di Valeria Ferrante

“I Balcani producono più storia di quanta ne possano assorbire” é una frase che viene in mente spesso quando si vive la quotidianità dei paesi di quest’area. Ma non penso ci si allontani troppo dalla realtà se si sostituisce la parola storia con la parola cultura.La coesistenza di popoli diversi in Macedonia ha radici antichissime: gli imperi più grandi della storia hanno attraversato il suo territorio lasciando segni tangibili del proprio passaggio. In molti paesi accade che siano edifici e architetture, a volte usanze, molto spesso parole a ricordare il passaggio del dominatore di turno dei tempi passati. In Macedonia sono le persone e il loro senso di appartenenza al plurale a ricordare quotidianamente la presenza dell’altro e dell’altrove, a costituire il mosaico delle culture. La Macedonia oggi presenta una popolazione in maggioranza macedone, con un 25% di albanesi e, in percentuali minori, Rom, Turchi, Valacchi, Serbi, Bosniaci e diversi altri gruppi minoritari.[1] La presenza simultanea di tante e tali collettività ha contribuito alla formazione della Repubblica di Macedonia come paese essenzialmente e intrinsecamente multiculturale fin dall’ottenimento dell’indipendenza dalla Federazione Jugoslava nel 1991. Questa stessa varietà culturale fu la ragione della rivendicazione di diritti e libertà fondamentali da parte delle minoranze più numerose, prima pacificamente e poi sempre meno, fino ad arrivare all’intreccio di tali rivendicazioni con la guerra nel Kosovo, nonché alla guerriglia e agli scontri degli anni 1999-2000 tra macedoni e albanesi. La Macedonia si trova dunque quotidianamente ad avere a che fare non con la teoria, ma con la pratica della multiculturalità e della gestione delle diversità:  la capacità e l’impegno delle forze politiche nazionali e della società civile tutta di mantenere uno spazio di confronto aperto e pacifico tra gruppi maggioritari e minoritari deve essere coltivato e ribadito costantemente. In paesi di simile composizione – e oggi, si direbbe, in tutti i paesi -insieme  al pluralismo culturale e identitario dovrebbe essere presente un pluralismo dei diritti, ovvero un riconoscimento di libertà speciali alle minoranze che richiedono di essere tutelate (Kymlicka, Gozzi, Raz).

“MODEL Human Rights Defenders at School” è il nome dell’attuale progetto CISS in Macedonia. Il progetto si svolge in 8 scuole secondarie di 6 città della Macedonia (Tetovo, Negotino, Gevgelija, Bogdanci, Valandovo, Struga) e si propone di diffondere la cultura dei diritti umani e del dialogo interculturale tra docenti e studenti. Le città e le scuole selezionate per il progetto hanno un’importanza strategica: diverse scuole sono frequentate da macedoni e albanesi, in piccola parte anche da turchi e da rom. Il sistema scolastico macedone prevede comunque la separazione degli orari e dei luoghi di lezione per macedoni e albanesi – i ragazzi studiano ciascuno nella propria lingua madre – , motivo per il quale i due gruppi raramente trovano spazi di incontro. Questa mancanza di contatti può diventare foriera di una sorta di indifferenza tra i due gruppi, e ancor peggio fomentare i conflitti e le incomprensioni. Per queste ragioni, sia i docenti che gli studenti che prendono parte a MODEL sono portati a lavorare insieme e a condividere un momento di apprendimento e di incontro. I diritti umani, in questo contesto, cessano di essere distanti e misconosciuti e approdano tra i banchi di scuola, nelle riflessioni e nei dibattiti dei ragazzi, entrano a far parte della loro quotidianità. Il progetto prevede due percorsi di formazione: il primo, quello dei docenti, si è concluso con una due giorni di formazione a Tetovo nel dicembre 2016 durante i quali i docenti delle varie scuole hanno condiviso le conoscenze acquisite sui diritti umani e hanno creato insieme dei laboratori sperimentali sui diritti umani. Il secondo percorso è in via di svolgimento: dopo alcuni incontri utili ad introdurre il concetto di diritti umani, gli studenti saranno coinvolti in simulazioni in cui loro stessi, in prima persona, rivestiranno il ruolo di difensori dei diritti umani. La fase conclusiva della formazione prevede la creazione di “Human Rights Corner”, ovvero di piccoli stand di informazione sui diritti umani nelle scuole: sarà un momento di vero e proprio passaggio di consegne, in cui gli studenti diventano loro stessi promotori e difensori dei diritti umani. In un momento come quello attuale, in cui i diritti conquistati negli anni sembrano essere messi in discussione, è assolutamente necessario non soltanto parlare di diritti umani, ma diffondere la loro conoscenza e la loro forza rivoluzionaria tra i giovani. Ancor di più è necessario parlarne in Macedonia, per contribuire alla rimarginazione di un equilibrio tra le comunità presenti. Durante i workshop, il coinvolgimento e l’entusiasmo dei ragazzi dimostra la loro voglia di prendere parte alla costruzione di una società diversa. Sanno di dover affrontare delle sfide, sono consapevoli delle resistenze contro cui si troveranno a lottare, ma sembrano determinati e ambiziosi nella volontà di provarci. Si pongono delle domande, esprimono i loro pensieri e i loro dubbi, e ogni dibattito diventa un momento di crescita per tutti. Quello che tentiamo di far capire loro è proprio la realtà e la concretezza dei diritti umani, la possibilità assolutamente tangibile di diventarne difensori nella propria vita quotidiana. Dall’insieme dei diritti umani si diramano poi tutti i concetti che ne derivano: diritti culturali e diritti delle minoranze, libertà di espressione, libertà di culto e così via. Siamo fortemente convinti che la promozione del dialogo interculturale e interreligioso debba passare attraverso la diffusione dell’educazione ai diritti umani.

Il lavoro del CISS in Macedonia non si è limitato all’ambiente scolastico: i diritti umani sono di tutti e per tutti, sebbene non godano di grande popolarità al di fuori di chi lavora nel settore. Ogni individuo dovrebbe essere messo a conoscenza dei diritti umani, dei meccanismi di protezione o semplicemente dei principi di cui sono portatori. Il 10 dicembre 2016, anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, siamo andati nei posti più frequentati di Skopje: il City Park, l’Old Bazaar, le caffetterie del centro per chiedere alla gente di leggere un articolo della Dichiarazione davanti alla nostra videocamera. È stato un successo: giovani e famiglie e ragazzine e bambini chiedevano di partecipare al nostro video: i loro sorrisi e i loro “Stand Up For Your Rights” sono stati di grande soddisfazione. Qualche giorno dopo abbiamo deciso di organizzare un evento in un luogo pubblico per coinvolgere ancora più gente: il 23 Dicembre 2016, dopo diversi tentativi di racimolare partecipanti e peripezie burocratiche per ottenere permessi dalla municipalità di turno, siamo riusciti ad organizzare un Flash Mob per la promozione dei diritti umani. In quella soleggiata mattina di dicembre i passanti per la piazza principale di Skopje sono stati incantati dalla splendida voce di una bambina, Lena, che cantava la celebre “Imagine” di John Lennon accompagnata dalla chitarra di Tanja. Il silenzio che si è creato tutt’intorno, nonostante le decine di persone che si fermavano ad ascoltarle, dava ancora più risalto al testo e al suo significato.

Parlare dei diritti umani non significa parlare di qualcosa di astratto. Di certo in un primo momento sembrerebbe così: nessun programma scolastico ne prevede l’insegnamento, le persone non sono informate a tal proposito, la cultura dei diritti umani non è stata fino ad ora diffusa a dovere. Eppure le dichiarazioni esistono, i comitati di monitoraggio e di denuncia delle violazioni operano in diversi paesi, le organizzazioni internazionali poste a loro tutela sono attivamente impegnate in questo senso. Cosa rimane da fare, allora?

I diritti umani sono uno strumento attraverso il quale è possibile promuovere il dialogo, l’incontro, il confronto tra diversità che siano sociali, culturali, religiose o di sesso. La diffusione degli ideali di uguaglianza spesso ha contribuito ad un fraintendimento: l’uguaglianza non vuol dire essere tutti uguali, vuol dire – direbbe Dworkin – essere trattati come uguali. Perché le società sono state e saranno per sempre composte da differenze. Ecco, in quel come ci sono tutte le differenze possibili, con la loro necessità di essere riconosciute in quanto tali e, in quanto tali, con il diritto di essere tutelate.

[1] L’ultimo censimento è stato svolto nel 2002. I numeri e le percentuali rilevate sono verificabili sul sito web dell’Ufficio statistico del governo macedone.

 

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di Giovanni Vinti

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Mentre la maggior parte dei mezzi di informazione statunitensi ed europei ripete a pappagallo che il nostro supporto militare all’insurrezione siriana è puramente umanitario, in molti vedono l’attuale crisi come una nuova guerra per procura, in cui giocatori esterni si combattono indirettamente per interessi geopolitici ed energetici [1]. Sarebbe giusto analizzare gli abbondanti elementi a supporto di questa chiave di lettura.

Di fatto le tensioni contro il presidente siriano Bashar Assad non sarebbero iniziate con le proteste pacifiche della Primavera Araba del 2011, ma diversi anni prima.

Per sottolineare i forti e differenti interessi regionali, si consideri ad esempio che nell’agosto del 2009, l’emiro del Qatar e il presidente della Turchia iniziarono ad avviare ad Istanbul  dei negoziati per la costruzione di un gasdotto strategico che, partendo dal Qatar e attraversando il Medio Oriente, avrebbe dovuto raggiungere la Turchia e da lì l’Europa [2] [3]. Il Qatar infatti condivide con l’Iran il giacimento del Sud Pars/Nord Dome, il più grande “deposito” di gas naturale del pianeta. Ma può far giungere il suo gas in Europa solo attraverso la liquefazione e il trasporto via nave; col gasdotto proposto avrebbe invece raggiunto il mercato europeo dell’energia più facilmente (abbattendo tempi e costi) attraverso terminali di distribuzione in Turchia (che a sua volta avrebbe messo in tasca ricche tasse di transito) [1].

Un simile progetto avrebbe rafforzato i regni sunniti del Golfo Persico, a cominciare ovviamente dal Qatar, uno dei più stretti alleati arabi degli Stati Uniti, il quale ospita due delle principali basi militari americane e il quartier generale dell’esercito Usa in Medio Oriente [1]. Anche l’Unione Europea, che acquista circa il 30% del gas che utilizza dalla Russia, ne avrebbe tratto vantaggio. Così come la Turchia, tra i principali acquirenti di gas russo, che si sarebbe ritrovata in una posizione geografica ed economica più privilegiata [1].

D’altro canto, la Russia vedeva questo progetto come una forte minaccia ai propri interessi economici all’interno del mercato europeo [4]. In ogni caso il gasdotto  avrebbe dovuto attraversare necessariamente la Siria o l’Iraq (se non entrambi).

Questo progetto sembrò venir bypassato già nell’agosto 2010, quando il ministro siriano Sufian Allaw andò a Teheran per iniziare a discutere di un altro gasdotto che, partendo dall’Iran, avrebbe raggiunto l’Europa attraversando il territorio siriano; nel gennaio 2011 fu firmato un accordo in proposito [5]. E a luglio dello stesso anno fu sottoscritto un memorandum per il gasdotto dai ministri di Siria, Iran e pure Iraq, dal valore progettuale stimato di circa 10 miliardi di dollari [6]. Questo progetto avrebbe reso l’Iran sciita, e non il Qatar sunnita, il principale fornitore mediorientale di gas nel mercato energetico europeo [1].

