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di Valentina Venditti – Cooperante CISS in Palestina
Medio Oriente e Nord Africa stanno vivendo un momento storico. Le rivolte in Tunisia e in Egitto, tra scetticismi e entusiasmo, stanno suscitando emozioni contrapposte e, in qualche modo, ridando una speranza ai popoli “oppressi” che iniziano a sentirsi parte di un destino comune.
Lo scorso mercoledì siamo andati a mangiare in uno dei tanti localini di Ramallah. E’ un posto molto accogliente, è molto simile ai nostri caffè letterari e si respira politica in ogni angolo. Quella sera il padrone del locale aveva deciso di montare un mega schermo per seguire in diretta la grande manifestazione del Cairo, “layla elkabeere” – la grande notte la chiamava. Tutti i presenti seguivano ogni sviluppo con grande attenzione ed erano in attesa di qualcosa di grande. Appena arrivati noi, il proprietario ha deciso di sintonizzarsi su Al Jazeera English, così da darci l’opportunità di capire cosa stesse avvenendo. Si è poi seduto vicino a noi ed ha iniziato ad analizzare la situazione, i cambiamenti mondiali che avrebbe portato la caduta di Mubarak e il momento storico che stiamo vivendo. “L’Egitto è un paese strategico, stiamo vivendo una rivoluzione” ripeteva. Ci siamo lasciati con la promessa di festeggiare assieme la caduta del regime. Questo entusiasmo non è confinato nei locali di sinistra della Ramallah intellettuale, ma si respira in ogni passo che fai.
Le conversazioni tra la gente sugli autobus riguardano Tunisia ed Egitto, le televisioni sono concentrate su Al Jazeera e i ragazzi mostrano il loro supporto alle popolazioni in rivolta tramite i social network e non solo.
Ieri sera, come ogni sera, il nostro vicino di casa è venuto a salutarci e a bere assieme qualcosa di caldo. Stavolta però ha detto di non avere tempo, perchè era prevista per le 21 una manifestazione, organizzata con uno scambio di sms e messaggi su Facebook, ad Al Manara, la piazza principale di Ramallah, in supporto del popolo egiziano e della loro libertà.
Ci siamo preparati al volo e siamo usciti per unirci a loro. Siamo arrivati qualche minuto dopo le 21, eravamo una trentina inizialmente e ci siamo radunati sul marciapiede che costeggia le strade della piazza. Non è passato molto dall’arrivo degli uomini della sicurezza dell’Autorità Palestinese, tutti in borghese che ci hanno pressochè circondato intimandoci di andarcene perchè non avevamo l’autorizzazione.
Il CISS condanna l’attacco israeliano di questa notte, condotto nelle acque internazionali al largo della costa israeliana, contro il convoglio Freedom Flotilla diretto a Gaza per portare aiuti umanitari. I militari israeliani hanno sparato nella notte contro la nave turca, i morti sono almeno 19 e i feriti 26.
Freedom Flotilla fa parte della flotta di 9 navi intente a interrompere l’assedio di Israele, cariche di centinaia di attivisti, giornalisti, politici e migliaia di tonnellate di aiuti.
Il CISS esprime solidarietà alle vittime, condanna l’utilizzo della violenza, delle armi e della forza nei confronti di chi vuole portare aiuto e sostegno in modo pacifico, condanna il blocco militare a Gaza che continua a minare ogni giorno i diritti dei palestinesi.
I tragici fatti accaduti sono un’ennesima prova della assurdità del blocco umanitario nei confronti della popolazione palestinese.
di Giorgia Baldi – cooperante CISS in Libano
Il 5 e 6 ottobre 2009 si è svolto, all’UNESCO Palace di Beirut, il Film Festival organizzato dal CISS in collaborazione con il partner locale Beit Atfal Assomud. Il film festival ha rappresentato l’evento finale del progetto: “Mustaqbal: nuove prospettive per i giovani palestinesi di Tiro e Tripoli”, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri Italiano.
