di Pasqua de Candia – marzo 2015

“Tra la gente mi porta / il sentiero che vivo / a scoprire la vita che ciascuno / ha in sé”. Dice così, una delle strofe del primo canto della veglia dedicata a questa giornata Internazionale contro la tratta di esseri umani, a cui sono in tanti a partecipare.

Sono tra questi, una partecipante forse un po’ anomala, ma qui assieme ad amici, colleghi, compagni di strada e di lotta, nella Cattedrale della città di Palermo; e mentre siamo qui, a pochissimi passi, fuori dalla porta, un gruppo di persone protesta perché non sa come vivere, perché non ha soldi e reclama una vita degna. E questi uomini, forse incuriositi dalle persone che vedono attraversare il portone della Cattedrale, alla fine decidono di entrare anche loro, si siedono, forse all’inizio senza capire bene di cosa si parli, ma ascoltano, leggono, partecipano.

E allora penso che questa veglia, queste e le altre parole che si stanno condividendo, parlano a tanti e devono parlare e comunicare ancora di più e più forte, qui e fuori: perché penso che una delle cause di nascondimento e degradazione della vita che ciascuno ha in sé sia avere reso MERCE anche l’essere umano. Avendo reso tale l’uomo, la donna, il bambino e la bambina, abbiamo negato loro la possibilità di essere, di esistere liberi, nel più pieno senso del termine.

Si, abbiamo, ma non in maniera definitiva; possiamo ancora scegliere se essere complici o meno di tutto questo. Non esserlo non significa solo girarsi dall’altra parte e fare finta di non vedere, ma scendere nel sentiero, scoprire e mostrare, lottare contro un sistema ingiusto di sfruttamento che non rispetta niente e nessuno/a.

Nel dicembre del 2000, proprio a Palermo è stato firmato il cosiddetto “Protocollo di Palermo” in cui per la prima volta è stata data una definizione di cosa si considera Tratta di Esseri Umani: “il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’alloggio o l’accoglienza di persone, con la minaccia dell’uso o con l’uso stesso della forza o di altre forme di coercizione, con il rapimento, con la frode, con l’inganno, con l’abuso di autorità o della condizione di vulnerabilità o con l’offerta o l’accettazione di pagamenti o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra, a fini di sfruttamento. Il consenso della vittima della tratta allo sfruttamento è irrilevante in presenza di uno qualsiasi dei mezzi indicati”.

Siamo nel 2015 e la tratta ha aumentato esponenzialmente il numero di persone schiavizzate, violentate, silenziate, minacciate, comprate e vendute, ed è aumentato il suo fatturato. Il 62% delle vittime di traffico di esseri umani è sfruttato per prestazioni sessuali, il 25% come manodopera forzata. Le donne e i minori sono maggiormente vulnerabili: in Europa rappresentano l’83% delle vittime (68% donne, 12% bambine e adolescenti, 5% bambini e adolescenti). Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni/OIM nel 2014 c’è stato un incremento del 335% del numero di donne nigeriane – sempre più giovani – arrivate in Italia presumibilmente a scopo di sfruttamento sessuale, 1.454 contro le 433 del 2013 e, secondo le Nazioni Unite la tratta, insieme al traffico di stupefacenti e di armamenti, è la fonte principale di proventi illeciti a livello globale.

Allora diciamolo con le parole giuste: la tratta è un crimine.
E creare attenzione e consapevolezza contro questo crimine, che vede sempre più persone divenire schiave, oggetti di piacere e/o fonte di guadagno illecito – per sfruttamento sessuale, per lavoro forzato, per matrimonio forzato, per adozioni illegali internazionali, per vendita di organi, per accattonaggio – senza poter dire o fare nulla per liberarsi, è lottare contro esso. È parte del lottare per liberare, restituire la possibilità di riprendersi e scoprire “la vita che ciascuno ha in sé”. È lottare per affermare che nessuno può rendere schiavo e merce un altro essere umano, a disposizione di un mercato che lo richiede.

Sono un’operatrice di un’organizzazione non governativa, il CISS/Cooperazione Internazionale Sud Sud di Palermo, che cerca di porre l’attenzione sul fenomeno e porta avanti assieme ad altre associazioni riunite nel coordinamento antitratta di Palermo, che prende il nome proprio da due ragazze vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, Favour e Loveth, una battaglia per contrastare la tratta. Una battaglia che è prima di tutto e necessariamente, ma non solo, una battaglia di conoscenza, per svelare le dinamiche di mercificazione e ricatto basato sulla vulnerabilità di donne, uomini, bambini e bambine che ne sono vittime.

Perché c’è il fenomeno della tratta?

Perché viviamo in un sistema il cui modello di sviluppo è iniquo e oggi è in crisi, in cui la povertà è diffusissima e la concentrazione della ricchezza è solo nelle mani di pochissimi, in cui la richiesta di mano d’opera a buon mercato e di prestazioni sessuali è diffusissima, in cui abbiamo leggi migratorie ingiuste e restrittive senza che nessuno si chieda: chi è che migra? Perché? Quali le cause?

Se ce lo chiedessimo potremmo scoprire che tutto questo ha nella violazione dei diritti umani, nell’iniquità della distribuzione e dell’accesso alle risorse, nella disuguaglianza di genere e nella violazione della giustizia i fondamenti. E che forse anche noi siamo un pezzo di quel meccanismo. E il nostro contributo può bloccare quegli ingranaggi e tornare ad affermare equità, giustizia e la piena realizzazione dei diritti umani fondamentali.

Iononsonomerce. Nessun essere umano è merce.

Articolo pubblicato su ‘La missione a partire dalla città’, newsletter 35, marzo 2015 – Comunità delle Laiche e dei Laici Comboniani di Palermo