Si può affermare che appaiono fin d’ora chiari i forti interessi contrapposti, benché alcuni “giocatori” coinvolti debbano ancora essere citati. E’ opportuno a questo punto notare la presenza dei due storici blocchi rivali mediorientali: quello iraniano-russo e quello saudita-statunitense; i due Stati del Medio Oriente sono avversari che si contendono da decenni la leadership nel mondo islamico, e sono uno sciita (l’Iran), l’altro sunnita (l’Arabia Saudita). Inoltre mentre l’Arabia Saudita ha una tradizione di forti legami commerciali (armi e petrolio prima di tutto [7]) con Stati Uniti, Inghilterra e Francia, invece l’Iran è in ottimi rapporti economici con la Russia (e la Cina) sin dai tempi della rivoluzione iraniana del 1979 (e apparirebbe superfluo ricordare le ostilità nei confronti degli Stati Uniti).

Per quanto riguarda il Qatar, come detto ospita le principali basi militari statunitensi del Medio Oriente e, volendo restare in tema di armi, nel 2014 ha firmato un accordo con gli Usa per l’acquisto di attrezzature da guerra del valore di 11 miliardi di dollari [8]. La Siria invece ospita l’unica flotta navale russa del Mediterraneo [9], attiva sin dai tempi della Guerra Fredda; non a caso la Russia ha recentemente dichiarato di volerla potenziare [9], ed è pure il principale fornitore d’armi della Siria.

In merito alla situazione politica siriana, va tenuto presente che la famiglia di Assad è alawita, una branca sciita. Ma il suo regime era laico, e la Siria, oltre che stabile, era piuttosto multiculturale. Si pensi infatti che dal punto di vista religioso (prima della guerra) la maggior parte della popolazione (il 75%) era sunnita, il 12% alawita e circa il 10% cristiana [10], ma la maggior parte dei comandanti dell’esercito era alawita. L’inclinazione alla violenza da parte del governo siriano, prima della guerra civile, era piuttosto moderata se comparata a quella di altri stati del Medio Oriente (a cominciare dall’Arabia Saudita, ambiguo alleato dell’Occidente). Il giornalista del New Yorker, Seymour Hersh, aggiungeva in proposito che in Siria “di certo non venivano tagliate le teste ogni mercoledì, come fanno i sauditi a La Mecca” [1]. Le manifestazioni pacifiche della Primavera Araba del 2011 inoltre coinvolsero la Siria così come gli altri paesi del Medio Oriente (a cominciare dall’Arabia Saudita, la quale represse le proteste col sangue, nella quasi totale indifferenza occidentale [11]).

A questo punto va rilevato che email e report, trovati da WikiLeaks e non solo [12] [13], evidenziano come le agenzie di intelligence di Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e altri, fossero già intenzionate almeno dal 2006 ad indebolire il governo di Assad, rifornendo i suoi oppositori, per cercare quantomeno di renderlo più mansueto nei loro confronti [13]. Roland Dumas, ex ministro degli esteri francese, dichiarò inoltre in un’intervista televisiva che nel 2009 alti ufficiali inglesi gli avevano detto che il loro governo stava già pianificando operazioni di copertura con uomini armati in Siria. Ed email recuperate da WikiLeaks mostrano come nel 2011, durante la Primavera Araba, fosse già in atto un’operazione segreta delle forze inglesi e statunitensi per armare le opposizioni siriane [14]. Julian Assange ha inoltre dichiarato che documenti provenienti dai ministri sauditi, trapelati attraverso WikiLeaks (di cui è il fondatore), mostrano come nel 2012 Arabia Saudita, Qatar e Turchia fossero d’accordo per rovesciare il governo siriano di Assad [15].

Dopo il secondo veto di Russia e Cina nei confronti di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (febbraio 2012) in cui si sarebbe voluto sanzionare il regime siriano di Assad per l’uso eccessivo della violenza nei confronti dei civili, alcune potenze in gioco decisero di dar vita alla “Coalizione degli amici della Siria” (non a caso tra gli 11 membri effettivi vi erano Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Inghilterra e Francia) [16]. Queste potenze offrirono nello stesso periodo la supervisione alla creazione di un esercito ribelle di riferimento (l’Esercito Siriano Libero), la produzione di un’interfaccia politica di questo esercito (la Coalizione Nazionale Siriana, o Cns) e una macchina propagandistica (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, espressione della Cns e finanziato e ospitato dall’Inghilterra) [17].

Le petromonarchie sunnite avrebbero però voluto un maggiore coinvolgimento in campo degli Stati Uniti. Ad esempio, il 4 settembre 2013, il Segretario di Stato John Kerry dichiarava in una seduta del Congresso statunitense che i regni sunniti avevano “offerto di pagare il conto se gli USA avessero invaso la Siria per cacciare Bashar Assad” [18] (come già avvenuto in Iraq con Saddam Hussein).

A questo punto è necessario tenere presente che la lotta armata iniziata nel 2011, benché connessa con la rivolta che l’ha preceduta, non è ad essa storicamente sovrapponibile, ed ha avuto bisogno, per sua stessa natura, di una pianificazione, un’organizzazione e un equipaggiamento che la popolazione civile non sarebbe stata in grado di procurarsi [17].

Come previsto da molti, la dura reazione di Assad ad una crisi legata ad interessi stranieri, pur di non lasciare il potere – il lancio di barili bomba nelle roccaforti dei ribelli così come le (almeno) decine di migliaia di vittime civili causate anche dall’esercito governativo, sottolineato pure da analisti indipendenti quali Robert Fisk e Noam Chomsky [19] [20] – accentuò la crisi e permise ai politici occidentali di “vendere all’opinione pubblica” l’idea che si trattasse di un dramma il cui evolversi fosse legato a ragioni umanitarie (invece che una lotta esterna per lo sfruttamento delle risorse e il cambio dei giochi di forza in Medio Oriente). In tutto ciò, il “mito” dell’Esercito Siriano Libero come forza di opposizione non era destinato a durare nella realtà dei fatti.  Invero la dissoluzione, dopo i primi tempi, di una struttura centrale ha portato alla nascita di centinaia di milizie indipendenti, molte delle quali comandate da, o alleate a, militanti jihadisti che erano i più impegnati ed efficaci [1], come riportato nel 2013 anche dalla NBC [21]. E nel novembre 2014 lo stesso Robert Fisk dichiarava presso la ABCnews24 a proposito dell’Esercito Siriano Libero: “Penso sia un mito che in realtà non esiste” [22].

A ciò si aggiunga che il dramma di Aleppo Est degli ultimi mesi è stato raccontato dalla maggior parte dei media occidentali in modo distorto, dipingendo quella parte della città contro cui combattevano le truppe governative quasi come un luogo fino ad allora felicemente occupato dai ribelli “moderati”, mentre sempre più report, soprattutto ora che l’assedio è finito, narrano quella che è stata per anni la terribile realtà di una taciuta occupazione jihadista (consiglio, tra gli altri, l’articolo dei primi di gennaio di Fulvio Scaglione sull’argomento [23]). A criticare ulteriormente questa narrazione spesso distorta è stato anche l’arcivescovo cattolico maronita di Aleppo, che i primi di ottobre del 2016 alla Commissione Esteri del Senato italiano ha dichiarato: “Non vedo Assad come il diavolo. In Siria prima stavamo bene, era un mosaico vivibile, con un islam moderato e aperto. […] Papa Francesco ha individuato bene il problema: in Siria non ci sono né una rivoluzione né una guerra civile. C’è la terza guerra mondiale per procura” [24].

Una prova, forse la più significativa, di questa trama già tessuta, è mostrata da un documento della Defence Intelligence Agency degli Stati Uniti risalente all’Agosto 2012 (cioè due anni prima che l’ISIS venisse fuori), e reso pubblico grazie al gruppo Judicial Watch nel maggio 2015 [25], in cui veniva riportato testualmente che “i Salafiti [sic!], i Fratelli Musulmani e AQI [al Qaeda in Iraq] sono le maggiori forze che guidano la rivolta in Siria” [25]. Il documento notava come l’insurrezione fosse divenuta una guerra civile settaria supportata da “potenze religiose e politiche” sunnite. Il report dipingeva il conflitto siriano come una guerra mondiale per il controllo delle risorse,  con “l’Occidente, i Paesi del Golfo e la Turchia a supportare le opposizioni [contro Assad], mentre Russia, Cina e Iran a supportare il regime”. Inoltre, veniva aggiunto che “se la situazione peggiora, c’è la possibilità che si stabilisca un dichiarato o non dichiarato principato salafita nella Siria orientale, e questo è ciò che vogliono le potenze che stanno supportando le opposizioni per isolare il regime siriano”. Il report avvertiva pure che questo principato avrebbe potuto “dichiarare uno Stato Islamico attraverso la sua unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria” [25]. Il memorandum comprendeva con AQI sia al-Nusra che l’ISIS. Cioè gli Stati Uniti sapevano già allora che i loro principali alleati della zona erano jihadisti radicali, parte dei quali avrebbero voluto anche creare un Califfato Islamico sunnita nelle regioni di Siria e Iraq. Come è poi avvenuto. Si può ben dire che la guerra è atroce, le menzogne la peggiorano.

Si arrivò così al 2014, quando l’ISIS fece inorridire l’opinione pubblica mondiale con attentati e decapitazioni degli ostaggi occidentali, mentre dalla Siria continuava la fuga di milioni di persone, dirette anche in Europa. La stessa Casa Bianca cominciò a parlar di meno della deposizione di Assad e di più della stabilità regionale [1]. Anche se il dramma della Siria è continuato. Va sottolineato comunque che la questione dei gasdotti sia da intendere come “uno degli elementi” legati a questa crisi, non l’unico; altri sono stati qui al più accennati.

In ogni caso, ciò che notano in tanti è che (oltre a donne, bambini e anziani) anche molti dei possibili combattenti moderati stanno scappando in Europa da una guerra che non è più la loro guerra, sempre che lo sia mai stata. Vogliono semplicemente fuggire da quello che è un Risiko per il dominio delle risorse del Medio Oriente. E non possiamo di certo biasimare la gente che non accetta di prendere parte ad un progetto legato ad interessi geopolitici esterni.

A questo punto vorrei aggiungere poco altro.  Come avranno notato in molti, nell’ultimo anno la posizione della Turchia (del dittatore Erdogan) è drasticamente cambiata. Dopo il colpo di Stato, vero o presunto, in ogni caso fallito del 15 luglio 2016, si è avvicinata alla Russia, ha preso sempre più le distanze dall’ISIS iniziando anche a bombardarlo e ha subìto diversi attentati rivendicati da questo gruppo [26]. Il primo incontro ufficiale tra Erdogan e Putin, dopo l’abbattimento nel 2015 del caccia russo, è avvenuto il 9 agosto 2016 a San Pietroburgo [27]. Il presidente turco in quelle settimane ha accusato l’Unione Europea e gli Stati Uniti di essere stati troppo tiepidi nella condanna del golpe [27], non gradendo inoltre le loro critiche alle pesanti misure repressive da lui adottate in patria [28]. La Russia ha sfruttato al meglio la situazione dimostrando “di saper avviare il dialogo anche con avversari e rivali, pur di ridimensionare in alcune regioni fondamentali per le fonti energetiche l’influenza di Usa ed Europa”, come scriveva Michele Giorgio in proposito [28]. Infatti, il 20 dicembre 2016, è stata presentata la “Dichiarazione di Mosca”, con cui Russia, Iran e Turchia si impegnavano a spingere per la soluzione politica del conflitto siriano. Di fatto Erdogan ha abbandonato la richiesta, suo cavallo di battaglia fino a pochi mesi prima, della rimozione di Assad, come naturale conseguenza dell’entrata nell’orbita russa [29]. In molti hanno intravisto, tra le varie monete di scambio, oltre ai benefici economici anche una maggiore libertà d’azione concessa dalla Russia alla Turchia nei confronti dei curdi del Rojava [28] [29].

