*di Giovanni Vinti

Strade sterrate in cui fango rifiuti e polvere si mescolano, bimbi che sbucano da tutte le parti scalzi o in ciabatte con magliette colorate o a petto nudo, galline asini e maiali che ti sfiorano mentre in due o in tre sulla moto percorriamo le stradine di questa (se si escludono le poche vie del centro) baraccopoli di oltre 60mila abitanti: ecco come ricordo Ouanaminthe, un anno dopo. E mi sorride il cuore, mentre una lacrima lo attraversa. Questo centro abitato del Paese più povero dell’emisfero occidentale, cioè Haiti, è sconosciuto ai più; e del resto, quando se ne è mai parlato in tv..? Haiti è diventata tristemente nota alle cronache in seguito al terribile terremoto del 2010 che causò oltre 200mila vittime, e che fu seguito poco dopo da un’epidemia di colera divenuta da quel momento endemica nell’isola. Quello fu l’anno del colpo di grazia, ma la situazione era difficile già da diversi decenni..

 

Se si va indietro di qualche secolo, bisogna tener presente che l’isola fu “scoperta” da Cristoforo Colombo nel 1492 e battezzata Hispaniola. I nativi furono decimati nel giro di qualche decennio da schiavitù e nuove malattie e a quel punto vennero sostituiti da una nuova “manovalanza”, gli schiavi deportati dall’Africa, antenati degli attuali haitiani. Nel frattempo metà dell’isola divenne di dominio spagnolo e battezzata Repubblica Dominicana, mentre la metà di cui avevo iniziato a parlare, Haiti, di dominio francese. E fin qui, una delle tante storie del colonialismo europeo, senonché a fine Settecento mentre in Francia si assisteva alla Rivoluzione Francese, ad Haiti i 500mila schiavi neri, circa 10 volte più dei loro padroni bianchi, si ribellavano e dopo alcuni anni impadronivano dell’isola e della loro libertà, dando origine alla prima repubblica fondata da ex schiavi. Da quel momento la vita non fu comunque una passeggiata (quando mai!), dato che dall’estero vennero tagliati tutti i canali commerciali con Haiti e la Francia post-rivoluzionaria concesse l’indipendenza ma in cambio di un “indennizzo annuo” mostruosamente elevato. Fino al 1900 la situazione si mantenne relativamente stabile, ma poi nel 1914 mentre in Europa si combatteva la guerra gli Stati Uniti occupavano militarmente Haiti per 20 anni imponendo le loro scelte politiche. Dopo la seconda guerra mondiale si succedettero 3 dittatori locali, fino al termine degli anni ’80. A quel punto, il 1991 fu il momento del primo presidente liberamente eletto ad Haiti, Jean-Bertrand Aristide, un prete di quartiere che sembrava voler davvero stare dalla parte dei poveri (la maggior parte) invece che delle élite economiche, la cui elezione spiazzò un po’ tutti, a cui fece seguito, 8 mesi dopo, un colpo di Stato militare sembra appoggiato dagli Stati Uniti, secondo fonti indipendenti quali Human Rights Watch; Aristide fu infatti prelevato e portato negli Usa, dove venne sottoposto ad un corso intensivo di “democrazia e capitalismo”, o almeno così affermò l’ambasciatore statunitense ad Haiti.. Sembra un film, tragico, ma è la realtà. Nel 2000, terminati i disordini da pochi anni, Aristide venne rieletto (nel frattempo aveva tolto la tunica); a quel punto restò in carica per 4 anni, trovando anche il tempo di scrivere un libro contro lo sfruttamento dei Paesi Industrializzati nei confronti del “Terzo Mondo” (Eyes of the Hearth). Nel 2004 vi furono nuovi disordini, con bande armate (così, all’improvviso) che seminarono il terrore nelle città principali e a cui fece seguito una missione Onu (Minustah), tuttora in corso, per riportare l’ordine. Anche questa volta Aristide fu “deportato” dagli Stati Uniti (ma in Sud Africa), senza preavviso nei confronti dell’Onu, provocando un certo “imbarazzo” all’allora Segretario Generale Kofi Annan.

Come esordivo, il terremoto del 2010, fu il colpo di grazia. E oggi note aziende occidentali continuano a sfruttare indisturbate i lavoratori (come mi han raccontato gli haitiani) per meno di 15 centesimi l’ora, facendoci giungere questo o quel paio di jeans..

Questa parentesi storica aveva un senso in particolare.. la differenza tra Nord e Sud del mondo affonda le sue radici nel colonialismo, ma questo “status quo” continua a mantenersi per via di interessi economici attuali e più o meno evidenti complicità.

 

Tornando ai nostri giorni, quel che più mi ha colpito di Haiti è stato il contrasto. Da un lato povertà e malattie, dall’altro serenità e felicità. Può sembrare assurdo, ma è davvero questa Haiti. O per lo meno, lo è Ouanaminthe, dove ho passato quasi due mesi, altrove solo pochi giorni. Un luogo in cui la gente ne ha viste di tutti i colori, in cui continua a morire per malattie ormai scomparse in Europa, come tifo, colera, malaria e non solo; dove oltre il 70% della gente non possiede un bagno e il 40% non ha accesso all’acqua potabile (secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2016); ma dove la frenesia alienante dell’Occidente non è ancora arrivata e la gente si guarda, sorride e ha ancora il senso del tempo e della vita.

E’ in questo quadro che si configura l’intervento del CISS, ONG di Palermo attiva nel Sud Italia e nei Sud del Mondo con diversi progetti. Il suo intervento ad Haiti (per cui esiste un sito web) si chiama “Action partecipatives pour l’Eau e l’Assainissement dans la ville de Ouanaminthe”, e l’obiettivo è quello di migliorare le condizioni igienico-sanitarie (nel campo delle acque e dei rifiuti) coinvolgendo direttamente le comunità locali.

Infatti, come ho potuto constatare in prima persona, da Ingegnere Ambientale sono consapevole che Haiti in generale, e Ouanaminthe in particolare, ha bisogno di infrastrutture tali da contrastare il diffondersi di malattie ed epidemie, facendo in modo di migliorare le condizioni igieniche. Allo stesso tempo, bisogna evitare di costruire le tipiche cattedrali nel deserto, frutto per lo più di interessi speculativi. E’ fondamentale invece contestualizzare e pensare ad interventi sostenibili, senza che piovano dall’alto; possibilmente chiedendo alla gente del posto quello di cui pensa aver maggiormente bisogno. E’ così che si è mosso il CISS anche in questo caso.

 

Haiti - città di Ouanaminthe

 

*Giovanni Vinti, ingegnere ambientale, socio e volontario del CISS ha supportato lo staff locale nella realizzazione di sistemi volti a migliorare le condizioni igienico-sanitarie a Ouanaminthe

 di Maria Patrizia Salatiello*

Alla fine di ottobre del 2011 sono tornata a Gaza, una terra che amo tantissimo, dopo una dolorosa lontananza durata undici anni.

Sono stata invitata dal CISS (cooperazione internazionale sud sud) a partecipare a un progetto in sostegno dei bambini che avevano subito gravissimi traumi dopo l’attacco israeliano chiamato “Piombo fuso” e che tanti morti aveva fatto fra la popolazione, soprattutto fra i bambini.

