di Gabriele Costa, Tiziano Antinoro e della 3°B della scuola media A.Gramsci, Palermo

Giorno 9 ottobre 2014, noi alunni della classe 3°B della scuola media A.Gramsci, assieme alla prof.ssa Barbera, siamo andati al padiglione n. 33 della ASP 6 di Palermo, per partecipare a una “mostra” interattiva/multimediale: “Rotte migranti. Un viaggio diverso dagli altri”.

Questa attività, realizzata all’interno del progetto ‘Comunità Urbane Solidali’ e parte integrante del programma “La Scuola Non Tratta’ del progetto ROOT, ci ha coinvolto emotivamente perché basata su simulazione e gioco di ruolo. Ci siamo immedesimati in tre personaggi: una minorenne albanese (Lira, Pramvera, Sladjola), un giovane pakistano (Assif, Aziz, Syeed) e un richiedente asilo etiope (Dawit, Argaw, Aman). Intraprendiamo un viaggio della speranza, alla ricerca di un lavoro, per scappare dalla guerra e salvarci e per ricominciare una nuova vita in Italia o in Europa.

Una volta arrivati alla mostra, degli esperti animatori ci hanno dato da leggere dei canovacci sui vissuti dei tre personaggi. Ognuno di noi, attraverso un’inversione di ruolo, è diventato uno dei tre. E’ iniziata così la simulazione. Siamo in una spiaggia buia: delle persone incappucciate (gli scafisti) ci ordinano di sederci a terra senza guardarli in volto. Proviamo tutti terrore per i loro atteggiamenti aggressivi e le loro minacce. Ci spingono con violenza su un gommone, dove gli Etiopi occupano un posto migliore perché hanno pagato di più. In pochi minuti abbiamo provato le stesse sensazioni terrificanti dei migranti in viaggio per diversi mesi: freddo, fame, sete, paura di cadere in mare, di essere scoperti dalla polizia e di essere uccisi, ansia di arrivare sani e salvi a destinazione.
Siamo sbarcati noi Pakistani e Albanesi, gli Etiopi rimangono sul gommone.

Riportiamo alcune nostre testimonianze:
“Sono Lira e sono un’albanese, assieme alle mie compagne di viaggio sono finita in una tratta delle bianche; la maitresse mi sta insegnando a prostituirmi. Odio quando mi tocca e mi ordina di sculettare e attirare i clienti; rimpiango la mia patria, la mia famiglia e sono delusa da quello che ritenevo il mio grande amore (Toni)”.

“Sono Assif e sono pakistano, pensavo di trovare un lavoro dignitoso ma mi obbligano a lavare vetri, vendere i fiori e lavorare in un cantiere, insomma sfruttato con lavori umilianti.”

“Sono Dawit e sono etiope, la polizia mi ha preso prima che scendessi dal gommone e mi ha portato in questura dove ho richiesto asilo politico.”

Tutti noi abbiamo avuto alla fine l’esito della nostra esperienza drammatica.
Ci siamo riuniti in un’unica stanza e l’abbiamo condiviso.
Tutti i pakistani devono rientrare nel loro paese e finiscono in carcere.
Alcuni etiopi devono ritornare in patria e finire in carcere, altri ottengono l’asilo politico e un lavoro dignitoso.
Le minorenni albanesi sono salvate dalla prostituzione, grazie all’articolo 18 della legge italiana sull’immigrazione, studiano la lingua e riescono a trovare un lavoro.

Questo progetto ci ha voluto dimostrare non solo com’è difficile arrivare nella nostra Nazione, ma anche quali difficoltà hanno gli immigrati per cercare un lavoro e iniziare una nuova vita.
Consideriamoci allora fortunati!!!