Non sono inoltre entrato nel merito della questione del Rojava perché lì i curdi stanno combattendo si una rivoluzione, ma per l’autonomia solo di una parte della Siria, quella del nord [30] [31], connessa al Kurdistan (mi si perdoni se semplifico). I curdi rappresentano una minoranza etnica che ha subìto a lungo le prepotenze del governo siriano, così come di quello turco (dal quale oggi le subisce più di prima) e di altri governi della regione. In Rojava le proteste curde durante l’era di Bashar Assad erano iniziate già nel 2004, così come la dura repressione [31]; e oggi in Rojava si sta provando a dar vita ad un modello multietnico di democrazia dal basso, di cui fanno parte i curdi siriani, ma anche arabi, turkmeni e cristiani [30]. Si tratta di un argomento non certo di poca importanza, per il quale poche righe non possono essere sufficienti. E’ però opportuno sottolineare lo spirito sociale, egalitario e confederale che contraddistingue questa rivoluzione [30], in cui le donne hanno un ruolo di primo piano [33], ma di fatto viene vista da molti come “una guerra diversa”, che non determinerà gli esiti del resto del conflitto. Benché alcuni esponenti curdi abbiano più volte dichiarato che questo modello deve fungere da esempio per il resto della regione [33].  Va inoltre aggiunto come una serie di discussioni (altalenanti e piene di incertezze) e collaborazioni siano state avviate pure con lo stesso governo di Assad, essendo l’ISIS adesso il principale nemico da combattere per entrambi [34] [35], anche se il futuro del Rojava rimane tuttora incerto e, come già notato, il nuovo asse turco-russo aumenta la vulnerabilità dei curdi.

Per non lasciare un discorso caldo in sospeso, voglio concludere prendendo una posizione, forse un po’ “rischiosa”, sull’attuale crisi siriana. Parafrasando quanto detto in un’intervista di pochi mesi fa da un grande intellettuale indipendente come Noam Chomsky: “Può apparire brutto ma l’unica alternativa realistica che vedo consiste nel prevedere un governo di transizione con Assad coinvolto, probabilmente in carica. A  meno che non si voglia assistere alla totale distruzione della Siria e del suo popolo” [20].

 

FONTI:

[1] Why the Arabs don’t want us in Syria – di Robert F. Kennedy Jr (su www.politico.eu)

[2] Qatar discusses LNG pipeline project with Turkey – di Andy Sambridge (su www.arabianoilandgas.com)

[3] Qatar seeks gas pipeline to Turkey – di Tamsin Carlisle (su www.thenational.ae)

[4] The US-Russia gas pipeline war in Syria could destabilise Putin – di Nafeez Ahmed (su www.middleeasteye.net)

[5] Islamic pipelines states meet in Baghdad – su www.tehrantimes.com)

[6] Iran inks gas pipeline deal with Iraq and Syria – (su  www.worldaffairsjournal.org)

[7] LIBRO: The shadow world. Inside the global arms trade – di Andrew Feinstein

[8] Qatar buying US helicopters, missiles in multi-billion dollar deal – (su www.thehindubusinessline.com)

[9] Russia plans permanent navy base in Syria – di Tim Hume e Lindsay Isaac (su www.cnn.com)

[10] Guide: Syria’s diverse minorities – (su www.bbc.com)

[11] Saudi Arabia’s secret Arab Spring – di Kevin Sullivan (su www.independent.co.uk)

[12] Syrian intervention plan fueled by oil interests, not chemical weapon concern – di Nafeez Ahmed (su www.theguardian.com)

[13] WikiLeaks: US, Israel and Saudi Arabia planned overthrow of Syrian government in 2006 – di Ivan Stamenkovic (su www.mintpressnews.com)

[14] Special Report: Syria intervention plans fueled by oil interests, not chemical weapon concerns – di Nafeez Ahmed (su www.nafeezahmed.com)

[15] WikiLeaks founder: Saudi Arabia, Qatar and Turkey had secret deal in 2012 to topple Syrian government – (su www.almasdarnews.com)

[16] What does it mean to be a ‘friend’ of Syria? – di Chris Doyle (su www.middleeasteye.net)

[17] Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione – (su www.infoaut.org)

[18] Kerry: Arab countries offered to pay for military strike – (su www.washingtonpost.com)

[19] Exclusive interview: Robert Fisk on Syria’s civil war and the refugee crisis – di Paul Weinberg (su http://rabble.ca)

[20] Noam Chomsky on Syria: a “grim” set of Alternatives – di Saul Isaacson (su www.truth-out.org)

[21] Extremist element among Syrian rebels a growing worry – (su http://www.nbcnews.com)

[22] Robert Fisk: SAA Strongest Institution, FSA Doesn’t Exist, Rebels Targeting Christians – (su www.youtube.com)

[23] “Così si viveva ad Aleppo Est” – di Fulvio Scaglione (su www.occhidellaguerra.it)

[24] Arcivescovo Aleppo, è terza guerra mondiale per procura – (su www.agi.it)

[25] Pgs. 287-293 (291) JW v DOD and State 14-812 – (su www.judicialwatch.org)

[26] Isis claims Istanbul nightclub attack as perpetrator remains at large – di Jamie Grierson (su www.theguardiancom)

[27] Gli interessi in comune tra Erdoğan e Putin – (su www.internazionale.it)

[28] Turchia/Russia. Erdogan-Putin, il vertice della svolta – di Michele Giorgio (su “Il Manifesto”)

[29] Siria. La road map di Russia, Iran e Turchia – (su www.nena-news.it)

[30] Rojava si “stacca” e proclama la regione autonoma a nord – Chiara Cruciati (su ilmanifesto.info)

[31] Syrian Kurds Have Long Memories – (su pulitzercenter.org)

[32] Syrian Kurds declare new federation in bid for recognition – (su www.middleeasteye.net)

[33] The women leading a social revolution in Syria’s Rojava – di Lucy Clarke-Billings (su www.newsweek.com)

[34] Analysis: the Kurdish “frenemies” aid Assad in Aleppo – di Arwa Ibrahim (su www.middleeasteye.net)

[35] Siria. Kurdi raggiungono il cuore di Manbij ma l’Esercito Libero li ostacola – (su www.nena-news.it)

di Alexandra Chirita

When thinking about Egypt, most of us recall its former glory as the land of the ancient gods, the pyramids and mysterious hieroglyphs build on the rich spiritual beliefs of the Egyptian people. However, nowadays, this unique and mesmerizing culture seems to be deeply buried beneath several layers of violence, with the decaying stone monuments and their almost unreadable hieroglyphic texts as merely silent witnesses to the emergence of a new civilization, a civilization characterized by injustice, suffering and loss.

The Human Rights Watch (2015) has described contemporary Egypt as a country in crisis where human rights abuses, the use of torture and enforced disappearances by law enforcement agencies seems to be the norm. This approach endorsed by the Egyptian government has been regarded as a significant seatback, with the United Nations (2016) declaring that “the use of force against [the] civil society and against the expression of dissenting views on political issues contribute to a deteriorating climate for the promotion and protection of fundamental rights that form the essential components of a democratic society”.

Within this framework characterized by corruption, endless violence and political instability, terrorist organizations and organized criminal groups appear to thrive. According to the Tahrir Institute for Middle East Policy, terrorist groups active throughout the Egyptian territory have increased their attacks from an average of 30 per day to 100 per day between January and August 2015. Consequently, this amplifies the risks of human trafficking for vulnerable populations by increasing economic desperation, weakening the rule of law, decreasing the availability of social services and forcing individuals to flee for their safety. The Department of State (2016) argues that traffickers take advantage of such systematic social, cultural and economic issues and prey on those individuals who lack security and opportunity, coerce and deceive them to gain control, and profit from their compelled service. Being the third most profitable illicit activity in the world, human trafficking is a serious issue, one that threatens every demographic with more than 150 victims of different citizenships being identified in 124 countries across the globe (UNODC 2014). Moreover, with an annual profit estimated around $32 billion, UNODC (2012) has found that, between 2007 and 2010, human trafficking has had approximately 2.5 million victims worldwide. It is important to highlight that the overall number of victims put forward by UNODC represents the number of formally identified victims. Given the hidden and illegal nature of human trafficking, the actual estimation of affected individuals is likely to be much higher. Despite these compelling findings, tackling the threat posed by human trafficking in contemporary Egypt appears to fade in the background. In its 2016 trafficking in persons report, the Departments of State highlights this trend and contends that human trafficking is often overlooked in countries characterized by political instability and even omitted from formulations of humanitarian and emergency response policies. And, unfortunately, this seems to be the case in Egypt.

Although the Egyptian government has made some efforts to address human trafficking, budget shortfalls has had a crippling effect on any initiative to effectively protect victims and tackle the threat of trafficking. Hence, Egypt is a source, transit, and destination country for men, women, and children subjected to forced labor and sex trafficking (Department of State 2016).

Focusing more on children and women, children are rendered vulnerable to sex trafficking and forced labor, street begging, and agricultural based jobs. The industry of child sex tourism seems to be booming in Cairo, Alexandria and Luxor. Furthermore, IOM (2016) has observed a steady increase in the arrival of Egyptian unaccompanied migrant children (UMC) in Europe over the past five years. Ever since 2011, Egypt holds the highest ratio of UMCs among adult irregular migrants reaching Europe. In 2014, 49 per cent of the identified Egyptians arriving irregularly in Italy were UMC in comparison to only 28 per cent in 2011. This trend continued and, in 2015, 66 per cent of Egyptian irregular migrants were found to be UMCs (IOM 2016). It is often the case that they reach Europe clandestinely, with false documents and using the services of various smuggling networks or being hidden by traffickers. As a result, Egyptian children are left vulnerable to sexual exploitation, malnutrition, abuse, and other physical and psychological traumas. Survivors who have experienced such circumstances and spent time in smuggler-run camps painfully recall how smugglers often raped, tortured and even killed children (Middle East Eye 2016).

Following the 2011 revolution and the Arab Spring, Egypt has become the “the worst country for women’s rights in the Arab world” (BBC 2013). Egyptian girls and young women are seen as mere merchandise or ‘rentals’ to be bought to fulfill a contract by older wealthy men. Thousands of underage girls and young women are taken out of education, exploited and forced to marry. For the purpose of commercial sex or forced labor, young girls and women are forced by their relatives or specialized marriage brokers to take part in ‘temporary’ or ‘summer’ marriages. In these arrangements a potential foreign buyer pays a sum of money for a girl with whom he will spend a certain period of time and then either return the girl to her family or take her back to his country for domestic work. Azza El-Ashmawy, director of the Child Anti-Trafficking Unite at the National Council for Childhood and Motherhood, said that “some girls have been married 60 times by the time they turn 18”. He further adds that such arrangements are “a form of child prostitution in the guise of marriage”. ‘The Path’, a documentary realized by IOM, illustrates this cruel reality.