Il progetto, durato 4 anni, ha visto l’attivazione di due scuole professionali, una presso il campo profughi di Beddawi ed un’altra a Burj el Shemali e, nell’ultimo anno di progetto, anche la realizzazione di una serie di attività culturali volte a favorire il dialogo interculturale fra libanesi e palestinesi in Libano.
di Emilia Orlando – architetto in missione sul progetto di risanamento ambientale e sviluppo sostenibile del campo profughi palestinesi di Beddawi.
Arrivare a Beirut non mi stravolge. L’impianto urbano risente della mediterranea ambiguità della città contemporanea e con difficoltà riconosco il suo centro. Ma non importa, perché la mia attenzione è interamente rapita dalla verticale presenza di edifici vertiginosi di fragile consistenza. Immateriali ricostruzioni di vetro giacciono stretti ai segni del conflitto. Come macigni ciechi piangono da occhi-finestre, al buio dei loro spazi domestici svuotati.
Dagli stessi occhi mi sento osservata e rimangono aperti lungo il mio percorso, indicandomi la strada verso la città autentica. Tutto è dinamico e fluido ed invano la mia mente ricostruisce lo spazio comune, le strade con il suo lungomare prima della ricostruzione. Il faro è l’unico elemento misuratore temporale della città, avvolte sostituito da qualche vecchia abitazione che con fatica tenta di resistere alla sua totale cancellazione dalla storia morfologica urbana.
di Giorgia Baldi – cooperante CISS in Libano
Le prime due settimane di luglio hanno visto i ragazzi del campo profughi di Beddawi impegnati in attività di animazione e sensibilizzazione.
Il gruppo di ragazzi attivo nel centro di Beit Atfal Assomud a Beddawi (Tripoli) è stato formato durante i 4 anni del progetto “Mustaqbal: nuove prospettive per i giovani palestinesi di Tiro e Tripoli” nell’organizzazione di attività culturali e di animazione, ed ha concluso oggi (17 luglio 2009) l’Al Quds Summer Camp, in memoria di una città, Gerusalemme, che non hanno mai visitato e che, forse, non vedranno mai.
L’attività organizzata è durata due settimane e circa 250 bambini di Beddawi hanno potuto beneficiare di attività ricreative ed educative.
I bambini di Beddawi non hanno uno spazio fisico in cui imparare ed in cui giocare liberamente perchè il campo, in cui la popolazione è in continua crescita, è ristretto, senza spazi verdi e senza luoghi che possano accogliere la giovane popolazione.
da Giuseppe Cammarata – responsabile Libano CISS
Oggi una parte del campo profughi di Beddawi festeggia ed é felice: é stata inaugurata una piccola rete idrica che finalmente consente a piú di mille persone di avere acqua potabile di buona qualità ed in abbondanza.
Tale piccola rete, costruita dal CISS in partenariato con Bait Atfal Assomoud (ONG palestinese presente in tutti e 12 i campi profughi del Libano, partner del CISS ormai in diversi progetti) ed UNRWA e finanziato dall’Ufficio di Cooperazione Italiana di Beirut nell’ambito del progetto dal titolo “Programma integrato per il risanamento ambientale e lo sviluppo sostenibile del campo profughi palestinesi di Beddawi”, ha sua importanza per almeno un paio di motivi. Anzitutto per il fatto in sé, dal momento che finalmente tale intervento ha sostituito una vecchia rete idrica che forniva acqua senza i requisti minimi di potabilità, che però veniva comunque utilizzata dai residenti anche per usi alimentari.
di Pasqua De Candia, CISS Puglia, e Mario Abbattista, socio CISS.
Nell’ambito dei progetti finanziati dalla L.reg. 20/2003 della Regione Puglia, “Supporting Municipality of Hebron: capacity building and actions for women’s empowerment”, che intende contribuire al miglioramento della condizione economica e alla riduzione del livello di discriminazione nei confronti della popolazione femminile della Municipalità di Hebron, dal 15 al 22 maggio 2009 il CISS ha avuto il piacere di ospitare a Bari una delegazione composta da:
Mr. Kamal Dweik, vice Sindaco della Municipalità di Hebron con delega ai rapporti multilaterali, Mr. Raed Sharabati, membro del Consiglio della Municipalità di Hebron, con delega ai rapporti multilaterali e Direttore Amministrativo, Mr. Abd Al-Aziz Nofal, Coordinatore dell’Ufficio stampa, Mr. Nidal Tamimi, Segretario della Municipalità e Direttore dell’Ufficio Relazioni con il pubblico, Miss Rehab Sharabati, operatrice dell’Ufficio Relazioni con il pubblico, accompagnati dalla project manager del CISS, Rania Arnaout.