Da allora sono tornata almeno una volta all’anno e in questo periodo vi sono stati altri due attacchi, “Margine protettivo” nel novembre 2012 e “Colonna difesa” a fine luglio 2014. Quest’ultimo è stato il più sanguinoso, il più distruttivo, il più angosciante e ha lasciato nella popolazione e nei bambini, ma anche negli operatori, ferite indelebili.

L’attacco è iniziato poco dopo che io avevo appena lasciato la Striscia.

Per me, per tutti quelli che sono legati a Gaza e alla sua popolazione, sono stati giorni d’angoscia. Mi chiedevo cosa potevo fare, certo tanta controinformazione, ma e poi?

Così ho cominciato a scrivere. Per sentirmi più vicina ai bambini e ai colleghi palestinesi nella speranza di fare per tutti loro qualcosa di utile che sarebbe rimasto nel tempo.

Ne è nato un saggio scientifico, che ho voluto intitolare: “Essere bambini a Gaza: il trauma infinito”, perché la peculiarità dei traumi da guerra nella Striscia è, purtroppo, quella di non cessare mai.

Nel mio libricino parlo delle conseguenze che i traumi di guerra hanno sulla vita emotiva dei bambini in generale e sui bambini di Gaza in particolare, del concetto di trauma e di trauma da guerra, dei sintomi iniziali negli adulti e nei bambini, della loro evoluzione, degli studi scientifici, in particolare di quelli effettuati a Gaza, della loro metodologia, delle modalità d’intervento e di cura.

Ma il libro è anche un lungo racconto, che narra di me, di Gaza, dei suoi bambini, che amo chiamare i miei bambini. E’ una storia che inizia tanto tempo fa, una storia fatta di passione, di momenti che mi hanno aiutato a crescere, ma anche di sofferenza, di difficoltà, di angoscia.

*Maria Patrizia Salatiello è una psicologa, socia e volontaria del CISS

Contatti
Via Nicolò Garzilli, 90141 Palermo.
Tel. 091333076.
Cell. 3387744429.
E mail: patriziasal@iol.it

di Valentina Venditti*

“Se si sogna da soli è un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia”.

La scuola di Circo a Gaza rappresenta davvero un grande sogno divenuto realtà.

Un gruppo di ragazzi di Gaza, la forza di volontà, la passione, la voglia di non arrendersi all’assedio israeliano e alle difficoltà, la magia, il superamento dei propri limiti, il sorriso dei bambini, la resilienza. Tutto questo e molto altro ancora è la scuola di circo di Gaza.

Majed, Mohie, Ala, Murad quando erano piccoli trascorrevano giornate intere a guardare spettacoli di circo, clowneria e giocoleria in TV e restavano affascinati da questa “arte magica” che a Gaza, a causa dell’assedio, materialmente, non esisteva.

Col trascorrere del tempo, è cresciuto in loro sempre di più il desiderio di imparare le arti circensi, di diventare artisti ma soprattutto di utilizzare il circo come strumento per “far nascere il sorriso sui volti dei bambini” soprattutto considerando i numerosi attacchi militari israeliani che hanno vissuto e subito.

Ed è proprio così che i ragazzi di Gaza intendono il Circo:

“COME UNO STRUMENTO DI INCLUSIONE SOCIALE, DI RAFFORZAMENTO DEI MECCANISMI DI RESILIENZA E SUPERAMENTO DEI TRAUMI”

La creazione del “Gaza Circus Team” è avvenuta nel Marzo 2011 quando i ragazzi di Gaza hanno avuto l’opportunità di partecipare ad un training per principianti organizzato da una delegazione belga nella Striscia di Gaza.

Da allora il gruppo ha iniziato a sperimentare differenti discipline (giocoleria, acrobatica, equilibrio, clowneria) soprattutto guardando le tecniche su YouTube e tentando di rifarle e costruendo da sè gli attrezzi di giocoleria che non si trovavano – e non si trovano ancora – a Gaza.

Inizialmente gli allenamenti si svolgevano all’esterno, in strada, in campi aperti o dovunque fosse possibile ma sempre in luoghi considerati non sicuri. Il supporto dagli amici europei è continuato a volte direttamente, a volte dall’esterno. I ragazzi sono quindi riusciti, nonostante le difficoltà, ad avere delle attrezzature donate da gruppi di amici di diverse scuole di circo, associazioni e dall’azienda “Play”: un monociclo, delle clave, i piatti cinesi, i trampoli, i cerchi… e hanno iniziato a strutturare i primi veri spettacoli, continuando sempre il lavoro con i bambini.

Il CISS ha iniziato a lavorare con il Gaza Circus Team nel 2012 realizzando con loro attività di supporto psicosociale in favore dei bambini affetti da Sindrome da Stress da Post Trauma (in inglese PTSD\Post Traumatic Stress Disorder) all’interno delle ludoteche utilizzando la clownterapia e le arti circensi.

L’incontro con questi ragazzi è stato incredibile e da subito il CISS ha deciso di aiutarli a raggiungere il loro sogno supportandoli nel portare all’interno della Striscia gli attrezzi di giocoleria, nella creazione delle reti di supporto, nella strutturazione delle attività di clownterapia che vengono realizzate in diversi ospedali a Gaza City e Khan Younis e anche aiutandoli a cercare finalmente un posto sicuro per gli allenamenti.

Il punto di svolta è arrivato nel 2015 quando il Gaza Circus Team grazie all’impegno e al contributo dei membri stessi del gruppo, di amici ed associazioni sia palestinesi che europee, è riuscito ad aprire una vera e propria  Scuola di Circo nella zona di Beit Lahya, nel Nord della Striscia di Gaza.

Sono circa 60 i bambini e i ragazzi che frequentano regolarmente i corsi.

La scuola di circo di Gaza valorizza e utilizza la forza dell’arte circense nell’approcciare le difficoltà del contesto sociale fondendo assieme le arti del circo e le tecniche per l’intervento sociale. Il circo sociale contribuisce anche ad assicurare lo sviluppo integrato e l’inclusione sociale di soggetti a rischio e permette ai partecipanti di usare le proprie risorse per esprimersi e stabilire nuove relazioni interne ed esterne.

La scuola di Circo di Gaza, diventa così uno spazio che accoglie creatività e libertà d’espressione e sviluppa tenacia e perseveranza.

Ed è così che volare appesi ad un tessuto, camminare sospesi su una slackline o guardare l’orizzonte giocolando con i trampoli diventano tutte metafore del superamento degli ostacoli e delle barriere.

Niente è impossibile, è vero…e lo capisci a Gaza.

Grazie all’azienda “Play” il CISS ha avuto l’opportunità di presentare l’esperienza della neonata scuola di Circo di Gaza alla 10ima Convention Internazionale di giocoleria della Brianza riuscendo con la forza del circo a rompere quei muri che cercano di tenere chiusa una popolazione.

Le sfide per il Gaza Circus Team sono ancora molte. L’assedio ha come conseguenza la difficoltà nel reperire attrezzature adeguate, nel trovare dei posti che siano realmente e totalmente sicuri, nell’ottenere permessi per partecipare a formazioni, convention o eventi fuori dalla Striscia o per fare entrare formatori stranieri o anche Palestinesi (della Cisgiordania) a Gaza. L’assedio ha fatto perdere opportunità di borse di studio annuali in scuole di circo europee; di training a Ramallah con Il Palestinian Circus School, di contatti diretti con formatori e artisti… ma i ragazzi non si fermano e di certo…noi andiamo avanti con loro!

