Valentina, com’è cambiata la tua prospettiva d’intervento da quando sei arrivata nel Paese ad ora? Ovvero rispetto a quando sei arrivata, si è modificata la tua idea di come sarebbe meglio fare cooperazione in quest’area?

Sono arrivata in Palestina che ero molto giovane come volontaria e stagista prima di iniziare a lavorare su progetti di cooperazione nel settore della protezione infanzia. Forse all’inizio ero armata più di entusiasmo per questa terra e questo popolo che di esperienza sul campo. Dopo avere studiato e letto tanto di Palestina, avere la possibilità di dare il mio contributo concreto in supporto del popolo palestinese per me è stato davvero importante. Ma una delle prima cose che ho imparato è che l’entusiasmo e importante ma non basta se non si riesce ad avere una lettura critica di quello che accade in Palestina, una conoscenza profonda dell’occupazione e quindi delle dinamiche e delle politiche messe in atto dal governo israeliano, e se non si riflette, seriamente, su quale debba essere il ruolo della cooperazione e degli operatori umanitari.

L’occupazione israeliana tocca ogni aspetto della vita della popolazione palestinese: il diritto all’autodeterminazione, i diritti civili e politici, il diritto al movimento, all’accesso ai beni e servizi, alla terra, al commercio, alla sicurezza personale. Il conoscere le persone e condividere con loro differenti aspetti della vita quotidiana sia belli che brutti –le politiche dell’occupazione-, mi ha fatto crescere come persona e apprezzare cose che solitamente diamo un po’ per scontate e tutto questo mi ha reso ancora più consapevole del fatto che la cooperazione non è e non deve essere solo un esercizio tecnico di misurazione di obiettivi, risultati e indicatori. Mi e’ capitato spesso di essere vittima della frustrazione che si prova vedendo, con il passare del tempo, come l’occupazione diventi sempre più sofisticata nel silenzio assordante della comunità internazionale. Ed è esattamente in questo punto che credo debba entrare la cooperazione a sostegno delle iniziative popolari e degli sforzi collettivi della popolazione palestinese che va avanti senza arrendersi.

Basta parlare di emergenza umanitaria, parliamo di emergenza politica. Nessun progetto può essere efficace se non è accompagnato da una chiara idea di quale sia l’obbiettivo politico che si vuole raggiungere e se non vi è il coinvolgimento delle sfere politiche invece che solamente dei donatori, donatori che seguono una loro agenda e con il potere del denaro cercano di non toccare questioni fondanti e scottanti che a livello politico preferiscono evitare.

Quello che deve fare la cooperazione è anche informare, sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione in Palestina e soprattutto iniziare sul serio un lavoro di advocacy a vari livelli: locale, nazionale e globale, in modo da influenzare le sfere decisionali politiche. Gli operatori umanitari hanno il grande vantaggio di essere sul campo, di essere testimoni diretti di ciò che accade e di denunciare le violazioni di cui sono testimoni. In un certo senso noi siamo i portavoce dei nostri partner locali ed è importante che questo ruolo venga valorizzato a pieno. L’analisi socio-politica e le raccomandazioni che si possono elaborare attraverso il lavoro sul campo con i partner locali a mio avviso dovrebbero essere parte integrante di qualsiasi progetto di cooperazione che si realizzi, e non solo in Palestina.

Questo è il lavoro che stiamo cercando di fare come il CISS e con i nostri partner Palestinesi e che continuerò a seguire anche se non potrò più essere nel Paese.

Per quanto riguarda i progetti concreti che ho seguito, sono progetti di protezione dell’infanzia e soprattutto di supporto psicosociale e psicologico per i bambini affetti da trauma nella Striscia di Gaza.

A seguito dell’ultimo attacco israeliano sulla Striscia di Gaza la scorsa estate, con tutto lo staff ci siamo fermati un momento a riflettere sul senso del nostro lavoro…aiutare i bambini a superare i traumi quando poi ci sono attacchi continui. Psicologi, animatori e noi coordinatori, siamo stati tutti presi dallo sconforto e avevamo davvero bisogno di capire se quello che stavamo facendo fosse utile.