Sono stati inseriti, nella fitta agenda della delegazione, una serie di incontri istituzionali, conferenze stampa, workshop tematici, incontri pubblici e presso l’Università degli Studi di Bari, incontri con soggetti operanti nel terzo settore e altri con associazioni locali. Inoltre si è colta l’occasione, nei momenti liberi, per brevi escursioni “turistiche” in provincia di Bari e in Valle d’Itria.
A conclusione di tutto, possiamo dare di quest’esperienza un bilancio assolutamente positivo: positivo per le istituzioni locali pugliesi che, nonostante il momento critico e fitto di impegni per l’imminente momento elettorale, hanno dimostrato, accanto alla proverbiale accoglienza, un’insospettata capacità comunicativa e un potenziale interesse ad arricchire di altre piccole azioni il progetto e i partner palestinesi.
È stata un’esperienza positiva per i nostri amici palestinesi, per coloro che sono tornati per la seconda volta e per quelli che erano al loro primo viaggio in Puglia: tutti sono riusciti ad assimilare numerose e nuove informazioni e conoscenze, nonché spunti per le proprie attività e competenze.
Da Giuseppe Cammarata
Campo profughi di Shatila.
Per quelli della mia generazione, non e’ solo un luogo.
Rappresenta un simbolo, il momento in cui qualcosa di importante e’ cominciato o finito per sempre, il giorno in cui tutto e’ diventato diverso rispetto al giorno prima, qualcosa che tutti devono conoscere che e’ accaduto.
Shatila e’ come Auschwitz, come Saigon per “quelli che hanno fatto il ’68″, come il sacrario di El-Alamein in Egitto, come Marzabotto o le Fosse Ardeatine.
Un luogo in cui non si puo’ non pensare a tutti coloro che vi sono morti, ma che forse sono morti invano.
Il “Giardino dei Martiri” e’ uno spazio che vorrebbe essere verde, chiuso da un cancello che pero’ puo’ essere aperto su richiesta (basta chiedere al fruttivendolo che ha il suo banchetto proprio li’ davanti) e che commemora la strage del 1982, allorche’ la Falange, sostenuta o non ostacolata (e’ la stessa cosa, ai fini pratici) dall’esercito israeliano guidato da Ariel Sharon che allora controllava quella parte di Beirut, per tre giorni e due notti massacro’ migliaia di palestinesi inermi e disarmati (il numero esatto di donne, anziani e bambini non e’ mai stato possibile appurarlo: certamente oltre duemila, probabilmente circa tremila) andandoli a cercare casa per casa.
E’ una fossa comune.
di Giorgia Baldi – cooperante CISS in Libano
Il sessantunesimo anniversario della Nakba (la diaspora palestinese) ha uno strano sapore qua in Libano, dove i profughi vivono ormai questa tragedia da tre generazioni nella speranza di poter tornare un giorno nella loro terra.
A Beddawi, campo profughi a nord del Libano dove l’anno scorso si riversarono anche i profughi del vicino Nahr el Bared, il CISS, in collaborazione con il Comitato per il Diritto al Ritorno, formato da 22 organizzazioni presenti nel campo, ha organizzato una giornata di folklore palestinese.
Baqa’a è il più grande campo profughi palestinese della Giordania e si trova a venti chilometri da Amman. Creato nel 1968 per accogliere gli sfollati Palestinesi che lasciarono la West bank e la striscia di Gaza dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, oggi conta 90,953 rifugiati registrati.
Camminiamo per le strade di Baqa’a insieme a Mohannad, un amico di origini palestinesi, che ha trascorso gran parte della sua infanzia qui, a casa del nonno paterno originario di Hebron.





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