“La scuola di circo di Gaza, un’esperienza bellissima, ragazzi giovanissimi che si esercitano a fare giocoleria, che studiano e che si impegnano, e anche là…. rivediamo nei loro occhi la Palestina libera fra 30 o 40 anni, vediamo che là dentro c’è la fucina di pace che stavamo cercando, allora ci mettiamo tutti a sedere in cerchio, chiediamo loro di presentarsi a turno, di dirci età e nome, scopriamo che son davvero giovanissimi,alcuni anche minorenni e hanno la profondità dei nostri quarantenni. Parliamo con loro e li incoraggiamo a vedere la vita in avanti, percepire che davvero la scuola di circo può essere scuola di pace e partenza per una Palestina migliore, loro lo capiscono, ci guardano con quegli occhi grandi e io aggiungo: abbiamo preso un aereo e affrontato un lungo viaggio solo per venire da voi a dirvi bravi, a dirvi che vi stimiamo e cerchiamo di far loro sentire che è davvero così,perché loro e le loro vite non sono solo importanti ma sono fondamentali per il messaggio di pace che portiamo, sono la materializzazione di ciò in cui crediamo da sempre, ossia che alcuni giovani amici che si radunano, parlano e giocolano nonostante le bombe e la guerra sono la resistenza partigiana che noi immaginiamo.

….la dignità e la forza che questi ragazzi hanno supera i muri…potranno costruire muri altissimi ma loro sanno volare ..”   (Missione dei Clown di M’illumino d’Immenso di Firenze – dott. Nuvola)

Cogliamo l’occasione per ringraziare le realtà che stanno supportando il Gaza Circus Team:

la Palestinian Circus School; la scuola di circo CARAMPA di Madrid; l’associazione di ClowCare M’illumino d’Immenso; l’Associazione In Viaggio di Menaggio; il Coordinamento Comasco per la Pace; SALAAM Ragazzi dell’ULIVO di Milano; World Vision; La CULTURAL FARM di Favara; il Teatro ATLANTE di Palermo; l’Associazione Tanto di Cappello di Palermo e gli artisti di strada siciliani; i Ragazzi di PARADA PAR TUCC di Como; l’associazione spagnola CREART; il Centro Italiano di Scambio Culturale VIK di Gaza; l’associazione francese “Un murales contro il muro”; l’associazione belga “La montagna” e infine l’azienda di attrezzature di giocoleria PLAY che oltre ad avere donato la maggior parte degli attrezzi ha anche ospitato un evento per parlare dell’esperienza del Circo di Gaza alla 10ima Convention Internazionale di Giocoleria della Brianza che si è svolta ad Aprile 2016.

Sarebbe poi impossibile riuscire a ringraziare tutti i gruppi informali e gli amici sparsi per il mondo…ma per quanto possibile…Grazie!

La scuola di circo a Gaza

*Valentina Venditti, socia e lavoratrice CISS ha lavorato per anni in Palestina

Il 21 febbraio 2016 le autorità israeliane hanno confiscato un caravan che era stato donato alla scuola della comunità di Abu Nuwar attraverso un progetto finanziato dal governo francese. Da un colloquio con la direttrice della scuola e il mukhtar[1] della comunità, realizzato da operatori del CISS e di Bisan,[2] è emerso che la confisca è avvenuta senza preavviso. Verso mezzanotte almeno cento persone tra membri della polizia israeliana, dell’esercito e membri dell’amministrazione responsabile del lavoro sul campo si sono presentate davanti alla scuola con 3 camion, 30 macchine e una ruspa, hanno chiuso tutta la zona impedendo alla gente di avvicinarsi alla scuola. Nell’arco di circa due ore hanno smontato il caravan senza rompere nessun pezzo e hanno sequestrato anche 30 sedie e 15 banchi. Il mukhtar sostiene che nell’arco di un mese i pezzi del caravan verranno venduti all’asta. Il caravan era composto da 6 aule e 3 stanze mediche ed era stato montato tra il 19 e il 20 febbraio 2016, solo un giorno prima della rimozione. Né la comunità né la scuola avevano ricevuto notifica di demolizione ma dopo la rimozione stessa le autorità israeliane hanno lasciato un foglio che ne comunicava la rimozione.

Da un colloquio tra la psicologa di Bisan e gli studenti della scuola è emerso che i bambini non hanno assistito alla rimozione del caravan ma il giorno dopo hanno visto che non c’era più e hanno sentito gli adulti parlare dell’accaduto. Come forma di protesta, il giorno dopo, le lezioni sono state svolte all’aperto anche sotto la pioggia. I bambini non parlano molto dell’accaduto, forse anche perché non erano presenti durante la rimozione del caravan, ma manifestano di essere tristi e di avere paura dell’esercito israeliano. Alcuni studenti rifiutano l’idea di costruire un nuovo caravan perché temono che questo comporterebbe il ritorno dell’esercito; altri ritengono che ogni volta che qualcosa viene demolito debba essere ricostruito. I bambini sembrano provare diverse emozioni ma non essere in grado di esprimerle.

In seguito alla rimozione, il 24 febbraio il Ministero dell’Educazione di Ramallah ha montato 2 tende per la scuola ma il 27 febbraio anche queste sono state rimosse. Tutta la zona è stata chiusa il 28 febbraio mettendo per strada delle pietre grandi che ne impedivano il passaggio. Le strade sono state riaperte il giorno dopo.

La direttrice ha riferito che tutta la scuola è a rischio demolizione e questa potrebbe avvenire in qualsiasi momento.

In data 3 marzo 2016 il caso viene presentato alla corte con il supporto del consolato francese. Il caso potrebbe anche essere prensentato alla corte di giustizia internazionale. Il Colonization and Wall Resistence Commission[3] si sta facendo carico delle spese dell’avvocato e NRC[4] sta dando il suo supporto legale.

Presso la scuola di Abu Nuwar, il CISS – Cooperazione Internazionale Sud Sud, in collaborazione con Bisan Center for Research and Development, nell’ambito del progetto EDU-PA-RE. Potenziamento e messa in rete dei servizi educativi e di supporto psicosociale rivolti a minori e donne nelle aree marginali della Cisgiordania, Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est, sta realizzando attività di formazione e che mirano a sviluppare le competenze di insegnanti e famiglie e laboratori ricreativi per i bambini che frequentano la scuola.

La comunità di Abu Nuwar si trova vicino alla colonia Ma’ale Adumim[5] e non è nuova a confische e demolizioni e continua ad essere sotto minaccia a causa del cosiddetto piano israeliano E1, il piano che intende collegare questa colonia ad altre della West Bank.

La comunità è composta da più di 113 famiglie per un totale di circa 600 abitanti. Presso la comunità beduina di Abu Nuwar, già il 6 gennaio 2016 erano state demolite cinque strutture residenziali, lasciando circa 25 persone senza casa, di cui 17 bambini. In seguito a questa demolizione, agenzie di aiuti umanitari hanno donato alla comunità altre 10 strutture, anche queste demolite nell’arco di pochi giorni.[6] Il mukhtar della comunità riferisce che dal 2005, 250 tra case e strutture per animali hanno ricevuto notifica di demolizione, sebbene fino ad ora non fossero mai state eseguite.

