ostacolassero le ricerche sui crimini commessi durante il conflitto armato, non permettendo l’accesso a documenti rilevanti. Da questo punto di vista, la situazione è cambiata repentinamente nel luglio del 2005, quando collaboratori della Procura guatemalteca per i diritti umani hanno rinvenuto in un vecchio deposito di munizioni, un enorme archivio che custodisce atti della polizia del Guatemala degli ultimi 120 anni. La scoperta dell’archivio di polizia ha fornito alle autorità inquirenti uno strumento di grande importanza per far luce sui crimini contro l’umanità avvenuti in Guatemala.
di Maria Giovanna Mulè – Servizio Volontariato Europeo
Era un sabato caldo di marzo come tanti, accompagnato dal suono assordante dei lavori che si susseguivano. Una finestra da cui guardare la creazione di buchi e briciole che si dissolvevano di una struttura antica: ecco il secondo palazzo antico abbattuto accanto a casa, in meno di due mesi.
L’oroscopo di Repubblica delle Donne ci aveva appena promesso grandi successi e sviluppi nuovi delle nostre vite. Il motore di ricerca di google continua a girare per noi, accompagnando con la sua ricerca le nostre dissertazioni sul mondo.
Ad un certo punto, mi volto verso Valeria e leggendo articoli sul 17 aprile 2010, le chiedo quale fosse la sua opinione su un incontro ipotetico con e per gli abitanti delle aree rurali, proprio nel giorno in cui si commemora la giornata internazionale della lotta contadina.
Valeria ammicca e accoglie il mio pensiero “rivoluzionario”.
Il click dei tasti, clump clump, si sussegue e con qualche e-mail ecco trovati due partner adeguati: “CAMPO VALE” e il “SINDICATO DOS TRABALHADORES”.
Lo staff di tre donne (Io, Marcilene e Rosa) così composto comincia a riunirsi e a lavorare: dietro le quinte altre due donne per consigliare e appoggiare, Valeria Bigliazzi – CISS”(già presente dall’inizio della vicenda) e Claudia Rodrigues Lopes – ASCOPI. Si crea anche un contatto con il delegato della Polizia Civile, Vitor Amaro, con cui si chiacchiera infinitamente sui differenti modi di operare i cambiamenti nella società civile e con cui si concorda un workshop sulla questione di genere dentro il nostro incontro.
Per la prima volta si creerà un evento in cui i contadini saranno ascoltati da un’autorità pubblica!!!!
di Carolina Martin Tirand
“Metrocentro, Santa Tecla…” grida al passaggio, seguo la fila, 25 cents, piede sul primo scalino e mano sulla sbarra perchè non mi lasci per strada. Così inizia l’avventura del mio primo viaggio in autobus a San Salvador. “E’ pericoloso” dicono alcuni. Ma la mia impressione, oltre a quello che si potrebbe pensare essendo El Salvador uno dei paesi più violenti al mondo e così come in tutte le grandi città del mondo, il più grande pericolo non sono le maras, nè i gruppi criminali, ma la velocità che raggiungono questi minibus e la loro capacità di infilarsi negli spazi lasciati dall’intenso traffico in città.
Ben afferrata alla sbarra, gioco all’equilibrista per non cadere sopra la signora seduta accanto a me e sua figlia. Le scolaresche con l’uniforme ridono della mia incapacità di mantenere la posizione verticale ogni volta che il minibus riparte. In realtà più che per me io ho paura per l’impiegato che, con la metà del corpo fuori della porta aperta, va gridando le destinazioni e, con un fischio o un colpo sul veicolo, avvisa l’autista che può ripartire. E così, fra accellerate e fermate inaspettate, inizio a scoprire questa città, molto simile, per quanto dicono, a tante città americane a Nord del Canale di Panama.
da Carolina Martin- Tirand
Fatimetou è una bella ragazza. Le piace vestirsi di colori brillanti e circondare il suo viso di una bella melefa. Fatimetou è una ragazza intelligente. Dato che è una buona studentessa i suoi genitori le hanno permesso di continuare a studiare, contrariamente a sua sorella Aminata, che ha lasciato la scuola a 10 anni perché doveva occuparsi dei suoi fratelli piccoli. Fatimetou sa però che quando compirà 16 non potrà proseguire gli studi, perché nel suo villaggio non c’è la scuola per i grandi e i suoi genitori non possono pagarle la permanenza fuori casa. I suoi genitori stanno risparmiando per far studiare nella capitale della provincia suo fratello piccolo.
Fatimetou studia con altri quaranta bambini e bambine di diverse età. Parla un pò francese, anche se non ha mai conosciuto un vero francese. E’ brava in geografia però il suo punto forte è la matematica. A Fatimetou piacerebbe fare la professoressa.
Fatimetou guarda la donna straniera con ammirazione. Pensa che è molto bella. Invidia la sua pelle bianca che si brucia al sole, i suoi occhi verdi e i suoi capelli ondulati e sciolti, senza trecce né parrucche. Invidia il suo orologio, i suoi orecchini e la sua macchina fotografica. La donna bianca l’ha guardata e sorride. Fatimetou è timida, però mantiene lo sguardo e si fa molto seria quando la donna bianca le fa una foto. In fondo si sente orgogliosa che abbia scelto lei fra tutte le altre ragazze del villaggio. A Fatimetou non piacciono molto i pantaloni della donna bianca: sono cose da uomini, non sono per le donne. Però sa che le nazrani (cristiane) sono diverse. Vanno in lussuose macchine e hanno tante cose. Sono ricche e possono andare dove vogliono. E’ per quello che Fatimetou la invidia mentre commenta con le amiche quanto è bella, anche se la trova un po’ svergognata: la donna bianca viaggia da sola con due uomini che non sono né suo marito né suo padre.
di Marco Mondino
Nadia è sempre impegnata, si sposta da un posto all’altro, tiene conferenze in giro per il mondo, ma trova anche il tempo per invitarci a cena a casa sua. È Palestinese, e da anni rappresenta la Jordanian Women’s Union una delle realtà più importanti che da oltre mezzo secolo si occupa di diritti delle donne.
Si perché la storia della Jordanian Women’s Union non risale a vent’anni fa, ma inizia nel 1945 anno della sua fondazione. L’organizzazione che prima si chiamava Women’s Union in Jordan è stata inizialmente sciolta nel 1957 per poi riprendere le sue attività nel 1974.
Il perseguimento degli obiettivi e quella spinta al miglioramento della condizione femminile non è mai stato semplice in un paese come la Giordania, nel 1981 infatti il ministro dell’interno aveva dato l’ordine di sciogliere l’unione, ma fortunatamente non ci riuscì.
Anno dopo anno l’organizzazione è cresciuta e si è imposta in tutto il mondo arabo per la sua capacità di svolgere azioni concrete e per la sua perseveranza. La battaglia in difesa delle donne in un paese come le Giordania continua ogni giorno e nonostante sia stata ratifica la Convenzione per l’abolizione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), tanti sono i punti che ancora devono essere messi in pratica.
Nella piazza centrale di Fuheis c’è un grosso albero di Natale, le feste sono ormai finite da più di due mesi, ma l’albero sta ancora lì pieno di palline e decorazioni.
Percorriamo la città in macchina, si susseguono diverse rotatorie, in ognuna c’è una scultura o una statua, la strada centrale è piena di negozietti di alimentari, centri di bellezza e varie boutique d’abbigliamento.








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