Although they are still relatively limited from a global point of view, trafficking for exploitation that is neither sexual nor forced labor is increasing. Trafficking children and adults for armed combat or organ donation can be a significant issue in some locations. Earlier this year, the bodies of nine Somali immigrants, including a mother and her two young children, were found without their organs dumped in the sea near Alexandria. Reports have concluded that the victims were lured onto a boat that was meant to head to Italy, but were led to an undisclosed location in Alexandria where they were locked up and prepared for the removal of their organs. Though Egypt has strict laws regarding organ donation, the Coalition for Organ-Failure Solutions warns that traffickers operating in the North of Africa are increasingly targeting vulnerable populations such as refugees and immigrants.

Despite the government’s efforts to tackle human trafficking, the number of identified victims has substantially increased compared to the previous reporting period (Department of State 2016). The Department of State (2016) further adds that there is a lack of awareness, appropriate resources and training among the Egyptian police, security and judicial officials. Hence, Egyptian law enforcement agencies frequently fail to identify victims of human trafficking. Instead of protection and treatment, identified victims are often treated as delinquents, threatened with prison and deportation for acts committed as a direct result of being subjected to trafficking.

To conclude, regardless of the political instability that characterizes contemporary Egypt, diminishing the importance or even ignoring the threat posed by human trafficking is irresponsible and can have devastating effects on both the Egyptian community and the international community as well. The 2016 report of the Department of State makes several pertinent recommendations such as increasing investigations and prosecutions, investing in adequate victim focused services, better training for local enforcement agencies, and appropriate legal protections for migrants. However, addressing and seeking to reduce the demand that constitutes the base for human trafficking should be at the heart of any endeavours that seek to prevent and eventually stop this gruesome crime from happening.

*di Giovanni Vinti

Strade sterrate in cui fango rifiuti e polvere si mescolano, bimbi che sbucano da tutte le parti scalzi o in ciabatte con magliette colorate o a petto nudo, galline asini e maiali che ti sfiorano mentre in due o in tre sulla moto percorriamo le stradine di questa (se si escludono le poche vie del centro) baraccopoli di oltre 60mila abitanti: ecco come ricordo Ouanaminthe, un anno dopo. E mi sorride il cuore, mentre una lacrima lo attraversa. Questo centro abitato del Paese più povero dell’emisfero occidentale, cioè Haiti, è sconosciuto ai più; e del resto, quando se ne è mai parlato in tv..? Haiti è diventata tristemente nota alle cronache in seguito al terribile terremoto del 2010 che causò oltre 200mila vittime, e che fu seguito poco dopo da un’epidemia di colera divenuta da quel momento endemica nell’isola. Quello fu l’anno del colpo di grazia, ma la situazione era difficile già da diversi decenni..

 

Se si va indietro di qualche secolo, bisogna tener presente che l’isola fu “scoperta” da Cristoforo Colombo nel 1492 e battezzata Hispaniola. I nativi furono decimati nel giro di qualche decennio da schiavitù e nuove malattie e a quel punto vennero sostituiti da una nuova “manovalanza”, gli schiavi deportati dall’Africa, antenati degli attuali haitiani. Nel frattempo metà dell’isola divenne di dominio spagnolo e battezzata Repubblica Dominicana, mentre la metà di cui avevo iniziato a parlare, Haiti, di dominio francese. E fin qui, una delle tante storie del colonialismo europeo, senonché a fine Settecento mentre in Francia si assisteva alla Rivoluzione Francese, ad Haiti i 500mila schiavi neri, circa 10 volte più dei loro padroni bianchi, si ribellavano e dopo alcuni anni impadronivano dell’isola e della loro libertà, dando origine alla prima repubblica fondata da ex schiavi. Da quel momento la vita non fu comunque una passeggiata (quando mai!), dato che dall’estero vennero tagliati tutti i canali commerciali con Haiti e la Francia post-rivoluzionaria concesse l’indipendenza ma in cambio di un “indennizzo annuo” mostruosamente elevato. Fino al 1900 la situazione si mantenne relativamente stabile, ma poi nel 1914 mentre in Europa si combatteva la guerra gli Stati Uniti occupavano militarmente Haiti per 20 anni imponendo le loro scelte politiche. Dopo la seconda guerra mondiale si succedettero 3 dittatori locali, fino al termine degli anni ’80. A quel punto, il 1991 fu il momento del primo presidente liberamente eletto ad Haiti, Jean-Bertrand Aristide, un prete di quartiere che sembrava voler davvero stare dalla parte dei poveri (la maggior parte) invece che delle élite economiche, la cui elezione spiazzò un po’ tutti, a cui fece seguito, 8 mesi dopo, un colpo di Stato militare sembra appoggiato dagli Stati Uniti, secondo fonti indipendenti quali Human Rights Watch; Aristide fu infatti prelevato e portato negli Usa, dove venne sottoposto ad un corso intensivo di “democrazia e capitalismo”, o almeno così affermò l’ambasciatore statunitense ad Haiti.. Sembra un film, tragico, ma è la realtà. Nel 2000, terminati i disordini da pochi anni, Aristide venne rieletto (nel frattempo aveva tolto la tunica); a quel punto restò in carica per 4 anni, trovando anche il tempo di scrivere un libro contro lo sfruttamento dei Paesi Industrializzati nei confronti del “Terzo Mondo” (Eyes of the Hearth). Nel 2004 vi furono nuovi disordini, con bande armate (così, all’improvviso) che seminarono il terrore nelle città principali e a cui fece seguito una missione Onu (Minustah), tuttora in corso, per riportare l’ordine. Anche questa volta Aristide fu “deportato” dagli Stati Uniti (ma in Sud Africa), senza preavviso nei confronti dell’Onu, provocando un certo “imbarazzo” all’allora Segretario Generale Kofi Annan.

Come esordivo, il terremoto del 2010, fu il colpo di grazia. E oggi note aziende occidentali continuano a sfruttare indisturbate i lavoratori (come mi han raccontato gli haitiani) per meno di 15 centesimi l’ora, facendoci giungere questo o quel paio di jeans..

Questa parentesi storica aveva un senso in particolare.. la differenza tra Nord e Sud del mondo affonda le sue radici nel colonialismo, ma questo “status quo” continua a mantenersi per via di interessi economici attuali e più o meno evidenti complicità.

 

Tornando ai nostri giorni, quel che più mi ha colpito di Haiti è stato il contrasto. Da un lato povertà e malattie, dall’altro serenità e felicità. Può sembrare assurdo, ma è davvero questa Haiti. O per lo meno, lo è Ouanaminthe, dove ho passato quasi due mesi, altrove solo pochi giorni. Un luogo in cui la gente ne ha viste di tutti i colori, in cui continua a morire per malattie ormai scomparse in Europa, come tifo, colera, malaria e non solo; dove oltre il 70% della gente non possiede un bagno e il 40% non ha accesso all’acqua potabile (secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2016); ma dove la frenesia alienante dell’Occidente non è ancora arrivata e la gente si guarda, sorride e ha ancora il senso del tempo e della vita.

E’ in questo quadro che si configura l’intervento del CISS, ONG di Palermo attiva nel Sud Italia e nei Sud del Mondo con diversi progetti. Il suo intervento ad Haiti (per cui esiste un sito web) si chiama “Action partecipatives pour l’Eau e l’Assainissement dans la ville de Ouanaminthe”, e l’obiettivo è quello di migliorare le condizioni igienico-sanitarie (nel campo delle acque e dei rifiuti) coinvolgendo direttamente le comunità locali.

Infatti, come ho potuto constatare in prima persona, da Ingegnere Ambientale sono consapevole che Haiti in generale, e Ouanaminthe in particolare, ha bisogno di infrastrutture tali da contrastare il diffondersi di malattie ed epidemie, facendo in modo di migliorare le condizioni igieniche. Allo stesso tempo, bisogna evitare di costruire le tipiche cattedrali nel deserto, frutto per lo più di interessi speculativi. E’ fondamentale invece contestualizzare e pensare ad interventi sostenibili, senza che piovano dall’alto; possibilmente chiedendo alla gente del posto quello di cui pensa aver maggiormente bisogno. E’ così che si è mosso il CISS anche in questo caso.

 

Haiti - città di Ouanaminthe

 

*Giovanni Vinti, ingegnere ambientale, socio e volontario del CISS ha supportato lo staff locale nella realizzazione di sistemi volti a migliorare le condizioni igienico-sanitarie a Ouanaminthe

 di Maria Patrizia Salatiello*

Alla fine di ottobre del 2011 sono tornata a Gaza, una terra che amo tantissimo, dopo una dolorosa lontananza durata undici anni.

Sono stata invitata dal CISS (cooperazione internazionale sud sud) a partecipare a un progetto in sostegno dei bambini che avevano subito gravissimi traumi dopo l’attacco israeliano chiamato “Piombo fuso” e che tanti morti aveva fatto fra la popolazione, soprattutto fra i bambini.

Da allora sono tornata almeno una volta all’anno e in questo periodo vi sono stati altri due attacchi, “Margine protettivo” nel novembre 2012 e “Colonna difesa” a fine luglio 2014. Quest’ultimo è stato il più sanguinoso, il più distruttivo, il più angosciante e ha lasciato nella popolazione e nei bambini, ma anche negli operatori, ferite indelebili.

L’attacco è iniziato poco dopo che io avevo appena lasciato la Striscia.

Per me, per tutti quelli che sono legati a Gaza e alla sua popolazione, sono stati giorni d’angoscia. Mi chiedevo cosa potevo fare, certo tanta controinformazione, ma e poi?

Così ho cominciato a scrivere. Per sentirmi più vicina ai bambini e ai colleghi palestinesi nella speranza di fare per tutti loro qualcosa di utile che sarebbe rimasto nel tempo.

Ne è nato un saggio scientifico, che ho voluto intitolare: “Essere bambini a Gaza: il trauma infinito”, perché la peculiarità dei traumi da guerra nella Striscia è, purtroppo, quella di non cessare mai.

Nel mio libricino parlo delle conseguenze che i traumi di guerra hanno sulla vita emotiva dei bambini in generale e sui bambini di Gaza in particolare, del concetto di trauma e di trauma da guerra, dei sintomi iniziali negli adulti e nei bambini, della loro evoluzione, degli studi scientifici, in particolare di quelli effettuati a Gaza, della loro metodologia, delle modalità d’intervento e di cura.

Ma il libro è anche un lungo racconto, che narra di me, di Gaza, dei suoi bambini, che amo chiamare i miei bambini. E’ una storia che inizia tanto tempo fa, una storia fatta di passione, di momenti che mi hanno aiutato a crescere, ma anche di sofferenza, di difficoltà, di angoscia.

*Maria Patrizia Salatiello è una psicologa, socia e volontaria del CISS

Contatti
Via Nicolò Garzilli, 90141 Palermo.
Tel. 091333076.
Cell. 3387744429.
E mail: patriziasal@iol.it

di Valentina Venditti*

“Se si sogna da soli è un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia”.

La scuola di Circo a Gaza rappresenta davvero un grande sogno divenuto realtà.

Un gruppo di ragazzi di Gaza, la forza di volontà, la passione, la voglia di non arrendersi all’assedio israeliano e alle difficoltà, la magia, il superamento dei propri limiti, il sorriso dei bambini, la resilienza. Tutto questo e molto altro ancora è la scuola di circo di Gaza.

Majed, Mohie, Ala, Murad quando erano piccoli trascorrevano giornate intere a guardare spettacoli di circo, clowneria e giocoleria in TV e restavano affascinati da questa “arte magica” che a Gaza, a causa dell’assedio, materialmente, non esisteva.