L’intenzione sembra essere quella di dislocare tutta la comunità beduina di Abu Nuwar presso una “residenza permanente”.[7]

Il 19 gennaio 2016, in seguito alla visita di rappresentanti di diversi paesi dell’UE più quelli di Stati Uniti e Svizzera presso la comunità di Abu Nuwar, il Coordinatore delle attività umanitarie e di sviluppo delle UN nei Territori palestinesi, Robert Piper, e il direttore di UNRWA[8] Operations West Bank, Felipe Sanchez, hanno lanciato un appello richiamando ad una fine immediata dei piani israeliani di trasferimento delle comunità beduine che vivono nel territorio palestinese e nell’area di Gerusalemme.

Dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1994 tra Israele e OLP, la West Bank è stata divisa in tre principali aree (A, B e C). Le aree A e B costituiscono approssimativamente il 36% di tutta la WB. L’Area C è sotto controllo di sicurezza e amministrativo israeliano. Quest’area forma circa il 64% della WB ed è abitata da circa 150.000 persone (vale a dire il 5.8% della popolazione della WB).

In Area C è necessario chiedere alle autorità israeliane i permessi per costruire qualsiasi edificio ma nella quasi totalità dei casi vengono negati, di conseguenza la gente si trova costretta a costruire abitazioni e scuole senza il permesso, con la consapevolezza del rischio di confische e demolizioni.

Secondo i dati riportati da OCHA[9], dall’inizio del 2016 almeno 283 case e altre strutture sono state demolite dalle forze israeliane in West Bank, specialmente in Area C, a danno di comunità beduine, provocando lo sfollamento di più di 400 palestinesi, molti dei quali sono bambini.[10] Il numero di strutture demolite e di persone dislocate dall’inizio del 2016 è uguale a più della metà di demolizioni e dislocazioni effettuate durante tutto l’arco del 2015.[11] La maggior parte di queste strutture erano state donate da aiuti umanitari o paesi europei.[12]

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La scuola Abu Nuwar (cortile, un’aula a destra e la presidenza a sinistra).

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La colonia Ma’ale Adumim vista dalla scuola Abu Nuwar.

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A sinistra parte della vecchia struttura scolastica e a destra la zona in cui era stato posizionato il caravan rimosso il 21 febbraio 2016.

 

[1]  Mukhtar è il termine che si usa per denominare il capo della comunità beduina.

[2] Bisan Center for Research and Development è un centro di studi e ricerche con sede a Ramallah, partner del CISS nell’ambito del progetto.

[3] Colonization and Wall Resistence Commission è un’associazione legata all’Autorità Nazionale Palestinese che fornisce supporto legale ai detenuti, appoggio alla resistenza popolare e svolge attività di advocacy contro il muro di separazione.

[4] NRC – Norvegian Refugee Council è una ONG norvegese che promuove e protegge i diritti delle persone vittime di trasferimenti forzati, sia rifugiati che sfollati interni.

[5] Una colonia è un insediamento di coloni israeliani nel territorio palestinese ed è considerata illegale seondo il diritto internazionale.

[6]http://english.pnn.ps/2016/01/09/israeli-demolitions-make-25-homeless-in-bedouin-community-of-abu-nuwar/ http://www.btselem.org/planning_and_building/20160216_new_demolition_wave

[7] http://www.btselem.org/planning_and_building/20160216_new_demolition_wave

[8] UNRWA – United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees è un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi.

[9] OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) è un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di questioni umanitarie.

[10]OCHA Flash Update, Palestinian Bedouin community almost totally demolished, 16 February 2016http://www.ochaopt.org/documents/ocha%20flash%20update_fu_ein_rashash.pdf

[11] OCHA, Protection of Civilians, Weekly Report, Reporting period: 9 – 15 February 2016

http://www.ochaopt.org/poc9february-15february-2016.aspx

[12]OCHA Flash Update, Palestinian Bedouin community almost totally demolished, 16 February 2016http://www.ochaopt.org/documents/ocha%20flash%20update_fu_ein_rashash.pdf

Di Silvia Scimeca*

“Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dispiacere.
Ed egli rispose: La vostra gioia è il vostro dispiacere smascherato.
E lo stesso pozzo dal quale si leva il vostro riso, è stato sovente colmato dalle vostre lacrime.
E come potrebbe essere altrimenti?
Quanto più il dolore incide in profondità nel vostro essere, tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa coppa che è stata scottata nel forno del vasaio?
E il liuto che calma il vostro spirito non è forse il legno stesso scavato dai coltelli?
Quando siete felici guardate nelle profondità del vostro cuore e scoprirete che ciò che ora vi sta dando gioia è soltanto ciò che prima vi ha dato dispiacere.
Quando siete addolorati guardate nuovamente nel vostro cuore e vedrete che in verità voi state piangendo per ciò che prima era la vostra delizia.
Alcuni di voi dicono: “La gioia è superiore al dolore,”
E altri dicono: “No, il dolore è superiore.”
Ma io vi dico che essi sono inseparabili.
Giungono insieme e quando uno siede con voi alla vostra mensa, ricordatevi che l’altro giace addormentato sul vostro letto.
In verità siete sospesi tra dolore e gioia come bilance.
Solo quando siete vuoti siete immobili ed equilibrati.
Quando il tesoriere vi solleva per pesare l’oro e l’argento, la vostra gioia o il vostro dolore devono necessariamente alzarsi o cadere.”
Tratto da Jubran Khalil Jubran, Il Profeta, Feltrinelli, 2015, pp. 29-30.

Iniziamo così a raccontare della missione dei clown dell’associazione M’Illumino d’immenso in Palestina perché proprio queste parole e il significato profondo che racchiudono sono state al centro di questa settimana trascorsa insieme.

Nell’ambito del progetto Rafforzamento dei meccanismi di resilienza e di supporto psicosociale integrato dei minori nella Striscia di Gaza in risposta ai traumi generati dal protrarsi della crisi Caramella, Nuvola e Pan sono arrivati per la prima volta in Palestina la sera del 26 aprile con le valigie piene di nasi, palloncini, cappelli… e di tanta energia e voglia di fare e di condividere!

La mattina dopo hanno attraversato il valico di Erez per entrare a Gaza e, dopo aver incontrato Allush, Bunduq e Marush, hanno iniziato a lavorare insieme. Da questo primo incontro è già emerso come fare il clown negli ospedali sia un compito difficile ma di importanza fondamentale. Non basta mettersi un naso rosso e un camice colorato… Nuvola ha sottolineato che un clown in corsia deve prendersi cura della persona e deve riuscire a “far vedere la bellezza della vita. Chi ha avuto più difficoltà nella vita è più bravo in questo. Chi è vivo nonostante le difficoltà, chi si diverte nonostante le difficoltà…”. Sin dal primo incontro, nonostante i limiti della comunicazione in lingue diverse, tra tutti si è instaurata una sintonia consolidatasi col passare dei giorni e che è si è resa evidente durante le attività in ospedale. Nei giorni successivi i clown italiani e quelli palestinesi hanno avuto diversi momenti di incontro e confronto sulle metodologie adatte a operare come clown in ospedale, focalizzandosi sul rapporto umano con il malato e sul prendersi cura degli altri con particolare riferimento al contesto di Gaza. I clown di M’Illumino d’immenso hanno anche condotto un workshop sulla “costruzione del camice” durante il quale hanno spiegato ai clown gazawi il significato di ogni decorazione del loro camice e che dietro la sua preparazione a volte ci vogliono anche anni perché ogni sua parte è il frutto del lavoro e degli incontri che si fanno e soprattutto il camice rispecchia il clown che lo indossa. Nella stessa occasione Allush, Bunduq e Marrush hanno iniziato a preparare i loro camici.

