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da Salvio Di Lorenzo, stagista CISS in Marocco

Salè, 14/16 Ottobre 2011

In un week end marocchino di metà ottobre si è svolta la prima fase del laboratorio di “giornalismo cittadino” e “video partecipativo” che si innesta all’interno del progetto su “Diritti dei migranti e alterità culturali” gestito dal CISS Marocco, sede di Rabat.  Il laboratorio era, ed è, destinato a un determinato target di giovani, 7 marocchini e 6 provenienti dall’Africa sub-sahariana, selezionati nell’ambito dell’associazionismo marocchino o di quello delle diverse facce della diaspora africana.  Lo scopo del corso sarà, oltre ad apprendere l’utilizzo degli strumenti di base, quello di insegnare ad esprimersi attraverso le immagini, di saper raccontare delle storie. Si è scelto di insistere sul tema del video partecipativo in quanto tutte le esperienze passate, sperimentate dal Ciss in questo ambito, hanno riscontrato degli ottimi risultati.

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di Maria Giovanna Mulè – Servizio Volontariato Europeo

Ripercorro le idee e le sensazioni che mi hanno mosso in quei giorni. Sono tante e intense, di vari colori, ma quello che più importa è che possano essere in qualche modo custodite e racchiuse in una frase “Circo louco itinerante”.

Dopo il racconto “Dams-giocolando a Minas Novas”, il canovaccio teatrale da me scritto era rimasto nascosto dentro un file word.

Per ben due volte mi ero recata a scuola, con i miei strumentini “damsiani”, dopo aver trovato risposte educative in giochi adeguatamente preparati e raccontati su un foglio, sulla mia scaletta personale.

Per ben due volte, non sono riuscita a fare il workshop, per il numero esiguo di bambini o per dimenticanza della scuola.

Intanto il tempo scorreva, la città si preparava al Carnevale e mi chiedevo sempre più se la sfilata teatrale di Carnevale avrebbe mai potuto prender vita tra le strade della città.

8 Febbraio: Ciak, si gira!!!!

Il “Dams” apre le sue porte nella biblioteca della scuola “Doutor Agostinho da Siva Silveira” e accoglie un numero variabile di ragazzini tra i 10 e i 14 anni, dalle 14.30 alle 17.00. Tra montagne di libri e banchi, ci facciamo spazio e cominciamo a “damsgiocolare”.

Si susseguono 4 giorni intensi di workshop, di cui vi potrei raccontare immensi particolari. La programmazione giornaliera la ometto, ma se qualcuno fosse interessato sono disponibile a inviargliela.

Getto delle suggestioni..

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di Margherita Maniscalco – CISS

Risate frivole, minigonne simil-inesistenti, una multisala cinematografica in una city mall al lato di boulevard attraversati da land rovers….sono di ritorno, facendo tappa in una Florida sbrilluccicante che ostenta lo sviluppo e il progresso…e mi chiedo se due Americhe così diverse potranno mai capirsi….

Ripenso a queste giornate boliviane. Una Bolivia che forse più degli altri paesi del continente latinoamericano riesce ancora a proporre uno stile di vita diverso, autonomo. Per le strade di La Paz, le donne che vestono le pesanti pollera colorate con l’immancabile bombetta nera sul capo, rendono viva ogni giorno la tradizione dei popoli Aymarà o Quechua. Qui non c’è bisogno del cellulare, l’Entel, la compagna di telefonia e comunicazioni del paese (ri-nazionalizzata dal Governo Morales dopo che la Telecom Italia nel 1995 aveva acquisito il 50% della società)– ti da la possibilità di chiamare ovunque con pochi pesos boliviani mentre non c’è motivo di possedere un automobile, i micro e i bus ti portano in qualsiasi momento in qualsiasi angolo della città tu desideri andare. Poche sono le case nella città satellite di El Alto che possiedono i servizi igienici….ma i bagni pubblici almeno in parte sopperiscono a tale mancanza.

