di Serena Caputo – volontaria CISS

S1450046“Testa bassa, testa bassa. Ti ho detto testa bassa”, mi gridano contro, non appena superata la porta d’ingresso. “Devi tenere la testa bassa. Non possiamo certo rischiare per voi”, continuano due tizi col volto coperto e la voce metallica. “Siete carne da macello, siete bestie, siete meno di niente. Se affogate, sapete quanto ce ne importa, musi neri?”, ridono. “Tanto avete già pagato!”. E ci intimano di star giù, accovacciati come cani in gabbia. Qualcuno sputa parole in una lingua che non conosco. E’ buio, sono confusa e mi dicono di tenere la testa bassa.

Inizia tra urla e senso di smarrimento il mio viaggio all’interno della mostra interattiva “Rotte Migranti”, realizzata nell’ambito del progetto Comunità Urbane Solidali, allestita presso il Piccolo Teatro Patafisico di Palermo e parte integrante del programma “La Scuola Non Tratta’ del progetto Roote cui è stato possibile prendere parte fino al 17 ottobre. Perché è proprio così: una mostra che si vive, di cui non si è spettatori inermi ma parte integrante, una coinvolgente simulazione del percorso carico di sofferenza che migliaia di migranti “irregolari” vivono dal momento della loro partenza dal paese natale fino all’arrivo, al transito e all’eventuale espulsione dal territorio italiano. Generalmente chi non riesce a raggiungere in maniera legale i primi scogli d’Europa impegna i propri risparmi o, peggio, contrae ingenti debiti per un biglietto di sola andata verso una destinazione da definire e in prossimità della quale i mercanti di uomini abbandonano centinaia di disperati su vecchi barconi fatiscenti. Essi potrebbero a mala pena sopportare il peso di cinquanta individui, ciò malgrado innumerevoli persone vengono ammassate le une sulle altre e non ci si stupisce che sovente non arrivi a destinazione neppure la metà di loro. Per chi non ce la fa e viene inghiottito dalle acque torpide del Mediterraneo non c’è interesse, non c’è tempo, non c’è memoria. Così ci si nasconde dietro il numero asettico e approssimativo dei sopravvissuti, degli “appena sbarcati” che determina indifferenza e inevitabilmente genera distacco. E’ proprio questo atteggiamento che il CISS Ong vuole contrastare attraverso Rotte Migranti, invitando i ragazzi di diverse scuole del palermitano a partecipare all’esperienza della mostra.

S1450042Agli studenti viene proposto un efficace gioco di ruoli rappresentato da uno scambio di identità che permette loro di mettersi nei panni di chi è costretto a lasciare casa propria nella speranza di un futuro migliore che spesso si dimostra crudelissimo; difatti in molti casi coloro che tentano la fortuna nel mare tra le terre sono anche vittima di tratta. In questo modo Rotte Migranti costituisce il tentativo di andare oltre alle barriere mentali alimentate dalla rappresentazione artificiosa del fenomeno migratorio e, in una prospettiva critica che tende alla comprensione, invita i più giovani e non a riflettere e ad interrogarsi sulle cause e sulle dinamiche che si trovano alla base delle migrazioni.
Ma ritorniamo al mio viaggio.

Prima di entrare nello stanzone dove da lì a poco incontrerò i trafficanti, mi assegnano una nuova identità, quella di un uomo etiope dal S1450052nome Argaw. “Adesso puoi andare. In bocca al lupo per il tuo viaggio”, sussurrano. La porta si apre e vengo subito risucchiata dalla
situazione drammatica in cui si trova il mio alter ego. Siamo in molti. Una ragazzina, sentendo le urla degli uomini senza volto, si adagia dietro di me e trema. Eppure prima di entrare sembrava così sicura di sé, rideva tra i compagni, osservava ogni cosa con l’aria tranquilla di chi ha la situazione sotto controllo. Adesso la vedo spaventata, rannicchiata su stessa, confusa, così fragile. E quando ci gridano di salire sul gommone e ci ritroviamo ammassati, non fiata, nonostante il piede le si sia incastrato sotto qualcosa e il dolore si faccia sentire. Nonostante sappia che infondo è tutto un gioco. Lei non fiata, ha paura. Mi chiedo a questo punto quanto sia labile il confine tra gioco e realtà.

Intanto proiettate lì davanti a noi si susseguono istericamente immagini di barconi carichi di persone in mezzo al mare. Uno, due, tre, quattro barconi, poi perdo il conto perché non ho il coraggio di fissarli. Il tizio senza volto continua infatti ad urlare ai miei compagni di viaggio di tenere la testa bassa ed io lo seguo alla lettera. Bocca chiusa, testa bassa.

S1450038Dopo un tempo indefinito, il percorso giunge a termine. Le urla degli scafisti, il mio sfruttatore, i volti dei poliziotti in questura, il CARA, la maman sono solo frutto della simulazione ma l’amarezza provata pochi istanti prima mi tiene inspiegabilmente incatenata a quel mondo.
“Mi sono sentito umiliato, trattato come una bestia”, racconta Luca con tono indispettito. “Si, è come se ci avessero tolto la dignità”, continua il suo compagno di banco Salvatore. “E poi ci sfruttavano. Veniva un uomo a propormi un lavoro ma lui si sarebbe messo in tasca i soldi e a me non sarebbe spettato niente. Scusa ma che vita è questa?”, mi domanda.

Scusa ma che vita è questa? mi domando.