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Abbiamo festeggiato la festa dei lavoratori di nuovo nell’ospedale pediatrico al-Rantisi di Gaza city, coinvolgendo questa volta anche i clown del REC – Remedial Education Center, un’organizzazione di Gaza partner del CISS. L’ospedale silenzioso, per via della giornata di festa, si è animato di stanza in stanza al passaggio di ben 9 clown, pur nel rispetto dei bambini ricoverati nei vari reparti e delle loro famiglie. Nel pomeriggio dello stesso giorno, Nuvola ha condotto il workshop sull’“amore”, focalizzato principalmente sul voler bene a se stessi e di conseguenza sulla capacità di aprirsi agli altri. I partecipanti si sono resi conto di come spesso sia difficile voler bene a se stessi, passo fondamentale per aprirsi agli altri e di conseguenza essere di aiuto a chi ha bisogno. L’impatto emotivo è stato molto forte e il workshop ha aperto tanti spunti di riflessione personali e di gruppo.

I clown italiani hanno approfittato della loro presenza a Gaza per fare una visita presso la ludoteca al-Zaytoun, una delle ludoteche della Striscia in cui lavorano gli animatori e gli psicologi del CISS. Accolti da un bel gruppo di bambini, i clown hanno trascorso alcune ore a giocare con loro e hanno invitato i bambini a realizzare dei disegni sulla base del tema “il mio sogno”. Caramella, Nuvola e Pan si sono poi emozionati nel vedere che i sogni dei bambini di Gaza hanno a che fare con il desiderio di aiutare gli altri nella drammatica situazione in cui vivono e non di possedere qualcosa. Nella maggior parte dei casi i bambini hanno espresso il sogno di diventare insegnante. Nella stessa occasione Pan si è dedicato a chiedere ad alcune donne presenti nella ludoteca quali fossero i loro sogni. Le risposte di tutte loro sono state legate al futuro dei loro figli: le donne di Gaza sognano di vedere i loro figli laureati, in salute e con una casa.

Clownterapia_missione clown 6

Abbiamo concluso la settimana a Gaza confrontandoci tutti insieme su come è andata e su cosa ognuno di noi si porterà dentro. Proprio in quell’occasione Nuvola ha condiviso il pezzo di Jubran citato in apertura il cui significato ci aveva in realtà accompagnati sin dal primo giorno.

La missione di Caramella, Nuvola e Pan è stata molto utile dal punto di vista professionale ma è stata anche una carica di energia per i clown gazawi e per lo staff del CISS in Palestina che in diverse occasioni sono stati contagiati dallo spirito dei clown. Allo stesso tempo, i clown italiani se hanno svuotato a Gaza le loro valigie dai palloncini, dai nasi, dalle bolle di sapone e dai gadget della loro associazione, le hanno riportate in Italia piene dell’accoglienza, della resilienza e della capacità di gioire delle piccole cose dei gazawi e desiderosi di condividere tutto questo nelle loro città.

Salutarsi dopo una settimana così intesa di emozioni e divertimento non è stato facile ma è un saluto / promessa di continuare a lavorare insieme anche a distanza, con la speranza di rivedersi tutti presto a Gaza e in Italia! Una prima occasione potrebbe essere il “Clown and clown festival” che si terrà a fine settembre a Monte San Giusto (MC).

Clownterapia_missione clown 7I clown di M’illumino d’immenso hanno poi trascorso gli ultimi giorni della loro permanenza incontrando i rappresentanti di Red Noses Palestine a Beit Jala dove si sono brevemente confrontati sulle rispettive esperienze. Hanno infine visitato alcune città della Palestina e il campo profughi di Aida, cercando di acquisire maggiore consapevolezza della situazione del paese ma anche della grande forza e resistenza che caratterizza bambini, giovani, adulti e anziani palestinesi…

*Silvia Scimeca, educatrice, è cooperante CISS in Palestina

Di  Margherita Maniscalco*

 

La presenza delle vittime di tratta in Sicilia è stata analizzata dalla nostra associazione – CISS/Cooperazione Internazionale Sud Sud – nell’ambito del progetto “ROOT – “Un progetto di ricerca e azione per lo sradicamento della tratta legata allo sfruttamento sessuale: il caso studio di Palermo” realizzato a Palermo ed in altre aree del territorio siciliano tra il 2013 ed il 2015. Durante il percorso di ricerca più volte ci siamo confrontati con la difficoltà di esperti ed operatori di distinguere il traffico dalla tratta e – nel caso della Tratta Nigeriana – abbiamo verificato come negli ultimi anni siamo di fronte ad una sovrapposizione dei due fenomeni.

 

E’ utile dare uno sguardo ad alcuni dati riferiti ai flussi migratori provenienti dalla sponda sud del Mediterraneo che transitano attraverso le coste siciliane.

 

Non si tratta più soltanto di Lampedusa. Dai dati raccolti dalla Croce Rossa Italiana, nel 2015 gli sbarchi hanno interessato 8 porti siciliani (Augusta, Catania, Lampedusa, Messina, Palermo, Porto Empedocle, Pozzallo, Trapani) per un totale di 286 sbarchi e 92.957 migranti accolti. Il maggior numero di sbarchi si è registrato nelle cose meridionali della Sicilia (Augusta, Pozzallo e Lampedusa, in ordine di arrivi); nel porto di Palermo sono arrivati 20 sbarchi. Le nazionalità dichiarate al momento dello sbarco sono molteplici (Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Ghana, India, Kenia, Libia, Mali, Marocco, Mauritania, Nigeria, Pakistan, Palestina, Senegal, Siria, Somalia, Sudan, Tunisia, Yemen). Nel 2015, in 131 sbarchi su 286 si registra la presenza di uomini, donne o minori dichiaratisi di nazionalità nigeriana. Dai dati (resi disponibili dalla Croce Rossa) riferiti al periodo 1 gennaio / 28 febbraio 2016, emerge un totale di 32 sbarchi in Sicilia, un numero di arrivi pari a 8.289 con 849 donne (10% circa), di queste 54 incinta (più del 5%). In almeno 18 sbarchi su 32 vi sono stati migranti dichiaratisi di nazionalità nigeriana.

Rispetto ai Minori Stranieri Non Accompagnati, al  31 marzo 2016 si registra la presenza di 4.150 presenze di Minori Stranieri Non Accompagnati nella regione Sicilia (pari al 36,3% delle presenze registrate in Italia, dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Nella città di Palermo si conta allo stato attuale (15 maggio 2016) la presenza di 480 MSNA presi in carico dal Comune di Palermo (Assessorato Cittadinanza Sociale); quasi tutti hanno tra 15 e 16 anni. Le ragazze eritree, somale e nigeriane sono sempre di più e molte hanno subito violenze sessuali in Libia. La procura di Palermo li ha affidati all’assessore in qualità di Tutore Legale. Come riportato dall’Assessore alla Cittadinanza Sociale Agnese Ciulla, tra loro c’è “Sabina”, figlia di Blessing nata l’11 maggio da una ragazza nigerina di 16 anni sbarcata a Palermo in gravidanza. A Palermo si sta lavorando per creare un elenco dei tutori volontari.