Forse l’unico paese dove Mc Donald ha dovuto chiudere 8 ristoranti e uscire dal paese nel 2002, principalmente per scarsi profitti….nessun boliviano sarebbe stato disposto ad abbandonare l’uso di sedersi per strada tra i mercati su una cassetta della frutta in un comedores improvvisato per mangiare con pochi centesimi di Euro pollo fritto, saltenas o empanadas condite con la salsa piccante llajhua. Qui l’importanza delle tradizioni è riconosciuta, valorizzata; si parla del trionfo dell’indigenismo. Cerco di capire cosa ci sia dietro questo termine…rivendicazione di un’autonomia, di un’indipendenza dai sistemi neoliberali e capitalisti mondiali, conservazione delle tradizioni, autonomia territoriale, autodeterminazione delle comunità…..l’espulsione dell’ambasciatore statunitense nel 2008, la nazionalizzazione del settore degli idrocarburi, la lotta contro il latifondismo, il limite alla proprietà privata…Dopo decenni di governi di origine che hanno messo al margine dell’economia e della politica le comunità locali con il secondo mandato presidenziale di un aymara, campesino e cocalero ora riacquistano la propria dignità.

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da Giovanna Di Benedetto

Eccoci a poco più di 3 mesi dall’inizio del nostro lavoro a Kairouan.

I lavori continuano dentro e fuori il nostro ufficio. Abbiamo incontrato il Comitato di quartiere, costituito da volontari, abitanti del quartiere che si fanno carico delle esigenze di tutti. Abbiamo discusso insieme a loro delle problematiche che affliggono le famiglie della zona. Giorno dopo giorno il Comitato prende vita, diviene propositivo, si incontra periodicamente, cerca soluzioni alle problematiche e le condivide con noi. I membri del comitato si sono incaricati in prima persona di sondare le esigenze porta a porta e di sensibilizzare alle soluzioni trovate.

Pian pianino la città comincia a conoscerci.

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di Carolina Martin Tirand

“Metrocentro, Santa Tecla…” grida al passaggio, seguo la fila, 25 cents, piede sul primo scalino e mano sulla sbarra perchè non mi lasci per strada. Così inizia l’avventura del mio primo viaggio in autobus a San Salvador. “E’ pericoloso” dicono alcuni. Ma la mia impressione, oltre a quello che si potrebbe pensare essendo El Salvador uno dei paesi più violenti al mondo e così come in tutte le grandi città del mondo, il più grande pericolo non sono le maras, nè i gruppi criminali, ma la velocità che raggiungono questi minibus e la loro capacità di infilarsi negli spazi lasciati dall’intenso traffico in città.

Ben afferrata alla sbarra, gioco all’equilibrista per non cadere sopra la signora seduta accanto a me e sua figlia. Le scolaresche con l’uniforme ridono della mia incapacità di mantenere la posizione verticale ogni volta che il minibus riparte. In realtà più che per me io ho paura per l’impiegato che, con la metà del corpo fuori della porta aperta, va gridando le destinazioni e, con un fischio o un colpo sul veicolo, avvisa l’autista che può ripartire. E così, fra accellerate e fermate inaspettate, inizio a scoprire questa città, molto simile, per quanto dicono, a tante città americane a Nord del Canale di Panama.

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di Antonella Di Salvo

Partenza 8 luglio da Palermo…lungo viaggio da sola dove qualche simpatico incontro e i pensieri su ciò che avrei trovato mi hanno fatto compagnia.

Tante emozioni contrastanti: grande entusiasmo, qualche dubbio, un po’di incertezze ma soprattutto tante aspettative…Tante persone raccontano la propria esperienza nella grande Mamma Africa, con i suoi colori, i suoi profumi, i suoi sapori, i suoi sorrisi ma anche le sue paure e i suoi dolori, e tutto alimenta un vortice nella testa che è già piena di pensieri senza ancora esserci veramente.