Col trascorrere del tempo, è cresciuto in loro sempre di più il desiderio di imparare le arti circensi, di diventare artisti ma soprattutto di utilizzare il circo come strumento per “far nascere il sorriso sui volti dei bambini” soprattutto considerando i numerosi attacchi militari israeliani che hanno vissuto e subito.

Ed è proprio così che i ragazzi di Gaza intendono il Circo:

“COME UNO STRUMENTO DI INCLUSIONE SOCIALE, DI RAFFORZAMENTO DEI MECCANISMI DI RESILIENZA E SUPERAMENTO DEI TRAUMI”

La creazione del “Gaza Circus Team” è avvenuta nel Marzo 2011 quando i ragazzi di Gaza hanno avuto l’opportunità di partecipare ad un training per principianti organizzato da una delegazione belga nella Striscia di Gaza.

Da allora il gruppo ha iniziato a sperimentare differenti discipline (giocoleria, acrobatica, equilibrio, clowneria) soprattutto guardando le tecniche su YouTube e tentando di rifarle e costruendo da sè gli attrezzi di giocoleria che non si trovavano – e non si trovano ancora – a Gaza.

Inizialmente gli allenamenti si svolgevano all’esterno, in strada, in campi aperti o dovunque fosse possibile ma sempre in luoghi considerati non sicuri. Il supporto dagli amici europei è continuato a volte direttamente, a volte dall’esterno. I ragazzi sono quindi riusciti, nonostante le difficoltà, ad avere delle attrezzature donate da gruppi di amici di diverse scuole di circo, associazioni e dall’azienda “Play”: un monociclo, delle clave, i piatti cinesi, i trampoli, i cerchi… e hanno iniziato a strutturare i primi veri spettacoli, continuando sempre il lavoro con i bambini.

Il CISS ha iniziato a lavorare con il Gaza Circus Team nel 2012 realizzando con loro attività di supporto psicosociale in favore dei bambini affetti da Sindrome da Stress da Post Trauma (in inglese PTSD\Post Traumatic Stress Disorder) all’interno delle ludoteche utilizzando la clownterapia e le arti circensi.

L’incontro con questi ragazzi è stato incredibile e da subito il CISS ha deciso di aiutarli a raggiungere il loro sogno supportandoli nel portare all’interno della Striscia gli attrezzi di giocoleria, nella creazione delle reti di supporto, nella strutturazione delle attività di clownterapia che vengono realizzate in diversi ospedali a Gaza City e Khan Younis e anche aiutandoli a cercare finalmente un posto sicuro per gli allenamenti.

Il punto di svolta è arrivato nel 2015 quando il Gaza Circus Team grazie all’impegno e al contributo dei membri stessi del gruppo, di amici ed associazioni sia palestinesi che europee, è riuscito ad aprire una vera e propria  Scuola di Circo nella zona di Beit Lahya, nel Nord della Striscia di Gaza.

Sono circa 60 i bambini e i ragazzi che frequentano regolarmente i corsi.

La scuola di circo di Gaza valorizza e utilizza la forza dell’arte circense nell’approcciare le difficoltà del contesto sociale fondendo assieme le arti del circo e le tecniche per l’intervento sociale. Il circo sociale contribuisce anche ad assicurare lo sviluppo integrato e l’inclusione sociale di soggetti a rischio e permette ai partecipanti di usare le proprie risorse per esprimersi e stabilire nuove relazioni interne ed esterne.

La scuola di Circo di Gaza, diventa così uno spazio che accoglie creatività e libertà d’espressione e sviluppa tenacia e perseveranza.

Ed è così che volare appesi ad un tessuto, camminare sospesi su una slackline o guardare l’orizzonte giocolando con i trampoli diventano tutte metafore del superamento degli ostacoli e delle barriere.

Niente è impossibile, è vero…e lo capisci a Gaza.

Grazie all’azienda “Play” il CISS ha avuto l’opportunità di presentare l’esperienza della neonata scuola di Circo di Gaza alla 10ima Convention Internazionale di giocoleria della Brianza riuscendo con la forza del circo a rompere quei muri che cercano di tenere chiusa una popolazione.

Le sfide per il Gaza Circus Team sono ancora molte. L’assedio ha come conseguenza la difficoltà nel reperire attrezzature adeguate, nel trovare dei posti che siano realmente e totalmente sicuri, nell’ottenere permessi per partecipare a formazioni, convention o eventi fuori dalla Striscia o per fare entrare formatori stranieri o anche Palestinesi (della Cisgiordania) a Gaza. L’assedio ha fatto perdere opportunità di borse di studio annuali in scuole di circo europee; di training a Ramallah con Il Palestinian Circus School, di contatti diretti con formatori e artisti… ma i ragazzi non si fermano e di certo…noi andiamo avanti con loro!

“La scuola di circo di Gaza, un’esperienza bellissima, ragazzi giovanissimi che si esercitano a fare giocoleria, che studiano e che si impegnano, e anche là…. rivediamo nei loro occhi la Palestina libera fra 30 o 40 anni, vediamo che là dentro c’è la fucina di pace che stavamo cercando, allora ci mettiamo tutti a sedere in cerchio, chiediamo loro di presentarsi a turno, di dirci età e nome, scopriamo che son davvero giovanissimi,alcuni anche minorenni e hanno la profondità dei nostri quarantenni. Parliamo con loro e li incoraggiamo a vedere la vita in avanti, percepire che davvero la scuola di circo può essere scuola di pace e partenza per una Palestina migliore, loro lo capiscono, ci guardano con quegli occhi grandi e io aggiungo: abbiamo preso un aereo e affrontato un lungo viaggio solo per venire da voi a dirvi bravi, a dirvi che vi stimiamo e cerchiamo di far loro sentire che è davvero così,perché loro e le loro vite non sono solo importanti ma sono fondamentali per il messaggio di pace che portiamo, sono la materializzazione di ciò in cui crediamo da sempre, ossia che alcuni giovani amici che si radunano, parlano e giocolano nonostante le bombe e la guerra sono la resistenza partigiana che noi immaginiamo.

….la dignità e la forza che questi ragazzi hanno supera i muri…potranno costruire muri altissimi ma loro sanno volare ..”   (Missione dei Clown di M’illumino d’Immenso di Firenze – dott. Nuvola)

Cogliamo l’occasione per ringraziare le realtà che stanno supportando il Gaza Circus Team:

la Palestinian Circus School; la scuola di circo CARAMPA di Madrid; l’associazione di ClowCare M’illumino d’Immenso; l’Associazione In Viaggio di Menaggio; il Coordinamento Comasco per la Pace; SALAAM Ragazzi dell’ULIVO di Milano; World Vision; La CULTURAL FARM di Favara; il Teatro ATLANTE di Palermo; l’Associazione Tanto di Cappello di Palermo e gli artisti di strada siciliani; i Ragazzi di PARADA PAR TUCC di Como; l’associazione spagnola CREART; il Centro Italiano di Scambio Culturale VIK di Gaza; l’associazione francese “Un murales contro il muro”; l’associazione belga “La montagna” e infine l’azienda di attrezzature di giocoleria PLAY che oltre ad avere donato la maggior parte degli attrezzi ha anche ospitato un evento per parlare dell’esperienza del Circo di Gaza alla 10ima Convention Internazionale di Giocoleria della Brianza che si è svolta ad Aprile 2016.

Sarebbe poi impossibile riuscire a ringraziare tutti i gruppi informali e gli amici sparsi per il mondo…ma per quanto possibile…Grazie!

La scuola di circo a Gaza

*Valentina Venditti, socia e lavoratrice CISS ha lavorato per anni in Palestina

Il 21 febbraio 2016 le autorità israeliane hanno confiscato un caravan che era stato donato alla scuola della comunità di Abu Nuwar attraverso un progetto finanziato dal governo francese. Da un colloquio con la direttrice della scuola e il mukhtar[1] della comunità, realizzato da operatori del CISS e di Bisan,[2] è emerso che la confisca è avvenuta senza preavviso. Verso mezzanotte almeno cento persone tra membri della polizia israeliana, dell’esercito e membri dell’amministrazione responsabile del lavoro sul campo si sono presentate davanti alla scuola con 3 camion, 30 macchine e una ruspa, hanno chiuso tutta la zona impedendo alla gente di avvicinarsi alla scuola. Nell’arco di circa due ore hanno smontato il caravan senza rompere nessun pezzo e hanno sequestrato anche 30 sedie e 15 banchi. Il mukhtar sostiene che nell’arco di un mese i pezzi del caravan verranno venduti all’asta. Il caravan era composto da 6 aule e 3 stanze mediche ed era stato montato tra il 19 e il 20 febbraio 2016, solo un giorno prima della rimozione. Né la comunità né la scuola avevano ricevuto notifica di demolizione ma dopo la rimozione stessa le autorità israeliane hanno lasciato un foglio che ne comunicava la rimozione.

Da un colloquio tra la psicologa di Bisan e gli studenti della scuola è emerso che i bambini non hanno assistito alla rimozione del caravan ma il giorno dopo hanno visto che non c’era più e hanno sentito gli adulti parlare dell’accaduto. Come forma di protesta, il giorno dopo, le lezioni sono state svolte all’aperto anche sotto la pioggia. I bambini non parlano molto dell’accaduto, forse anche perché non erano presenti durante la rimozione del caravan, ma manifestano di essere tristi e di avere paura dell’esercito israeliano. Alcuni studenti rifiutano l’idea di costruire un nuovo caravan perché temono che questo comporterebbe il ritorno dell’esercito; altri ritengono che ogni volta che qualcosa viene demolito debba essere ricostruito. I bambini sembrano provare diverse emozioni ma non essere in grado di esprimerle.

In seguito alla rimozione, il 24 febbraio il Ministero dell’Educazione di Ramallah ha montato 2 tende per la scuola ma il 27 febbraio anche queste sono state rimosse. Tutta la zona è stata chiusa il 28 febbraio mettendo per strada delle pietre grandi che ne impedivano il passaggio. Le strade sono state riaperte il giorno dopo.

La direttrice ha riferito che tutta la scuola è a rischio demolizione e questa potrebbe avvenire in qualsiasi momento.

In data 3 marzo 2016 il caso viene presentato alla corte con il supporto del consolato francese. Il caso potrebbe anche essere prensentato alla corte di giustizia internazionale. Il Colonization and Wall Resistence Commission[3] si sta facendo carico delle spese dell’avvocato e NRC[4] sta dando il suo supporto legale.

Presso la scuola di Abu Nuwar, il CISS – Cooperazione Internazionale Sud Sud, in collaborazione con Bisan Center for Research and Development, nell’ambito del progetto EDU-PA-RE. Potenziamento e messa in rete dei servizi educativi e di supporto psicosociale rivolti a minori e donne nelle aree marginali della Cisgiordania, Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est, sta realizzando attività di formazione e che mirano a sviluppare le competenze di insegnanti e famiglie e laboratori ricreativi per i bambini che frequentano la scuola.

La comunità di Abu Nuwar si trova vicino alla colonia Ma’ale Adumim[5] e non è nuova a confische e demolizioni e continua ad essere sotto minaccia a causa del cosiddetto piano israeliano E1, il piano che intende collegare questa colonia ad altre della West Bank.

La comunità è composta da più di 113 famiglie per un totale di circa 600 abitanti. Presso la comunità beduina di Abu Nuwar, già il 6 gennaio 2016 erano state demolite cinque strutture residenziali, lasciando circa 25 persone senza casa, di cui 17 bambini. In seguito a questa demolizione, agenzie di aiuti umanitari hanno donato alla comunità altre 10 strutture, anche queste demolite nell’arco di pochi giorni.[6] Il mukhtar della comunità riferisce che dal 2005, 250 tra case e strutture per animali hanno ricevuto notifica di demolizione, sebbene fino ad ora non fossero mai state eseguite.