Rispetto alla presenza delle giovani donne e minori di origine nigeriana, il Team anti-tratta dell’OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni) tra aprile 2014 ed ottobre 2015, ha registrato un incremento esponenziale di presenze negli sbarchi in Italia e soprattutto in Sicilia. Se nel complesso erano 433 le nigeriane sbarcate nel 2013, nel 2015 sono state 4.357; un numero 10 volte più grande. Negli sbarchi in Sicilia l’OIM ha dato informativa a circa 3.000 potenziali vittime di tratta. Ne ha identificate circa 2.000 (ovvero presenza di uno degli indicatori di tratta), ne ha segnalate alla rete antitratta 52 e 15 ad altre forme di assistenza.

Gli arrivi dalla Nigeria sono cresciuti complessivamente e non soltanto per le donne. Secondo il team dell’OIM, la maggior parte delle donne sono destinate allo sfruttamento sessuale in Sicilia (nella città di Palermo, nella strada che collega Catania e Messina, nel Trapanese) in altre città italiane (Parma, Torino, Roma, Napoli, Bari) o in altri paesi europei (tra questi la Francia). Nel periodo di osservazione si è notato un incremento significativo della presenza delle minorenni (sono state notate in strada in Sicilia ragazze che si ipotizza potessero avere tra i 13 ed i 14 anni) ed una recrudescenza delle violenze subite; per molte di loro lo sfruttamento inizia in Libia nelle Connetion House. Le ragazze arrivano da sole o con presunti mariti, fidanzati, presunte sorelle o con le “Madame”. Tali dati confermano l’ipotesi che i network nigeriani che operano nella tratta hanno cambiato strategia: incontrando negli aeroporti di alcuni paesi maggiori controlli, ora scelgono la via del mare; e mentre in Italia prima una parte delle donne nigeriane sfruttate proveniva dalla Spagna – in transito dal Marocco – oggi arrivano direttamente in Sicilia e da li risalgono verso il centro e nord Italia o verso altri paesi europei. Dunque rafforzare la capacità delle reti territoriali di accoglienza di riconoscere le vittime della tratta nelle prime fasi del percorso è una sfida cruciale.

L’operazione “Mummy” condotta il 18 Marzo 2016 dalla Questura di Catania ha dimostrato la capacità del network nigeriano di intercettare le vittime anche se inserite nei percorsi di accoglienza; 6 persone sono state arrestate accusate di avere commesso il reato di tratta per dei fatti avvenuti  a partire da agosto 2015, quando circa 8 giovani donne nigeriane, e tra queste una minorenne, sono state fatte arrivare in un gommone dalla Libia per raggiungere la Sicilia, dopo essersi fermati in Libia per settimane, controllate da forze armate. All’arrivo in Italia la minore è stata collocata in una comunità in nord Italia, lì è stata intercettata da connazionali che l’hanno riportata in Sicilia e dopo una settimana l’hanno costretta a prostituirsi in strada nella statale che collega Gela a Catania. La ragazza era stata istruita per negare la minore età.

A Palermo, per garantire una maggiore qualità del lavoro di diversi operatori al momento dello sbarco, dal 2014 opera l’Unità per la gestione delle competenze comunali relative alle emergenze migranti (UGEM) – una cabina di regia con il compito di coordinare, supportare e adottare tutte le direttive per l’unitaria gestione delle competenze comunali relative alle emergenze migranti. Agli sbarchi intervengono l’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP), la Questura, la Prefettura, le organizzazioni internazionali Croce Rossa Italiana, OIM, UNHCR i volontari della Caritas. Agli sbarchi sono presenti anche i delegati del Pool di magistrati della Procura di Palermo che si occupa dei reati relativi al traffico ed alla tratta di esseri umani. Il team è coordinato da un procuratore aggiunto (Maurizio Scalia) ed è costituito da 6 sostituti procuratori (Alessia Sinatra, Renza Cescon, Calogero Ferrara, Claudio Camilleri, Maurizio Agnello e Roberto Tartaglia). A Palermo esistono due unità di strada che tentano di offrire supporto alle ragazze nigeriane e di altre nazionalità che sono in strada (Europa dell’est, soprattutto Romania). Alcuni membri di queste unità hanno partecipato anche alle operazioni di sbarco a Palermo ed hanno notato la presenza di ragazze nigeriane (probabilmente minorenni) in strada dopo qualche settimana o addirittura giorno dall’arrivo. Quando arrivano hanno già un numero di telefono a cui chiamare.

Concetta Restuccia, responsabile dell’associazione Penelope, ha più volte denunciato la condizione delle vittime della tratta ospitate presso il CARA – Centro Accoglienza e Richiedenti Asilo di Mineo (Catania); lì sono accolte le donne che si prostituiscono nella strada che collega Gela a Catania o che facendo le pendolari arrivano a Messina. Molte lo fanno all’interno del Cara. La violazione della dignità umana è vasta se si pensa che il Centro è il luogo di attesa più grande di Europa, con una popolazione di circa 5mila persone. Mineo è una delle strutture coinvolte nell’inchiesta “Mafia Capitale“.

Quando si parla di Tratta e Migrazioni in Sicilia è difatti necessario aggiungere un’altre parola: Mafia e Mafie.

Nell’ambito della nostra ricerca abbiamo intervistato circa 100 operatori di diversi settori chiedendo loro se credevano ci fosse un legame tra mafia locale e mafie straniere nello sfruttamento della tratta. Gli operatori delle unità di strada conoscono le dinamiche del Pizzo – “Joint” il marciapiede – che le madame o le loro delegate pagano ai potenti del quartiere locali. Nella città di Palermo difficilmente un business redditizio può muoversi senza un accordo a monte (si può fare riferimento al concetto di “Signoria Territoriale” definito dal ricercatore esperto Umberto Santino, Direttore del Centro di Documentazione Impastato).

Un articolo di una testata giornalistica nazionale (Il Fatto Quotidiano) pubblicato ad ottobre 2015 riporta il titolo “A Palermo prima inchiesta su Cosa Nera – Mafia Nigeriana  – il patto con Cosa Nostra”. Dove prima governavano i Boss mafiosi Riina e Provenzano nel centro storico di Palermo – il quartiere Ballarò – oggi predomina l’organizzazione nigeriana Black Axe. I magistrati di Palermo hanno contestato l’aggravante mafioso ai boss nigeriani, accusati di un tentato omicidio legato a conflitti interni a diverse fazioni e l’immagazzinamento di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, probabilmente per conto della mafia locale.

Ad aprile, proprio nel quartiere di Ballarò, è stato effettuato un arresto a seguito della scoperta di una casa chiusa dove si prostituivano sei ragazze nigeriane, gestita da un connazionale già accusato di avere assunto il ruolo di scafista nel 2012.

