da Giovanni Vinti

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Quando si parla di Haiti, nell’immaginario collettivo balena spesso ingenuamente l’idea di un luogo caribico dove venir accolti con collane di fiori di fronte a un mare limpido sotto un sole cocente. A volte torna alla mente il disastroso terremoto, seguito da un’epidemia di colera, che nel 2010 ha causato oltre 200mila vittime (pari a circa il 2% della popolazione totale, che si aggira intorno ai 12 milioni di abitanti). In realtà la storia di Haiti è ben più complessa, anche se simile a quella di tanti altri Paesi poveri, e le sue difficoltà hanno radici ben più antiche..

(basti pensare che gli abituanti attuali sono i discendenti degli schiavi africani “importati” su quest’isola, dopo che i nativi furono sterminati dai disastrosi effetti del colonialismo..), ragion per cui una (seppur non esaustiva) parentesi storica aiuta a comprendere il Paese. L’intera isola venne “scoperta” nel 1492 da Cristoforo Colombo che la battezzò Hispaniola e fu subito rivendicata dalla Spagna. (Oggigiorno la metà occidentale corrisponde ad Haiti, la metà orientale alla Repubblica Dominicana). Nella prima metà del 17° secolo bucanieri francesi si insediarono nella parte occidentale dell’isola, dando origine alla colonia nota con il nome indigeno di Haiti. La rivoluzione francese nella madrepatria aprì la strada all’insurrezione generale degli schiavi (1791). La rivolta nera durò (con più riprese) fino alla sconfitta delle truppe francesi (1803) e alla proclamazione dell’indipendenza di tutta l’isola (1804) con il nome di Repubblica di Haiti (la prima repubblica nera indipendente della storia).

Strada a Ouanaminthe

La Francia riconobbe l’indipendenza di Haiti nel 1825, in cambio di un pesante indennizzo finanziario. Da allora, malgrado l’indipendenza ottenuta, l’economia finiva col venire sempre più controllata dalle potenze straniere e dal debito. Anche gli Stati Uniti stabilirono importanti interessi ad Haiti e nel 1915 approfittarono di un conflitto interno e della prima guerra mondiale in Europa per invadere il paese, che occuparono militarmente fino al 1934. In seguito si sono succeduti, fino a non molto tempo fa, periodi di instabilità politica e dittature più o meno dichiarate. Il terribile terremoto del 2010, e la successiva epidemia di colera, hanno fatto il resto. Non appare dunque difficile capire il perché delle difficilissime condizioni in cui versa la città di frontiera di Ouanaminthe, nonostante abbia subìto solo marginalmente gli effetti del recente terremoto. Il mio ingresso ad Haiti avviene attraversando la Repubblica Dominicana, sino a giungere alla città di frontiera di Dajabon. Man mano che mi avvicino, il paesaggio va mutando, il verde è sempre lo stesso ma l’impronta dell’uomo assume forme differenti, le abitazioni diventano sempre più “antiche” e precarie. L’attraversamento della frontiera è “surreale”. L’atmosfera è incredibile: tanta gente a piedi col mulo coi carretti in moto in macchina (pochi) un ponte i vigilanti i cancelli.. DSC03293

Oltrepassato tutto questo, dopo aver ottenuto il visto, siamo dentro Ouanaminthe, città dalle strade a dir poco dissestate, in terra e fango, soprattutto fuori dalla via principale. Rifiuti quasi ovunque. Sembra di entrare in un’altra epoca e in un altro pianeta. Gente a piedi scalza in moto con muli o mucche cani randagi malconci maiali moto con gente carica di sacchi e attrezzi in tre in quattro sulla moto, ma la gente mi appare bella e felice anche se per la maggior parte povera e in condizioni igienico-sanitarie terribili.

Nel corso dei giorni mi vado rendendo conto che la cosa probabilmente più bella che abbiano sia il tempo, il modo di vivere il tempo, un senso del tempo e della vita che in Italia (o meglio, nei Paesi Industrializzati) stiamo sempre più perdendo. Ed eccomi qui, sperando di essere utile e di poter dare oltre che ricevere da questa gente, attraverso il progetto del CISS e di SJM “Actions Partecipatives pour l’Eau et l’Assainissement dans la ville de Ouanaminthe”.