di Giovanni Vinti, neolaureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio presso l’Università di Palermo

Il tema dell’acqua continua ad essere attuale e delicato, di fondamentale importanza per la vita e lo sviluppo umano. Infatti secondo le Nazioni Unite la distribuzione di acqua pulita, lo smaltimento delle acque reflue e la fornitura di impianti igienico-sanitari sono tre elementi cardine per il progresso umano.
Ma la carenza idrica e la diffusione di malattie trasmesse dalle acque contaminate sono fenomeni ancora oggi diffusi in modo allarmante in molte parti del mondo, soprattutto nei Paesi a Basso Reddito, dove più evidenti sono le contraddizioni della nostra società globalizzata.

E’ questa la ragione per cui, grazie all’input ricevuto dal CISS (Cooperazione Internazionale Sud Sud) di Palermo, la mia tesi di laurea* si è concentrata sul tema della gestione delle risorse idriche in una delle aree geopoliticamente più “calde” del pianeta, la Striscia di Gaza, in Palestina. Qui, nonostante l’alternarsi di periodi di guerra a bassa intensità a veri e propri conflitti, la gente continua a vivere (e morire) spesso in condizioni inimmaginabili.
Bisogna ammettere che pensare al trattamento delle acque in luoghi dove le priorità tornano ad essere periodicamente altre, può apparire come una chimera; in realtà l’acqua in quanto bene primario per eccellenza va salvaguardato e, a maggior ragione in questi scenari, dove poche appaiono le certezze, bisogna cercare di prevenire l’insorgere anche di crisi igienico-sanitarie e legate alla carenza idrica.

Nella Striscia di Gaza, come è stato approfondito nel corso della tesi, l’unica fonte idrica convenzionale (la Falda Costiera) è vicina al collasso sia dal punto di vista quantitativo (a causa di uno sfruttamento interno eccessivo e sregolato, ma anche per via del cordolo di pozzi profondi israeliani lungo il confine, la falda va abbassandosi sempre più), che qualitativo (come conseguenza dell’abbassamento della falda l’intrusione del cuneo salino va infatti divenendo sempre più rilevante e, insieme alle molteplici forme di inquinamento di origine antropica, contribuisce a rendere la qualità delle acque quasi ovunque inferiore agli standard per uso potabile stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – OMS).
Non deve sorprendere quindi se oltre il 90% delle acque distribuite all’interno della Striscia di Gaza, essendo per la maggior provenienti dalla Falda Costiera, sia inquinata e inadatta al consumo umano secondo i citati standard dell’OMS (sia per l’eccessiva salinità, che per l’alto contenuto di diverse sostanze inquinanti).

Per la verità, in merito alla gestione delle acque reflue, si è avuto modo di rilevare come nella Striscia di Gaza già esista qualcosa. Va tenuto conto ovviamente del contesto “complicato”, ma ciononostante sono attivi (o almeno lo erano fino all’operazione militare israeliana di quest’estate, ovvero Protective Edge) quattro sistemi di depurazione delle acque reflue (a Beit Lahia, a Gaza City, a Khan Yunis, a Rafah). Si tratta di impianti non particolarmente complessi e con prestazioni alquanto differenti tra loro, ad esempio il sistema di Gaza City è il più efficiente, mentre quello di Khan Yunis è semplicemente costituito da una serie di grandi invasi e la popolazione allacciata alla rete fognaria corrispondente a meno della metà dei residenti. Inoltre gli impianti devono spesso fronteggiare vari imprevisti (non ultimo quello della dipendenza energetica dagli Stati confinanti, principalmente Israele, oltre che il durissimo embargo) e non riescono a lavorare bene e
con continuità.In ogni caso, la qualità attualmente in uscita dagli impianti spesso non appare tale da consentire alcun tipo di riuso sicuro dal punto di vista igienico-sanitario.
Questo lo si può affermare con certezza in merito all’impianto di Rafah, le cui acque parzialmente depurate vengono scaricate a mare (in modo da contenere i rischi, che sarebbero maggiori nel caso di ricarica della falda o riuso irriguo).

E’ stata citata in particolare Rafah poiché nel corso della tesi è stato possibile ricevere informazioni dettagliate sul suo sistema di depurazione delle acque reflue, verso cui è andata focalizzandosi l’attenzione, grazie alla disponibilità di alcuni docenti dell’Università Islamica di Gaza e dei dirigenti della CMWU (Coastal Municipalities Water Utility), ente pubblico responsabile degli impianti di trattamento delle acque reflue della Striscia di Gaza.
A partire dai primi mesi del 2014 è così iniziata una proficua corrispondenza (via e-mail) grazie alla quale si è potuta constatare l’alta preparazione del personale tecnico e universitario della Striscia di Gaza. Attraverso la tesi si è così pensato di progettare l’upgrade, cioè il potenziamento dell’impianto esistente in modo da raggiungere una qualità delle acque sufficiente a permetterne il riuso irriguo o la ricarica della falda rispetto agli standard presi a riferimento.
A un certo punto si è entrati inesorabilmente anche nel merito delle vicende umane, piombando seppur a distanza nell’ottica della guerra e delle sue inermi vittime, infatti uno dei professori palestinesi con cui sono stato in contatto fino a pochi giorni prima dell’operazione Protective Edge, del quale va rilevata la gentilezza e disponibilità a fornire le informazioni richieste, quando i primi di settembre è tornato a dare sue notizie, ha raccontato che a fine luglio l’esercito israeliano gli aveva distrutto la casa ed erano stati uccisi suo padre (83 anni), suo figlio (26 anni), il figlio di suo fratello (27 anni) e altri familiari.
La sua storia è la storia di tanti altri palestinesi.

E’ chiaro quindi che rispetto a giugno, periodo fino al quale sono arrivate informazioni dirette oltre che numerosi report, la situazione sia notevolmente mutata in peggio. Prima di pensare a eventuali potenziamenti degli impianti esistenti, potrebbe dunque rendersi necessaria una riabilitazione degli stessi. Questo potrà venire stabilito da una serie di indagini di campo, attraverso le quali personale locale o internazionale dovrebbe avere il compito di descrivere il nuovo scenario anche sotto quest’ottica.

Prima di concludere, è doveroso aggiungere che, passando al versante delle acque potabili, un ulteriore intervento con effetti benefici a lungo termine nei confronti della falda, quando le condizioni geopolitiche lo permetteranno, dovrebbe consistere nella potabilizzazione delle acque di mare mediante grandi impianti di dissalazione (soluzione molto complicata all’interno dello scenario attuale anche per via dei notevoli impegni energetici e gestionali richiesti).

* Titolo tesi di Laurea Magistrale: La cooperazione internazionale per la gestione delle acque. – Il trattamento e recupero delle acque reflue nella Striscia di Gaza. (Relatore: Prof. Ing. Gaspare Viviani; Correlatore: Ing. Daniele Di Trapani)