 

Il sostituto procuratore Claudio Camilleri del Pool anti tratta/traffico di Palermo durante un suo intervento in un seminario piega bene la differenza tra la mafia locale e le mafie straniere che operano nella tratta così come nel traffico di migranti illegali. Mentre l’intimidazione mafiosa è il tratto saliente delle organizzazioni criminali italiane, le reti che operano in questo traffico non ricorrono all’intimidazione; certamente in diverse fasi la minaccia diventa strumento di assoggettamento o costrizione (come avviene tra le famiglie di Benin City o di Asmara) ma nel complesso le vittime di queste organizzazioni considerano i trafficanti comunque come una risorsa in grado di dare aiuto per fuggire da una situazione di disperazione: l’organizzazione criminale diventa un’ancora di salvezza per scappare dai paesi di provenienza; purtroppo però così facendo piuttosto che la salvezza incontrano la peggiore forma di sfruttamento. La crudeltà di questi trafficanti può essere più o meno dibattuta ma per certi versi emerge chiaramente come dato processuale: i migranti rinchiusi in un container che viene aperto soltanto quando ricevono le tranche di pagamento, le percosse, gli stupri che vengono operati quando i parenti non pagano in tempo, o l’assassinio nel caso in cui il pagamento non arriva. Dunque un elemento essenziale per il funzionamento di tali gruppi è lo sfruttamento della disperazione.

 

Nel corso della nostra ricerca a Palermo abbiamo raccolto la storia di 14 donne Nigeriane che da tempo sono uscite dalla strada o che ancora sono in strada. Sono giunte a Palermo dal Nord Italia, anni addietro, o via mare. Sono state ingannate da sorelle, madri o dai propri mariti. Avevano debiti ingenti, 40, 50, 60mila euro. Hanno cresciuto figli soli, hanno visto le proprie amiche uccise in strada. Alcune sono ancora oggi in strada. Tra il 2012 ed il 2015 molte volte siamo scesi in piazza con le donne nigeriane per manifestare contro lo sfruttamento e contro la violenza, anche operata dai clienti.

 

L’amministrazione comunale di Palermo è forse la prima città che ha riconosciuto la Cittadinanza Onoraria ad una ex vittima di tratta (Isoke Aikipitanyi, cerimonia 18 ottobre 2014). Palermo è la città complice della morte di 3 donne nigeriane

Nike Favour aveva 20 anni, uccisa e trovata carbonizzata in una campagna vicino Palermo nel dicembre del 2011,di Benin City, era arrivata a Palermo pensando di dovere lavorare come baby sitter. Loveth Edward, aveva 22 anni. Il suo corpo venne trovato il 6 febbraio 2012nel centro di Palermo, accanto ai cassonetti della spazzatura. Bose Uwadia, è stata trovata morta il 24 dicembre di due anni fa a Custonaci, nel trapanese, dove faceva la pendolare da Palermo. Era uscita dalla tratta ma poi era tornata in strada.

 

A Palermo nel 2012 la nostra associazione ha contribuito insieme a molte altre a creare il Coordinamento anti tratta per sensibilizzare i media, le istituzioni, gli studenti ed insegnanti, la cittadinanza.

Durante le nostre attività di sensibilizzazione e formazione ricordiamo sempre le vittime della tratta, giunte in Sicilia via terra o attraversando il Mare come tanti altri migranti che mettono a rischio la propria vita, come i ragazzini poco più che bambini giunti sbarcati a Palermo il 13 maggio, tutti provenienti dall’Egitto. Molto di loro sono poi sfruttati nei mercati alle periferie di Roma o alla stazione termini, per attività di spaccio e sfruttamento sessuale. Come le ragazze eritree, anch’esse nel giro della prostituzione. Come i ragazzi somali, segregati nelle campagne del catanese da connazionali che ricattavano le loro famiglie per liberarli con la promessa di portarli in nord Europa. Come tanti giovani uomini provenienti dall’Africa Sub-Sahariana o dal Nord africa che cercano la speranza di una nuova vita e trovano soltanto un vasto e sistematico sfruttamento nelle campagne di Castelvetrano (come braccianti impiegati nella raccolta stagionale delle olive) o nel catanese (sfruttati per la raccolta di agrumi).

 

Tratta e Traffico in Sicilia sono due fenomeni sempre più spesso interconnessi e sovrapposti. Non si tratta soltanto di una sovrapposizione di rotte e mezzi; molto spesso coincide il fine – la mercificazione – o meramente il risultato – la violazione delle libertà fondamentali e della libertà umana.

 

Foto dell’evento

*Referente CISS sulla Tratta di esseri umani

di Pasqua De Candia*

 

È difficile scrivere oggi su quanto sta accadendo, su quanto vediamo e abbiamo intorno, su quanto noi stessi facciamo rispetto alle questioni legate ai flussi migratori. Mi hanno chiesto di scrivere di tratta e migrazioni… appunto.

Mentre qualche tempo fa sarei partita da riflessioni sulle differenze tra tratta (trafficking in human beings) e traffico (smuggling of migrants), oggi seppure quelle differenze siano ancora esistenti e forti, sento un’esigenza diversa, magari sbagliata, ma  che si basa su una semplice constatazione: guardo quello che succede intorno e ho molte più domande che risposte, ho molte più domande che categorie ferme e fisse.

Tutto oggi è molto più complesso e non solo per questioni legate a elementi quantitativi e, quindi, al numero di persone in arrivo in Europa, ma alla natura complessa, ‘mista’ di questi flussi. Così, mi sembra, le categorie diventano fluide e i loro confini sempre più labili… al contrario di altri confini, quelli della Fortezza che, invece, sono sempre più numerosi, alti e rinforzati. Anche la Fortezza è un sistema in crisi.

Ma torniamo alla fluidità delle migrazioni.

I percorsi migratori e le condizioni del migrare sono oggi diventate così multiformi e complesse che sempre più spesso ci si chiede, in maniera critica, se per interpretarle abbia senso continuare a etichettare le persone che migrano – uomini, donne, minori – con le categorie tradizionali come migrante economico, vittima di tratta, profugo, richiedente asilo, “clandestino” ecc .

Certo le categorie ci aiutano, servono a non fare confusione anche quando le differenze sono minime, servono per esempio a individuare le vittime di sfruttamento e schiavizzazione distinguendole da chi si rivolge ai trafficanti per l’attraversamento illecito dei confini nazionali.

Ma, nella complessità odierna, le categorie ci aiutano a bloccare il passaggio da una condizione (quella di  migrante che si affida ai trafficanti per entrare in un paese) all’altra (vittima di sfruttamento e schiavitù, cosa che tra l’altro può avvenire in pochissimo tempo)? Quelle categorie, che corrispondono a concetti e norme e a sistemi e strutture di diritto, servono per interpretare i percorsi migratori? Servono per elaborare conoscenza e consapevolezza delle cause delle migrazioni? Servono per garantire davvero i diritti e le tutele conseguenti? Servono a sapere chi sono le persone che oggi attraversano i confini dell’Unione Europea?

Il numero totale degli arrivi attraverso il Mediterraneo (in Italia e Grecia) nel 2015 ha raddoppiato quello del 2014, come raddoppiate sono, parallelamente, le richieste d’asilo in Italia. Gli approdi sono diversificati per area di provenienza: per cui, in Italia, abbiamo persone provenienti da Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan, Siria, Gambia; in Grecia persone provenienti da Siria, Afghanistan, Pakistan e Iraq. Di primo acchito, sembrerebbe per le nazionalità elencate, che i migranti in arrivo in Italia (a parte i siriani in fuga dalla guerra e gli eritrei minacciati dalla coscrizione obbligatoria a vita) originari dell’Africa sub-sahariana occidentale, non provengano da contesti “a rischio” – nonostante la norma, comunque, dice che le richieste d’asilo vanno valutate caso per caso, indipendentemente dalla nazionalità del richiedente – ma sarebbero, invece, mossi dalla volontà di migliorare le condizioni di vita proprie e della propria famiglia. Questo significa che gli Stati dell’Africa sub-sahariana sono da considerare Paesi stabili e sicuri? Che provenendo da quel paese un migrante non possa essere in alcun modo “migrante forzato” e che la sua è una migrazione basata sulla libera scelta?

