di Marco Mondino

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Un aereo decolla dal Queen Alia airport di Amman e sorvola il campo di Talbieh, tre bambini giocano e sembrano non accorgersi dell’aereo che rumorosamente vola sopra le loro teste, ridono, urlano, entrano ed escono da una vecchia mercedes bianca parcheggiata. Degli operai lavorano alla costruzione di un edificio. Una donna è seduta davanti la porta di casa e sbuccia delle patate, la figlia è seduta accanto a lei e gioca con una bambola. Due ragazzi seduti su un marciapiede sorseggiano una coca cola e mi chiedono di scattare una foto. Nelle strette strade interne dove nessun mezzo può passare brulica la vita di Talbieh, le donne entrano ed escono dalle loro case, gruppi di quattro o cinque bambini giocano e si rincorrono, qualcuno osserva curioso. Talbieh è uno dei 13 campi profughi palestinesi che si trova in Giordania, molti palestinesi si stabilirono li a partire dal 1967 e oggi conta circa 6.000 persone registrate, secondo un censimento dell’Unrwa, ma gli abitanti effettivi sarebbero circa 9000 mila.

Il campo si trova a 35 kilometri a sud di Amman e si estende su una superficie di 130.000 metri quadrati. Recentemente il re giordano Abdullah dopo una visita al campo ha finanziato la costruzione di alcune case e l’ampliamento delle strutture scolastiche. Negli stretti vicoli si alternano case ben costruite,abitazioni fatiscenti con i tetti in lamiera e strutture in costruzione dove alcuni ragazzini giocano arrampicandosi. Tre ragazzi si accorgono della mia presenza, e dallo scheletro di un’ abitazione urlano e mi salutano dall’alto.

All’interno del campo la popolazione si organizza come può, una delle realtà più attiva è il Women Committee, un gruppo di donne che nonostante operino in una struttura dove gli spazi sono totalmente insufficienti si sono organizzate al meglio e gestiscono diverse attività. Una di loro insegna inglese, ha più di 100 studenti e si organizza dividendoli in gruppi da 10 o 15, insegna nel suo ufficio, una piccolissima stanza, che può ospitare al massimo 5 sedie. Un’altra piccola stanza è la sede del laboratorio d’informatica dove spesso va via la luce. Il piccolissimo centro dispone anche di una piccola palestra, attrezzata di cyclette e vecchi tapis roulant, qui con soli sei dinari al mese ( l’equivalente di circa sette euro ) si può praticare un po’ di sport.

Le donne ci raccontano con entusiasmo del lavoro e dopo una visita al centro raggiungiamo una stanza che è anche la sede di un salone di bellezza. Ci sediamo intorno a un tavolo, una delle donne del centro porta the alla menta per tutti, e continuiamo la nostra chiacchierata. Nel salone di bellezza c’è uno specchio grandissimo, dei caschi asciuga capelli, e sul muro sono attaccate diverse pubblicità con i tagli di capelli più alla moda. E’ uno strano incrocio tra immagini di donne medio orientali e le più affermate top model occidentali.

Un’altra delle principali occupazioni delle donne sono i bambini, il campo di Talbieh dispone di quattro scuole, una delle ragazze si alza e ci mostra orgogliosa un manifesto di un’iniziativa realizzata, si tratta di un laboratorio di storytellers, dove sono state messe in scena alcuni racconti.

Il lavoro che le donne svolgono nel centro ha inoltre permesso la segnalazione di alcuni casi di violenza all’Internantional Institute for Women Solidarity.

Continuo a camminare per le strade di Talbieh o Zizia, il campo è chiamato anche così dal nome del quartiere in cui si trova, i bambini continuano a divertirsi per le strade, oggi non c’è scuola e possono giocare in libertà, un bambino corre velocissimo su un triciclo, altre due giocano su un’altalena rotta, un altro si diverte a lanciare delle biglie.

Su un muro c’è un piccolo murales di Handala, il personaggio nato dalle mani di Naji Al Ali che con le sue vignette ha narrato le vicissitudini del popolo palestinese. Sta li Handala, sempre con le spalle girate verso di noi ma con gli occhi verso il suo popolo, in una delle strade principali di Talbieh.