L’intenzione sembra essere quella di dislocare tutta la comunità beduina di Abu Nuwar presso una “residenza permanente”.[7]

Il 19 gennaio 2016, in seguito alla visita di rappresentanti di diversi paesi dell’UE più quelli di Stati Uniti e Svizzera presso la comunità di Abu Nuwar, il Coordinatore delle attività umanitarie e di sviluppo delle UN nei Territori palestinesi, Robert Piper, e il direttore di UNRWA[8] Operations West Bank, Felipe Sanchez, hanno lanciato un appello richiamando ad una fine immediata dei piani israeliani di trasferimento delle comunità beduine che vivono nel territorio palestinese e nell’area di Gerusalemme.

Dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1994 tra Israele e OLP, la West Bank è stata divisa in tre principali aree (A, B e C). Le aree A e B costituiscono approssimativamente il 36% di tutta la WB. L’Area C è sotto controllo di sicurezza e amministrativo israeliano. Quest’area forma circa il 64% della WB ed è abitata da circa 150.000 persone (vale a dire il 5.8% della popolazione della WB).

In Area C è necessario chiedere alle autorità israeliane i permessi per costruire qualsiasi edificio ma nella quasi totalità dei casi vengono negati, di conseguenza la gente si trova costretta a costruire abitazioni e scuole senza il permesso, con la consapevolezza del rischio di confische e demolizioni.

Secondo i dati riportati da OCHA[9], dall’inizio del 2016 almeno 283 case e altre strutture sono state demolite dalle forze israeliane in West Bank, specialmente in Area C, a danno di comunità beduine, provocando lo sfollamento di più di 400 palestinesi, molti dei quali sono bambini.[10] Il numero di strutture demolite e di persone dislocate dall’inizio del 2016 è uguale a più della metà di demolizioni e dislocazioni effettuate durante tutto l’arco del 2015.[11] La maggior parte di queste strutture erano state donate da aiuti umanitari o paesi europei.[12]

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La scuola Abu Nuwar (cortile, un’aula a destra e la presidenza a sinistra).

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La colonia Ma’ale Adumim vista dalla scuola Abu Nuwar.

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A sinistra parte della vecchia struttura scolastica e a destra la zona in cui era stato posizionato il caravan rimosso il 21 febbraio 2016.

 

[1]  Mukhtar è il termine che si usa per denominare il capo della comunità beduina.

[2] Bisan Center for Research and Development è un centro di studi e ricerche con sede a Ramallah, partner del CISS nell’ambito del progetto.

[3] Colonization and Wall Resistence Commission è un’associazione legata all’Autorità Nazionale Palestinese che fornisce supporto legale ai detenuti, appoggio alla resistenza popolare e svolge attività di advocacy contro il muro di separazione.

[4] NRC – Norvegian Refugee Council è una ONG norvegese che promuove e protegge i diritti delle persone vittime di trasferimenti forzati, sia rifugiati che sfollati interni.

[5] Una colonia è un insediamento di coloni israeliani nel territorio palestinese ed è considerata illegale seondo il diritto internazionale.

[6]http://english.pnn.ps/2016/01/09/israeli-demolitions-make-25-homeless-in-bedouin-community-of-abu-nuwar/ http://www.btselem.org/planning_and_building/20160216_new_demolition_wave

[7] http://www.btselem.org/planning_and_building/20160216_new_demolition_wave

[8] UNRWA – United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees è un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi.

[9] OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) è un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di questioni umanitarie.

[10]OCHA Flash Update, Palestinian Bedouin community almost totally demolished, 16 February 2016http://www.ochaopt.org/documents/ocha%20flash%20update_fu_ein_rashash.pdf

[11] OCHA, Protection of Civilians, Weekly Report, Reporting period: 9 – 15 February 2016

http://www.ochaopt.org/poc9february-15february-2016.aspx

[12]OCHA Flash Update, Palestinian Bedouin community almost totally demolished, 16 February 2016http://www.ochaopt.org/documents/ocha%20flash%20update_fu_ein_rashash.pdf

Di Silvia Scimeca*

“Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dispiacere.
Ed egli rispose: La vostra gioia è il vostro dispiacere smascherato.
E lo stesso pozzo dal quale si leva il vostro riso, è stato sovente colmato dalle vostre lacrime.
E come potrebbe essere altrimenti?
Quanto più il dolore incide in profondità nel vostro essere, tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa coppa che è stata scottata nel forno del vasaio?
E il liuto che calma il vostro spirito non è forse il legno stesso scavato dai coltelli?
Quando siete felici guardate nelle profondità del vostro cuore e scoprirete che ciò che ora vi sta dando gioia è soltanto ciò che prima vi ha dato dispiacere.
Quando siete addolorati guardate nuovamente nel vostro cuore e vedrete che in verità voi state piangendo per ciò che prima era la vostra delizia.
Alcuni di voi dicono: “La gioia è superiore al dolore,”
E altri dicono: “No, il dolore è superiore.”
Ma io vi dico che essi sono inseparabili.
Giungono insieme e quando uno siede con voi alla vostra mensa, ricordatevi che l’altro giace addormentato sul vostro letto.
In verità siete sospesi tra dolore e gioia come bilance.
Solo quando siete vuoti siete immobili ed equilibrati.
Quando il tesoriere vi solleva per pesare l’oro e l’argento, la vostra gioia o il vostro dolore devono necessariamente alzarsi o cadere.”
Tratto da Jubran Khalil Jubran, Il Profeta, Feltrinelli, 2015, pp. 29-30.

Iniziamo così a raccontare della missione dei clown dell’associazione M’Illumino d’immenso in Palestina perché proprio queste parole e il significato profondo che racchiudono sono state al centro di questa settimana trascorsa insieme.

Nell’ambito del progetto Rafforzamento dei meccanismi di resilienza e di supporto psicosociale integrato dei minori nella Striscia di Gaza in risposta ai traumi generati dal protrarsi della crisi Caramella, Nuvola e Pan sono arrivati per la prima volta in Palestina la sera del 26 aprile con le valigie piene di nasi, palloncini, cappelli… e di tanta energia e voglia di fare e di condividere!

La mattina dopo hanno attraversato il valico di Erez per entrare a Gaza e, dopo aver incontrato Allush, Bunduq e Marush, hanno iniziato a lavorare insieme. Da questo primo incontro è già emerso come fare il clown negli ospedali sia un compito difficile ma di importanza fondamentale. Non basta mettersi un naso rosso e un camice colorato… Nuvola ha sottolineato che un clown in corsia deve prendersi cura della persona e deve riuscire a “far vedere la bellezza della vita. Chi ha avuto più difficoltà nella vita è più bravo in questo. Chi è vivo nonostante le difficoltà, chi si diverte nonostante le difficoltà…”. Sin dal primo incontro, nonostante i limiti della comunicazione in lingue diverse, tra tutti si è instaurata una sintonia consolidatasi col passare dei giorni e che è si è resa evidente durante le attività in ospedale. Nei giorni successivi i clown italiani e quelli palestinesi hanno avuto diversi momenti di incontro e confronto sulle metodologie adatte a operare come clown in ospedale, focalizzandosi sul rapporto umano con il malato e sul prendersi cura degli altri con particolare riferimento al contesto di Gaza. I clown di M’Illumino d’immenso hanno anche condotto un workshop sulla “costruzione del camice” durante il quale hanno spiegato ai clown gazawi il significato di ogni decorazione del loro camice e che dietro la sua preparazione a volte ci vogliono anche anni perché ogni sua parte è il frutto del lavoro e degli incontri che si fanno e soprattutto il camice rispecchia il clown che lo indossa. Nella stessa occasione Allush, Bunduq e Marrush hanno iniziato a preparare i loro camici.

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Abbiamo festeggiato la festa dei lavoratori di nuovo nell’ospedale pediatrico al-Rantisi di Gaza city, coinvolgendo questa volta anche i clown del REC – Remedial Education Center, un’organizzazione di Gaza partner del CISS. L’ospedale silenzioso, per via della giornata di festa, si è animato di stanza in stanza al passaggio di ben 9 clown, pur nel rispetto dei bambini ricoverati nei vari reparti e delle loro famiglie. Nel pomeriggio dello stesso giorno, Nuvola ha condotto il workshop sull’“amore”, focalizzato principalmente sul voler bene a se stessi e di conseguenza sulla capacità di aprirsi agli altri. I partecipanti si sono resi conto di come spesso sia difficile voler bene a se stessi, passo fondamentale per aprirsi agli altri e di conseguenza essere di aiuto a chi ha bisogno. L’impatto emotivo è stato molto forte e il workshop ha aperto tanti spunti di riflessione personali e di gruppo.

I clown italiani hanno approfittato della loro presenza a Gaza per fare una visita presso la ludoteca al-Zaytoun, una delle ludoteche della Striscia in cui lavorano gli animatori e gli psicologi del CISS. Accolti da un bel gruppo di bambini, i clown hanno trascorso alcune ore a giocare con loro e hanno invitato i bambini a realizzare dei disegni sulla base del tema “il mio sogno”. Caramella, Nuvola e Pan si sono poi emozionati nel vedere che i sogni dei bambini di Gaza hanno a che fare con il desiderio di aiutare gli altri nella drammatica situazione in cui vivono e non di possedere qualcosa. Nella maggior parte dei casi i bambini hanno espresso il sogno di diventare insegnante. Nella stessa occasione Pan si è dedicato a chiedere ad alcune donne presenti nella ludoteca quali fossero i loro sogni. Le risposte di tutte loro sono state legate al futuro dei loro figli: le donne di Gaza sognano di vedere i loro figli laureati, in salute e con una casa.

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Abbiamo concluso la settimana a Gaza confrontandoci tutti insieme su come è andata e su cosa ognuno di noi si porterà dentro. Proprio in quell’occasione Nuvola ha condiviso il pezzo di Jubran citato in apertura il cui significato ci aveva in realtà accompagnati sin dal primo giorno.

La missione di Caramella, Nuvola e Pan è stata molto utile dal punto di vista professionale ma è stata anche una carica di energia per i clown gazawi e per lo staff del CISS in Palestina che in diverse occasioni sono stati contagiati dallo spirito dei clown. Allo stesso tempo, i clown italiani se hanno svuotato a Gaza le loro valigie dai palloncini, dai nasi, dalle bolle di sapone e dai gadget della loro associazione, le hanno riportate in Italia piene dell’accoglienza, della resilienza e della capacità di gioire delle piccole cose dei gazawi e desiderosi di condividere tutto questo nelle loro città.

Salutarsi dopo una settimana così intesa di emozioni e divertimento non è stato facile ma è un saluto / promessa di continuare a lavorare insieme anche a distanza, con la speranza di rivedersi tutti presto a Gaza e in Italia! Una prima occasione potrebbe essere il “Clown and clown festival” che si terrà a fine settembre a Monte San Giusto (MC).

