di Serena Caputo – volontaria CISS

Sono da poco passate le nove di una domenica d’autunno e anche stasera mi perdo tra le strade di questa città multiforme. Alla guida Fra Loris parla del più e del meno, mi racconta del weekend con i fedeli e delle varie celebrazioni in chiesa ma il mio animo già in subbuglio finge tranquillità, prova a nascondere l’ansia con qualche risatina nervosa, a tratti un po’ isterica. Tutto attorno persone in movimento; qualcuno inizia a rientrare a casa dopo la giornata di festa. Ride, la gente, con l’animo leggero e la pancia piena perché, si sa, a Palermo per la festività dei Morti non ci si fa mancare proprio nulla. Cibo, cibo e ancora cibo in abbondanza e penso allo sguardo vacuo e allo stomaco ancora più vuoto dei miei prossimi interlocutori e, insieme all’ansia, cresce un senso di inadeguatezza misto a impotenza.

Ad un certo punto Fra Loris accosta, mette il freno a mano e afferra un cuscino. A pochi metri da noi, su una panchina di marmo, dorme Chantal, la pelle color cioccolato che si intravede dalla coperta. Il frate le si avvicina, le dice a bassa voce che è venuto a portarle un cuscino ma lei sembra non apprezzare, gli grida di andar via. “Stasera le gira così”.
Si nasconde sotto la coperta, Chantal, cercando di riaddormentarsi come se il sonno la conducesse in un’oasi felice di pace e, lontano dai dolori del mondo, le desse sollievo. Immagino che la vita in strada a lungo andare faccia perdere la testa. Pensare troppo è un rischio, farlo troppo a lungo segna l’inizio della fine.
Immagino.

Ci allontaniamo di poco e subito, da un angolo al riparo dal vento, si sporgono sei uomini, inizialmente sdraiati su dei vecchi materassi. Il nostro arrivo non li lascia indifferenti, altroché. Si alzano e ci vengono incontro sorridenti, tutti eccetto uno che non può muoversi per via di una gamba bendata. Sono cingalesi, il più giovane avrà a mala pena venticinque anni. Saluto, sorrido. Salutano, sorridono e mi porgono la mano. Iniziano a parlare col frate, gli raccontano di come scorrano le loro giornate e l’uomo con la gamba bendata mostra un referto medico, dice che ha bisogno di cure. Intanto uno di loro cerca di prendere la parola, ci prova ripetutamente e con prepotenza fin quando i compagni, notando con disapprovazione la sua insistenza, tacciono.
Ha l’alito impregnato di alcool e i piedi scalzi, mi guarda ma sembra guardi nel vuoto. Si rivolge poi al frate, lo supplica di trovargli un lavoro, di dare a lui e ai suoi amici un riparo per la notte perché “questa non è vita”. Si mette in ginocchio, lo guarda, tenta di parlare e piange. Piange, piange e si maledice, ma dice che è la vita in strada a farlo bere, il freddo in strada lo porta a bere, la notte in strada lo fa bere, dice, il troppo dolore, dice. Si riuniscono tutti attorno a Fra Loris e con una partecipazione e un’intensità mai vista recitano il Padre Nostro.
Pregano come fosse l’ultimo appiglio cui aggrapparsi, pregano per non essere risucchiati dal deserto fatto di fame e di stenti che li circonda, pregano con gli occhi chiusi e sembra sussurrino “io esisto”.
Salutiamo, risalgo in auto, il frate mi raggiunge e ripartiamo. Adesso ci spostiamo verso la stazione, andiamo a trovare Andrea.
Steso su un vecchio materasso nascosto dietro i secchi dell’immondizia, Andrea riposa e quando vede il volto di Fra Loris sorride, lo guarda e esordisce con un “pensavo che vi eravate dimenticati di me”. “Ieri era un giorno di festa”, gli spiega, “forse per questo non è passato nessuno” ma gli dice di stare tranquillo. Poi gli chiede se ha mangiato e, ad un suo cenno negativo, Fra Loris gli porge un piatto e Andrea ringrazia, con forte accento siciliano. “Ci vediamo martedì”. Andrea sorride, stringe il piatto tra le mani e saluta.

A pochi metri di distanza, dall’altro lato della strada, siede una donna di origine africana; accovacciata, tiene la testa tra le ginocchia e sembra che pianga. Ci avviciniamo, parla poco l’italiano. E’ nigeriana, dice. Dorme a casa di un’amica, dice. Confusa e non lucida, ci guarda, ci stringe la mano ma sembra voglia solo essere lasciata in pace. La testa accovacciata sulle gambe, sola e disperata.
Rientriamo in auto, Fra Loris mette in moto e mi chiedo come sia possibile non vedere, come sia possibile girarsi dall’altro lato. Guardo e vedo, è un punto di non ritorno.
Il viale vicino al porto sembra spoglio questa sera, ci sono poche auto e solo due ragazze in piedi, sul marciapiede.
Accostiamo, “Piazza della Pace” recita una scritta. Un uomo in pigiama siede sui gradini all’ingresso dell’edificio e parla al telefono in una lingua che non conosco.
Non appena entrati, è un tripudio di abbracci e saluti dei presenti nel vedere il frate. Gli chiedono come stia, sono contenti sia venuto a trovarli. Mi guardo attorno: gente di ogni età, sesso e nazionalità, sdraiati sui letti delle diverse stanze, seduti o in piedi, parlano. Mi accolgono come fossi una di loro. Due donne si avvicinano e mi baciano, gli uomini salutano calorosamente. Ad un certo punto ci viene incontro il ragazzo che gestisce il dormitorio, mi porge la mano, è gentile.
In alto a destra un foglio appeso dice “regole per una buona convivenza”.

Osservo tutta questa umanità e la mia mente scatta una fotografia, assecondando il bisogno incontenibile di tenere assieme tutti i pezzi, guardarli lentamente e ripetutamente nell’illusione che, come per magia, possa darci un senso.
Si è fatto tardi, meglio rientrare.
E assieme a noi torna a casa tutta la gente della festa, quella con la pancia piena e l’animo leggero. Domani comincerà una nuova settimana, segnata da lavoro, appuntamenti e grande tram tram quotidiano per tutti. O, meglio, per tutti meno che per loro.
Si, loro, i sommersi, gli invisibili, quelli che valgono meno degli altri, per i quali domani sarà come oggi, o forse peggio di oggi, e se sarà lunedì, martedì o mercoledì poco importa.
La vita in strada è scandita da ritmi diversi e segue logiche diverse, quelle della sopravvivenza.