Abbiamo deciso dunque di realizzare una valutazione esterna, approfondita, per capire la salute psicosociale dei bambini dopo i 51 giorni di bombardamenti Israeliani. La valutazione è stata realizzata a tre mesi dal termine dell’operazione militare (e ripetuta di nuovo dopo 6 mesi) da due esperti psicologi di due diverse università di Gaza: al Azhar University e al Aqsa University, tramite la somministrazione di test per la valutazione del PTSD (disturbo post-traumatico da stress), incontri individuali e di gruppo e interviste con le famiglie.

I risultati della valutazione ci hanno dimostrato l’efficacia dell’intervento nell’accrescere la capacità di resilienza dei bambini rafforzandone sia le risorse interne sia quelle esterne (famiglia, comunità, scuola), cosa che ha contribuito a creare dei meccanismi di protezione che li ha aiutati nell’affrontare e di conseguenza rielaborare il proprio vissuto personale.

Tutto questo ha dato a me e al resto del team una nuova forza e ci ha fatto capire l’importanza del nostro lavoro e di questo programma che il CISS sta implementando ormai da 4 anni a Gaza

 

Se e come ti ha cambiato il vivere in Palestina?

Sono venuta in Palestina per la prima volta nel 2005 e da quel momento ho continuato a tornare sempre più spesso, alcune volte solo per qualche mese fino a quando non ho ottenuto il mio primo visto di lavoro annuale nel 2010. Dal 2005 ad oggi, sono cambiate tante cose e anch’io sono cambiata molto. Chiunque sia stato in Palestina non riesce a fare a meno di tornarci perché la Palestina ti aiuta a conoscere te stesso, a crescere.

La Palestina e i Palestinesi mi hanno insegnato tanto. Mi hanno aiutato a capire a fondo il senso di giustizia, mi hanno messo di fronte al devastante senso del privilegio che si prova quando tu ti puoi muovere e passare i checkpoint in una terra che non e’ tua mentre i Palestinesi, qui, a casa loro non possono farlo, quando tu puoi metterti in salvo dai bombardamenti mentre loro non possono farlo, quando tu puoi restare sul pullman mentre loro sono costretti a scendere nei posti di controllo e subire le vessazioni di giovani e spesso crudeli soldati; quando tu puoi decidere di andare al mare a pochi chilometri da casa oppure all’estero per vacanza o studio mentre loro, di nuovo, devono tentare di chiedere permessi, autorizzazioni che molto spesso vengono rifiutati. E nonostante tutto ciò vanno avanti, resistono, non si perdono d’animo, creano alternative e continuano a lottare per il raggiungimento dei loro diritti. “Esistere e’ Resistere” e’ vero e lo capisci in Palestina.

Anche nel mio lavoro ho imparato molto. I bambini e i ragazzi che hanno partecipato ai nostri progetti mi hanno insegnato la tenacia quando di fronte alle difficoltà reagiscono, costruendo da soli un gioco che altrimenti non potrebbero mai avere, imparando a fare giocoleria, circo, uno sport semplicemente guardando video su internet e provandoci senza perdersi d’animo fino a quando non ci riescono. Mi hanno insegnato concretamente come andare oltre le barriere, barriere che il resto del mondo costruisce. Mi hanno insegnato la dignità quando mi raccontano l’occupazione con i loro occhi, la giustizia quando mi mettono di fronte alle domande più semplici e più imbarazzanti:“perché io sono chiuso qui?”, “perché ci bombardano?”, “perché non ho un posto sicuro dove giocare?” Domande di cui tutti sappiamo la risposta ma alle quali nessuno vuole mai rispondere.

Fa troppo male, ci fa sentire impotenti sapere che tutti questi sforzi si scontrano contro un muro di calcoli politici con cui viene tenuta in scacco la vita di circa 4 milioni di persone, senza contare i palestinesi della Diaspora. Mi hanno insegnato l’importanza della memoria quando i rifugiati mi raccontano con orgoglio della la loro città di origine, città che non hanno mai visto ma che è chiara e viva nella loro testa grazie ai racconti dei loro genitori e nonni cacciati da lì durante la Nakba del 1948.