Clownterapia_missione clown 7I clown di M’illumino d’immenso hanno poi trascorso gli ultimi giorni della loro permanenza incontrando i rappresentanti di Red Noses Palestine a Beit Jala dove si sono brevemente confrontati sulle rispettive esperienze. Hanno infine visitato alcune città della Palestina e il campo profughi di Aida, cercando di acquisire maggiore consapevolezza della situazione del paese ma anche della grande forza e resistenza che caratterizza bambini, giovani, adulti e anziani palestinesi…

*Silvia Scimeca, educatrice, è cooperante CISS in Palestina

Di  Margherita Maniscalco*

 

La presenza delle vittime di tratta in Sicilia è stata analizzata dalla nostra associazione – CISS/Cooperazione Internazionale Sud Sud – nell’ambito del progetto “ROOT – “Un progetto di ricerca e azione per lo sradicamento della tratta legata allo sfruttamento sessuale: il caso studio di Palermo” realizzato a Palermo ed in altre aree del territorio siciliano tra il 2013 ed il 2015. Durante il percorso di ricerca più volte ci siamo confrontati con la difficoltà di esperti ed operatori di distinguere il traffico dalla tratta e – nel caso della Tratta Nigeriana – abbiamo verificato come negli ultimi anni siamo di fronte ad una sovrapposizione dei due fenomeni.

 

E’ utile dare uno sguardo ad alcuni dati riferiti ai flussi migratori provenienti dalla sponda sud del Mediterraneo che transitano attraverso le coste siciliane.

 

Non si tratta più soltanto di Lampedusa. Dai dati raccolti dalla Croce Rossa Italiana, nel 2015 gli sbarchi hanno interessato 8 porti siciliani (Augusta, Catania, Lampedusa, Messina, Palermo, Porto Empedocle, Pozzallo, Trapani) per un totale di 286 sbarchi e 92.957 migranti accolti. Il maggior numero di sbarchi si è registrato nelle cose meridionali della Sicilia (Augusta, Pozzallo e Lampedusa, in ordine di arrivi); nel porto di Palermo sono arrivati 20 sbarchi. Le nazionalità dichiarate al momento dello sbarco sono molteplici (Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Ghana, India, Kenia, Libia, Mali, Marocco, Mauritania, Nigeria, Pakistan, Palestina, Senegal, Siria, Somalia, Sudan, Tunisia, Yemen). Nel 2015, in 131 sbarchi su 286 si registra la presenza di uomini, donne o minori dichiaratisi di nazionalità nigeriana. Dai dati (resi disponibili dalla Croce Rossa) riferiti al periodo 1 gennaio / 28 febbraio 2016, emerge un totale di 32 sbarchi in Sicilia, un numero di arrivi pari a 8.289 con 849 donne (10% circa), di queste 54 incinta (più del 5%). In almeno 18 sbarchi su 32 vi sono stati migranti dichiaratisi di nazionalità nigeriana.

Rispetto ai Minori Stranieri Non Accompagnati, al  31 marzo 2016 si registra la presenza di 4.150 presenze di Minori Stranieri Non Accompagnati nella regione Sicilia (pari al 36,3% delle presenze registrate in Italia, dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Nella città di Palermo si conta allo stato attuale (15 maggio 2016) la presenza di 480 MSNA presi in carico dal Comune di Palermo (Assessorato Cittadinanza Sociale); quasi tutti hanno tra 15 e 16 anni. Le ragazze eritree, somale e nigeriane sono sempre di più e molte hanno subito violenze sessuali in Libia. La procura di Palermo li ha affidati all’assessore in qualità di Tutore Legale. Come riportato dall’Assessore alla Cittadinanza Sociale Agnese Ciulla, tra loro c’è “Sabina”, figlia di Blessing nata l’11 maggio da una ragazza nigerina di 16 anni sbarcata a Palermo in gravidanza. A Palermo si sta lavorando per creare un elenco dei tutori volontari.

Rispetto alla presenza delle giovani donne e minori di origine nigeriana, il Team anti-tratta dell’OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni) tra aprile 2014 ed ottobre 2015, ha registrato un incremento esponenziale di presenze negli sbarchi in Italia e soprattutto in Sicilia. Se nel complesso erano 433 le nigeriane sbarcate nel 2013, nel 2015 sono state 4.357; un numero 10 volte più grande. Negli sbarchi in Sicilia l’OIM ha dato informativa a circa 3.000 potenziali vittime di tratta. Ne ha identificate circa 2.000 (ovvero presenza di uno degli indicatori di tratta), ne ha segnalate alla rete antitratta 52 e 15 ad altre forme di assistenza.

Gli arrivi dalla Nigeria sono cresciuti complessivamente e non soltanto per le donne. Secondo il team dell’OIM, la maggior parte delle donne sono destinate allo sfruttamento sessuale in Sicilia (nella città di Palermo, nella strada che collega Catania e Messina, nel Trapanese) in altre città italiane (Parma, Torino, Roma, Napoli, Bari) o in altri paesi europei (tra questi la Francia). Nel periodo di osservazione si è notato un incremento significativo della presenza delle minorenni (sono state notate in strada in Sicilia ragazze che si ipotizza potessero avere tra i 13 ed i 14 anni) ed una recrudescenza delle violenze subite; per molte di loro lo sfruttamento inizia in Libia nelle Connetion House. Le ragazze arrivano da sole o con presunti mariti, fidanzati, presunte sorelle o con le “Madame”. Tali dati confermano l’ipotesi che i network nigeriani che operano nella tratta hanno cambiato strategia: incontrando negli aeroporti di alcuni paesi maggiori controlli, ora scelgono la via del mare; e mentre in Italia prima una parte delle donne nigeriane sfruttate proveniva dalla Spagna – in transito dal Marocco – oggi arrivano direttamente in Sicilia e da li risalgono verso il centro e nord Italia o verso altri paesi europei. Dunque rafforzare la capacità delle reti territoriali di accoglienza di riconoscere le vittime della tratta nelle prime fasi del percorso è una sfida cruciale.

L’operazione “Mummy” condotta il 18 Marzo 2016 dalla Questura di Catania ha dimostrato la capacità del network nigeriano di intercettare le vittime anche se inserite nei percorsi di accoglienza; 6 persone sono state arrestate accusate di avere commesso il reato di tratta per dei fatti avvenuti  a partire da agosto 2015, quando circa 8 giovani donne nigeriane, e tra queste una minorenne, sono state fatte arrivare in un gommone dalla Libia per raggiungere la Sicilia, dopo essersi fermati in Libia per settimane, controllate da forze armate. All’arrivo in Italia la minore è stata collocata in una comunità in nord Italia, lì è stata intercettata da connazionali che l’hanno riportata in Sicilia e dopo una settimana l’hanno costretta a prostituirsi in strada nella statale che collega Gela a Catania. La ragazza era stata istruita per negare la minore età.

A Palermo, per garantire una maggiore qualità del lavoro di diversi operatori al momento dello sbarco, dal 2014 opera l’Unità per la gestione delle competenze comunali relative alle emergenze migranti (UGEM) – una cabina di regia con il compito di coordinare, supportare e adottare tutte le direttive per l’unitaria gestione delle competenze comunali relative alle emergenze migranti. Agli sbarchi intervengono l’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP), la Questura, la Prefettura, le organizzazioni internazionali Croce Rossa Italiana, OIM, UNHCR i volontari della Caritas. Agli sbarchi sono presenti anche i delegati del Pool di magistrati della Procura di Palermo che si occupa dei reati relativi al traffico ed alla tratta di esseri umani. Il team è coordinato da un procuratore aggiunto (Maurizio Scalia) ed è costituito da 6 sostituti procuratori (Alessia Sinatra, Renza Cescon, Calogero Ferrara, Claudio Camilleri, Maurizio Agnello e Roberto Tartaglia). A Palermo esistono due unità di strada che tentano di offrire supporto alle ragazze nigeriane e di altre nazionalità che sono in strada (Europa dell’est, soprattutto Romania). Alcuni membri di queste unità hanno partecipato anche alle operazioni di sbarco a Palermo ed hanno notato la presenza di ragazze nigeriane (probabilmente minorenni) in strada dopo qualche settimana o addirittura giorno dall’arrivo. Quando arrivano hanno già un numero di telefono a cui chiamare.

Concetta Restuccia, responsabile dell’associazione Penelope, ha più volte denunciato la condizione delle vittime della tratta ospitate presso il CARA – Centro Accoglienza e Richiedenti Asilo di Mineo (Catania); lì sono accolte le donne che si prostituiscono nella strada che collega Gela a Catania o che facendo le pendolari arrivano a Messina. Molte lo fanno all’interno del Cara. La violazione della dignità umana è vasta se si pensa che il Centro è il luogo di attesa più grande di Europa, con una popolazione di circa 5mila persone. Mineo è una delle strutture coinvolte nell’inchiesta “Mafia Capitale“.

Quando si parla di Tratta e Migrazioni in Sicilia è difatti necessario aggiungere un’altre parola: Mafia e Mafie.

Nell’ambito della nostra ricerca abbiamo intervistato circa 100 operatori di diversi settori chiedendo loro se credevano ci fosse un legame tra mafia locale e mafie straniere nello sfruttamento della tratta. Gli operatori delle unità di strada conoscono le dinamiche del Pizzo – “Joint” il marciapiede – che le madame o le loro delegate pagano ai potenti del quartiere locali. Nella città di Palermo difficilmente un business redditizio può muoversi senza un accordo a monte (si può fare riferimento al concetto di “Signoria Territoriale” definito dal ricercatore esperto Umberto Santino, Direttore del Centro di Documentazione Impastato).

Un articolo di una testata giornalistica nazionale (Il Fatto Quotidiano) pubblicato ad ottobre 2015 riporta il titolo “A Palermo prima inchiesta su Cosa Nera – Mafia Nigeriana  – il patto con Cosa Nostra”. Dove prima governavano i Boss mafiosi Riina e Provenzano nel centro storico di Palermo – il quartiere Ballarò – oggi predomina l’organizzazione nigeriana Black Axe. I magistrati di Palermo hanno contestato l’aggravante mafioso ai boss nigeriani, accusati di un tentato omicidio legato a conflitti interni a diverse fazioni e l’immagazzinamento di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, probabilmente per conto della mafia locale.

Ad aprile, proprio nel quartiere di Ballarò, è stato effettuato un arresto a seguito della scoperta di una casa chiusa dove si prostituivano sei ragazze nigeriane, gestita da un connazionale già accusato di avere assunto il ruolo di scafista nel 2012.

 

Il sostituto procuratore Claudio Camilleri del Pool anti tratta/traffico di Palermo durante un suo intervento in un seminario piega bene la differenza tra la mafia locale e le mafie straniere che operano nella tratta così come nel traffico di migranti illegali. Mentre l’intimidazione mafiosa è il tratto saliente delle organizzazioni criminali italiane, le reti che operano in questo traffico non ricorrono all’intimidazione; certamente in diverse fasi la minaccia diventa strumento di assoggettamento o costrizione (come avviene tra le famiglie di Benin City o di Asmara) ma nel complesso le vittime di queste organizzazioni considerano i trafficanti comunque come una risorsa in grado di dare aiuto per fuggire da una situazione di disperazione: l’organizzazione criminale diventa un’ancora di salvezza per scappare dai paesi di provenienza; purtroppo però così facendo piuttosto che la salvezza incontrano la peggiore forma di sfruttamento. La crudeltà di questi trafficanti può essere più o meno dibattuta ma per certi versi emerge chiaramente come dato processuale: i migranti rinchiusi in un container che viene aperto soltanto quando ricevono le tranche di pagamento, le percosse, gli stupri che vengono operati quando i parenti non pagano in tempo, o l’assassinio nel caso in cui il pagamento non arriva. Dunque un elemento essenziale per il funzionamento di tali gruppi è lo sfruttamento della disperazione.