Purtroppo, guerre civili, persecuzioni e violenze generalizzate (solo per fare un esempio, quelle di Boko  haram in Nigeria) esistono anche nei Paesi dell’Africa occidentale. Forse la distinzione tra migrazione forzata e migrazione volontaria non è così netta ed esistono zone grigie.

Per il nostro sistema normativo e per le nostre categorie di lettura e incasellamento le persone migrano per un’unica ragione, sia essa il lavoro, lo studio, il ricongiungimento familiare o la protezione internazionale, è così? Come considero la scelta di una persona che migra perché ha affrontato una situazione di estrema povertà e crisi, volontaria o obbligata? È un migrante economico da rimpatriare?

C’è un equilibrio oggi tra i doveri di protezione e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone – che migrano – con le esigenze di controllo dei nostri confini? C’è un equilibrio tra quello che il sistema normativo prevede con specifici diritti e limiti ad essi e quello che nella realtà succede?

  1. fugge dal suo villaggio per evitare di essere perseguitata, come è capitato ai suoi genitori, da Boko haram e finisce ad essere costretta alla prostituzione in Italia, tra violenze, minacce, arresti e una totale assenza di informazioni circa i suoi diritti. A. etiope, ha dovuto lasciare il proprio paese in seguito a minacce di morte per il suo lavoro di giornalista. Arrivato in Italia cade nel sistema dello sfruttamento e del caporalato, lavorando nei campi in condizioni disumane per pochi spiccioli al giorno, sopportando ogni tipo di abuso.

Abbiamo prodotto una serie di antinomie, volontario contro forzato, migrazione contro asilo, controllo contro protezione e una varietà di categorie di migranti che si escludono a vicenda che ci orientano per semplificare a distinguere in maniera netta tra rifugiati da accogliere e migranti irregolari da rimpatriare. Peccato che tutto ci dice che non è cosi semplice, lo abbiamo visto sia per le motivazioni alla partenza sia per chi ottenuto il riconoscimento di un suo diritto non viene affatto tutelato e, per esempio, si ritrova pur se riconosciuto rifugiato nelle mani di sfruttatori che lo costringono ad attività che hanno il solo scopo di ricavare denaro attraverso cui riscattare la propria libertà.

Vulnerabilità e diritti. Potere e frontiere. Mancanza di accesso a possibilità e risorse e speranza di accedervi altrove.

E se mi chiedessi perché tutto questo può accadere? Anche questa è questione complessa.

Come fa notare A. Dal Lago, se i confini rappresentano l’apparenza che le relazioni tra stati assumono sulla scena globale, “(…) le frontiere economiche, sociali e mediali contano oggi ben più delle linee tracciate, spesso, arbitrariamente, sulle carte geo-politiche […] e i fronti, sia nel caso di conflitti aperti, sia e soprattutto nel caso di quelli nascosti e segreti, non conoscono frontiere e confini“.

La globalizzazione ha realizzato un’omogeneizzazione materiale e simbolica senza badare troppo agli effetti che ne sarebbero risultati: il traffico e lo sfruttamento di esseri umani rappresentano uno di questi effetti perversi. I cartelloni pubblicitari, i volti di benessere, i programmi televisivi, il rappresentarsi come un’isola felice, sono i fattori propulsivi e attrattivi che conducono alla scelta di migrare e la “rete globale” finisce paradossalmente, per permettere allo sfruttamento di esseri umani e al traffico di realizzarsi con le sue connessioni e interdipendenze.

Mobilità e integrazione di pochi contro paralisi ed esclusione, immensi benefici per ristrette élites, peggioramento radicale del processo di impoverimento di molti individui. Aumento della disponibilità di potenziali schiavi accompagnato da un aumento notevole della quantità di profitto che si può ricavare. Distinzione tra “vittime innocenti” e “vittime colpevoli”, tra la dignità e i diritti riconosciuti ad ogni essere umano dalle Convenzioni Internazionali e dalle Costituzioni di molti paesi (come il diritto alla libertà personale, all’integrità fisica, alla libertà di movimento e a non subire trattamenti umani degradanti) ai processi di clandestinizzazione e agli aspetti repressivi.

Non è una questione di controllo, confini, categorie, come si vede. È una questione di interdipendenza, è una questione di diritti. Non è una questione di numeri e provenienze geografiche è una questione di storie, di volti di persone in carne ed ossa. È una questione di categorie per chi riesce a vedere e inserire gli esseri umani nelle serie A o B…

Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo:

Articolo 13

  1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
  2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

 

*Pasqua De Candia è referente Territorio delle attività del CISS.

pubblicato sulla rivista mensile “Una missione a partire dalla Città”, Laici Comboniani di Palermo, marzo 2016 (https://issuu.com/laicicombonianipalermo/docs/marzo_2016)

 

Per celebrare la Giornata Europea contro la Tratta di Esseri Umani 2015,  il Ciss con la collaborazione del Coordinamento Antitratta “Favour e Loveth”, ha proposto a circa 800 studentesse, studenti ed insegnanti delle scuole secondarie di II grado della città di assistere alla performance teatrale “Seră biserică” (trad. La serra-chiesa) di Giacomo Guarneri, per la regia dell’autore e di Marcella Vaccarino presso il Teatro Jolly in Via Domenico Costantino a Palermo.

Molto volentieri vi proponiamo le recensioni dello spettacolo elaborate dai ragazzi e dalle ragazze della IV A del Liceo Einstein di Palermo.

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BETLEMME (14)

Quello che sta accadendo in Palestina dal 1 di Ottobre e’ sotto gli occhi di tutti. Dal primo ottobre ad oggi, si contano circa 70 morti tra uomini e donne palestinesi, molti giovanissimi, e 9 israeliani.

13, 14, 15, 16 anni sono le età di molte delle vittime palestinesi. Studenti, giovani e giovanissimi sono indicati da tutti come i nuovi protagonisti di proteste e lotta contro gli israeliani che occupano e colonizzano la loro terra. Dall’altra parte, l’intensificarsi delle misure di contrasto (chiusura di quartieri, uso di lacrimogeni, aggressioni, uccisioni extragiudiziarie) stanno preoccupando molto la comunità internazionale che non riesce ad avere, almeno fino ad oggi, voce e peso nelle decisioni del governo israeliano. La società civile continua dal canto suo ad affermare che è necessario affrontare le vere cause della violenza: la negazione della libertà palestinese e l’occupazione.

Come ha scritto recentemente l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime. Come possiamo rispondere?
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da Fabrizio Cacciatore

Guardare oltre i propri confini, geografici e culturali, scoprire sé stessi, le proprie capacità e i propri desideri: questi i punti di partenza dello scambio giovanile “Beyond the Postcode”, che ha visto lavorare per 10 giorni 35 giovani provenienti da Regno Unito, Russia, Romania e Italia.

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