Ora ho raggiunto il numero massimo di visti israeliani di lavoro che posso avere e sono quindi costretta a lasciare il Paese perché anche se lavori con i palestinesi in Palestina le chiavi per gli ingressi li tiene Israele, che stabilisce le regole anche su questo.

Ma io ora credo a quanto recita un detto arabo che mi è stato detto da un amico del campo profughi di Balata: due montagne per quanto grandi e imponenti siano non potranno incontrarsi mai ma due persone se davvero lo vogliono, sfidando confini, barriere e muri, possono farlo.
Con quello che sta succedendo nell’area, compreso per es. gli accordi sul nucleare tra Iran e Stati Uniti, pensi che Israele modificherà qualcosa nel suo agire?

Non so dire sinceramente se e come Israele modificherà il suo agire. Ne ho parlato con una amica giornalista che, da analista, è più adatta di me a rispondere a questa domanda. Con l’accordo tra Iran e USA, Israele ha perso un monopolio importante che è quello di bastione della sicurezza USA in Medio Oriente.

Se gli USA hanno firmato questo accordo è perché sanno bene che l’Iran non vuole la bomba atomica per questo hanno aperto al super potere- Iran nella regione. Di conseguenza la minaccia Iran sarà meno spendibile ora da Israele per portare avanti certe politiche sia a livello regionale o internazionale che anche a livello interno: con l’Iran Netanyahu ci ha vinto le elezioni. Ora deve trovarsi un nuovo nemico principale, che potrebbe essere Hezbollah, oppure giocarsi la carta del “mondo ce l’ha con noi”. Forse internamente peggiorerà ulteriormente la posizione di hamas, in quanto sostenuta dal cosiddetto asse della resistenza. Quindi Gaza potrebbe nuovamente pagarne il prezzo.

Cosa stai seguendo ora?
Attualmente sto seguendo il progetto “Intervento di emergenza per il rafforzamento dei meccanismi di protezione e di risposta ai traumi in favore dei gruppi più vulnerabili nella Striscia di Gaza” finanziato dalla Cooperazione Italiana allo Sviluppo – Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale. L’obiettivo del progetto é quello di rafforzare i meccanismi di resilienza e protezione comunitaria di 650 minori a rischio e delle loro famiglie a Beit lahya, Gaza, Jabalya e Khan Younis riattivando servizi di assistenza psicosociale, educativa e psicologica nei centri, negli ospedali e a domicilio. Si lavora con bambini (6-17 anni) che hanno subito la distruzione parziale o totale della propria casa, o che sono stati sfollati, o che hanno subito la perdita o il ferimento di un proprio amico o membro della famiglia. La maggior parte di loro proviene dalle zone di confine, zone vicine alla cosiddetta “buffer zone”.

E’ un progetto che prevede tre componenti principali: creazione di ludoteche sostenibili nate dall’esigenza di creare dei “luoghi protetti” per i bambini e di garantire il loro “diritto al gioco”. Le ludoteche sono create dai bambini stessi con l’aiuto degli animatori attraverso l’utilizzo di tecniche di supporto psicosociale. I laboratori all’interno delle ludoteche sono costantemente supervisionati dagli psicologi e prevedono anche il coinvolgimento attivo delle famiglie. Servizio di Clinica Mobile formata da psicologi e animatori che conducono visite a domicilio per i 291 bambini affetti da disturbo post-traumatico da stress e per le loro famiglie. Il ruolo dell’animatore è quello di creare un ambiente amichevole dove il bambino può sentirsi protetto e a suo agio. Servizio di clownterapia negli ospedali con l’obiettivo di rispondere ai bisogni psicosociali e psicologici dei bambini ricoverati, delle loro famiglie e dello staff medico.

Oltre a questo progetto, sto seguendo direttamente anche una iniziativa locale da parte di un gruppo di ragazzi, miei amici, di Gaza, per la creazione della prima scuola di Circo nella Striscia. Assieme al CISS ed altre associazioni sia Italiane, sia Palestinesi sia Europee, siamo riusciti a trovare dei finanziamenti per aprire la sede e ad avere degli attrezzi di giocoleria che e’ impossibile trovare a Gaza. Da qualche mese sono iniziati i corsi con i bambini, circa 15, che 3 volte a settimana seguono training di giocoleria, acrobatica, magia e clowneria.