 

Nel corso della nostra ricerca a Palermo abbiamo raccolto la storia di 14 donne Nigeriane che da tempo sono uscite dalla strada o che ancora sono in strada. Sono giunte a Palermo dal Nord Italia, anni addietro, o via mare. Sono state ingannate da sorelle, madri o dai propri mariti. Avevano debiti ingenti, 40, 50, 60mila euro. Hanno cresciuto figli soli, hanno visto le proprie amiche uccise in strada. Alcune sono ancora oggi in strada. Tra il 2012 ed il 2015 molte volte siamo scesi in piazza con le donne nigeriane per manifestare contro lo sfruttamento e contro la violenza, anche operata dai clienti.

 

L’amministrazione comunale di Palermo è forse la prima città che ha riconosciuto la Cittadinanza Onoraria ad una ex vittima di tratta (Isoke Aikipitanyi, cerimonia 18 ottobre 2014). Palermo è la città complice della morte di 3 donne nigeriane

Nike Favour aveva 20 anni, uccisa e trovata carbonizzata in una campagna vicino Palermo nel dicembre del 2011,di Benin City, era arrivata a Palermo pensando di dovere lavorare come baby sitter. Loveth Edward, aveva 22 anni. Il suo corpo venne trovato il 6 febbraio 2012nel centro di Palermo, accanto ai cassonetti della spazzatura. Bose Uwadia, è stata trovata morta il 24 dicembre di due anni fa a Custonaci, nel trapanese, dove faceva la pendolare da Palermo. Era uscita dalla tratta ma poi era tornata in strada.

 

A Palermo nel 2012 la nostra associazione ha contribuito insieme a molte altre a creare il Coordinamento anti tratta per sensibilizzare i media, le istituzioni, gli studenti ed insegnanti, la cittadinanza.

Durante le nostre attività di sensibilizzazione e formazione ricordiamo sempre le vittime della tratta, giunte in Sicilia via terra o attraversando il Mare come tanti altri migranti che mettono a rischio la propria vita, come i ragazzini poco più che bambini giunti sbarcati a Palermo il 13 maggio, tutti provenienti dall’Egitto. Molto di loro sono poi sfruttati nei mercati alle periferie di Roma o alla stazione termini, per attività di spaccio e sfruttamento sessuale. Come le ragazze eritree, anch’esse nel giro della prostituzione. Come i ragazzi somali, segregati nelle campagne del catanese da connazionali che ricattavano le loro famiglie per liberarli con la promessa di portarli in nord Europa. Come tanti giovani uomini provenienti dall’Africa Sub-Sahariana o dal Nord africa che cercano la speranza di una nuova vita e trovano soltanto un vasto e sistematico sfruttamento nelle campagne di Castelvetrano (come braccianti impiegati nella raccolta stagionale delle olive) o nel catanese (sfruttati per la raccolta di agrumi).

 

Tratta e Traffico in Sicilia sono due fenomeni sempre più spesso interconnessi e sovrapposti. Non si tratta soltanto di una sovrapposizione di rotte e mezzi; molto spesso coincide il fine – la mercificazione – o meramente il risultato – la violazione delle libertà fondamentali e della libertà umana.

 

Foto dell’evento

*Referente CISS sulla Tratta di esseri umani

di Pasqua De Candia*

 

È difficile scrivere oggi su quanto sta accadendo, su quanto vediamo e abbiamo intorno, su quanto noi stessi facciamo rispetto alle questioni legate ai flussi migratori. Mi hanno chiesto di scrivere di tratta e migrazioni… appunto.

Mentre qualche tempo fa sarei partita da riflessioni sulle differenze tra tratta (trafficking in human beings) e traffico (smuggling of migrants), oggi seppure quelle differenze siano ancora esistenti e forti, sento un’esigenza diversa, magari sbagliata, ma  che si basa su una semplice constatazione: guardo quello che succede intorno e ho molte più domande che risposte, ho molte più domande che categorie ferme e fisse.

Tutto oggi è molto più complesso e non solo per questioni legate a elementi quantitativi e, quindi, al numero di persone in arrivo in Europa, ma alla natura complessa, ‘mista’ di questi flussi. Così, mi sembra, le categorie diventano fluide e i loro confini sempre più labili… al contrario di altri confini, quelli della Fortezza che, invece, sono sempre più numerosi, alti e rinforzati. Anche la Fortezza è un sistema in crisi.

Ma torniamo alla fluidità delle migrazioni.

I percorsi migratori e le condizioni del migrare sono oggi diventate così multiformi e complesse che sempre più spesso ci si chiede, in maniera critica, se per interpretarle abbia senso continuare a etichettare le persone che migrano – uomini, donne, minori – con le categorie tradizionali come migrante economico, vittima di tratta, profugo, richiedente asilo, “clandestino” ecc .

Certo le categorie ci aiutano, servono a non fare confusione anche quando le differenze sono minime, servono per esempio a individuare le vittime di sfruttamento e schiavizzazione distinguendole da chi si rivolge ai trafficanti per l’attraversamento illecito dei confini nazionali.

Ma, nella complessità odierna, le categorie ci aiutano a bloccare il passaggio da una condizione (quella di  migrante che si affida ai trafficanti per entrare in un paese) all’altra (vittima di sfruttamento e schiavitù, cosa che tra l’altro può avvenire in pochissimo tempo)? Quelle categorie, che corrispondono a concetti e norme e a sistemi e strutture di diritto, servono per interpretare i percorsi migratori? Servono per elaborare conoscenza e consapevolezza delle cause delle migrazioni? Servono per garantire davvero i diritti e le tutele conseguenti? Servono a sapere chi sono le persone che oggi attraversano i confini dell’Unione Europea?

Il numero totale degli arrivi attraverso il Mediterraneo (in Italia e Grecia) nel 2015 ha raddoppiato quello del 2014, come raddoppiate sono, parallelamente, le richieste d’asilo in Italia. Gli approdi sono diversificati per area di provenienza: per cui, in Italia, abbiamo persone provenienti da Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan, Siria, Gambia; in Grecia persone provenienti da Siria, Afghanistan, Pakistan e Iraq. Di primo acchito, sembrerebbe per le nazionalità elencate, che i migranti in arrivo in Italia (a parte i siriani in fuga dalla guerra e gli eritrei minacciati dalla coscrizione obbligatoria a vita) originari dell’Africa sub-sahariana occidentale, non provengano da contesti “a rischio” – nonostante la norma, comunque, dice che le richieste d’asilo vanno valutate caso per caso, indipendentemente dalla nazionalità del richiedente – ma sarebbero, invece, mossi dalla volontà di migliorare le condizioni di vita proprie e della propria famiglia. Questo significa che gli Stati dell’Africa sub-sahariana sono da considerare Paesi stabili e sicuri? Che provenendo da quel paese un migrante non possa essere in alcun modo “migrante forzato” e che la sua è una migrazione basata sulla libera scelta?

Purtroppo, guerre civili, persecuzioni e violenze generalizzate (solo per fare un esempio, quelle di Boko  haram in Nigeria) esistono anche nei Paesi dell’Africa occidentale. Forse la distinzione tra migrazione forzata e migrazione volontaria non è così netta ed esistono zone grigie.

Per il nostro sistema normativo e per le nostre categorie di lettura e incasellamento le persone migrano per un’unica ragione, sia essa il lavoro, lo studio, il ricongiungimento familiare o la protezione internazionale, è così? Come considero la scelta di una persona che migra perché ha affrontato una situazione di estrema povertà e crisi, volontaria o obbligata? È un migrante economico da rimpatriare?

C’è un equilibrio oggi tra i doveri di protezione e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone – che migrano – con le esigenze di controllo dei nostri confini? C’è un equilibrio tra quello che il sistema normativo prevede con specifici diritti e limiti ad essi e quello che nella realtà succede?

  1. fugge dal suo villaggio per evitare di essere perseguitata, come è capitato ai suoi genitori, da Boko haram e finisce ad essere costretta alla prostituzione in Italia, tra violenze, minacce, arresti e una totale assenza di informazioni circa i suoi diritti. A. etiope, ha dovuto lasciare il proprio paese in seguito a minacce di morte per il suo lavoro di giornalista. Arrivato in Italia cade nel sistema dello sfruttamento e del caporalato, lavorando nei campi in condizioni disumane per pochi spiccioli al giorno, sopportando ogni tipo di abuso.

Abbiamo prodotto una serie di antinomie, volontario contro forzato, migrazione contro asilo, controllo contro protezione e una varietà di categorie di migranti che si escludono a vicenda che ci orientano per semplificare a distinguere in maniera netta tra rifugiati da accogliere e migranti irregolari da rimpatriare. Peccato che tutto ci dice che non è cosi semplice, lo abbiamo visto sia per le motivazioni alla partenza sia per chi ottenuto il riconoscimento di un suo diritto non viene affatto tutelato e, per esempio, si ritrova pur se riconosciuto rifugiato nelle mani di sfruttatori che lo costringono ad attività che hanno il solo scopo di ricavare denaro attraverso cui riscattare la propria libertà.

Vulnerabilità e diritti. Potere e frontiere. Mancanza di accesso a possibilità e risorse e speranza di accedervi altrove.

E se mi chiedessi perché tutto questo può accadere? Anche questa è questione complessa.

Come fa notare A. Dal Lago, se i confini rappresentano l’apparenza che le relazioni tra stati assumono sulla scena globale, “(…) le frontiere economiche, sociali e mediali contano oggi ben più delle linee tracciate, spesso, arbitrariamente, sulle carte geo-politiche […] e i fronti, sia nel caso di conflitti aperti, sia e soprattutto nel caso di quelli nascosti e segreti, non conoscono frontiere e confini“.

La globalizzazione ha realizzato un’omogeneizzazione materiale e simbolica senza badare troppo agli effetti che ne sarebbero risultati: il traffico e lo sfruttamento di esseri umani rappresentano uno di questi effetti perversi. I cartelloni pubblicitari, i volti di benessere, i programmi televisivi, il rappresentarsi come un’isola felice, sono i fattori propulsivi e attrattivi che conducono alla scelta di migrare e la “rete globale” finisce paradossalmente, per permettere allo sfruttamento di esseri umani e al traffico di realizzarsi con le sue connessioni e interdipendenze.

Mobilità e integrazione di pochi contro paralisi ed esclusione, immensi benefici per ristrette élites, peggioramento radicale del processo di impoverimento di molti individui. Aumento della disponibilità di potenziali schiavi accompagnato da un aumento notevole della quantità di profitto che si può ricavare. Distinzione tra “vittime innocenti” e “vittime colpevoli”, tra la dignità e i diritti riconosciuti ad ogni essere umano dalle Convenzioni Internazionali e dalle Costituzioni di molti paesi (come il diritto alla libertà personale, all’integrità fisica, alla libertà di movimento e a non subire trattamenti umani degradanti) ai processi di clandestinizzazione e agli aspetti repressivi.

Non è una questione di controllo, confini, categorie, come si vede. È una questione di interdipendenza, è una questione di diritti. Non è una questione di numeri e provenienze geografiche è una questione di storie, di volti di persone in carne ed ossa. È una questione di categorie per chi riesce a vedere e inserire gli esseri umani nelle serie A o B…

Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo:

Articolo 13

  1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
  2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

 

*Pasqua De Candia è referente Territorio delle attività del CISS.

pubblicato sulla rivista mensile “Una missione a partire dalla Città”, Laici Comboniani di Palermo, marzo 2016 (https://issuu.com/laicicombonianipalermo/docs/marzo_2016)

 

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