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di Federica Infantino – Servizio Volontariato Europeo (SVE)

img_0448La mia avventura in Marocco con Bayti inizia il 20 marzo 2009 alla sede amministrativa dell’associazione che si trova ad Ain Sebaa, quartiere periferico di Casablanca.
A ricevermi è Amina Malih, direttrice dell’associazione. Mi presenta l’organigramma, i vari programmi che portano avanti e insieme definiamo le attività in cui mi posso inserire. Decidiamo che il mio punto di partenza sarà il Sas Rue di Ain Chock (altro quartiere di Casablanca). Il Sas Rue è una struttura molto bella, da poco ristrutturata, in cui vengono portate avanti le attività con i ragazzi che vivono in strada.
É lì che vado il 23 marzo per incontrare gli educatori di strada, Jaafar e Rachid e il responsabile del Programme Rue Abdou. Sono loro ad accogliermi e a spiegarmi le attività del Sas e il lavoro degli educatori di strada, che si svolge quasi interamente alla Gare routière (stazione dei pullman) di Ouled Ziane, nel centro di Casablanca. Ed è lì che andrò proprio il giorno dopo. Leggi il seguito di questo post »

da Marco Mondino

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Baqa’a è il più grande campo profughi palestinese della Giordania e si trova a venti chilometri da Amman. Creato nel 1968 per accogliere gli sfollati Palestinesi che lasciarono la West bank e la striscia di Gaza dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, oggi conta 90,953 rifugiati registrati.
Camminiamo per le strade di Baqa’a insieme a Mohannad, un amico di origini palestinesi, che ha trascorso gran parte della sua infanzia qui, a casa del nonno paterno originario di Hebron.

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da Carolina Martin- Tirand

tewvigh-078bFatimetou è una bella ragazza. Le piace vestirsi di colori brillanti e circondare il suo viso di una bella melefa. Fatimetou è una ragazza intelligente. Dato che è una buona studentessa i suoi genitori le hanno permesso di continuare a studiare, contrariamente a sua sorella Aminata, che ha lasciato la scuola a 10 anni perché doveva occuparsi dei suoi fratelli piccoli. Fatimetou sa però che quando compirà 16 non potrà proseguire gli studi, perché nel suo villaggio non c’è la scuola per i grandi e i suoi genitori non possono pagarle la permanenza fuori casa. I suoi genitori stanno risparmiando per far studiare nella capitale della provincia suo fratello piccolo.

Fatimetou studia con altri quaranta bambini e bambine di diverse età. Parla un pò francese, anche se non ha mai conosciuto un vero francese. E’ brava in geografia però il suo punto forte è la matematica. A Fatimetou piacerebbe fare la professoressa.

Fatimetou guarda la donna straniera con ammirazione. Pensa che è molto bella. Invidia la sua pelle bianca che si brucia al sole, i suoi occhi verdi e i suoi capelli ondulati e sciolti, senza trecce né parrucche. Invidia il suo orologio, i suoi orecchini e la sua macchina fotografica. La donna bianca l’ha guardata e sorride. Fatimetou è timida, però mantiene lo sguardo e si fa molto seria quando la donna bianca le fa una foto. In fondo si sente orgogliosa che abbia scelto lei fra tutte le altre ragazze del villaggio. A Fatimetou non piacciono molto i pantaloni della donna bianca: sono cose da uomini, non sono per le donne. Però sa che le nazrani (cristiane) sono diverse. Vanno in lussuose macchine e hanno tante cose. Sono ricche e possono andare dove vogliono. E’ per quello che Fatimetou la invidia mentre commenta con le amiche quanto è bella, anche se la trova un po’ svergognata: la donna bianca viaggia da sola con due uomini che non sono né suo marito né suo padre.

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da Gaia Tamburello

Dopo una giornata come quella di oggi, è impossibile non raccontare a nessuno le sensazioni vissute; stavolta, però, decido di condividerle con tutti coloro che leggeranno questo blog!
Mi presento, sono Gaia, un ventitreenne laureata in cooperazione, che da quasi 5 mesi sta facendo una fantastica esperienza nella sede del CISS in Egitto.
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