da Massimo Allegrezza, capoprogetto Ciss in Palestina.

E’ possibile seguire Massimo anche sul suo blog http://lemuradibabilonia.wordpress.com/

Welcome

 

[Aida, le tue battaglie, i compromessi, la povertà…]

C’è una chiave enorme che sovrasta il portale d’ingresso. La chiave è il simbolo palestinese per eccellenza, quello che si sono portati via quando sono stati esiliati. Tutti i profughi hanno le chiavi di casa. Un giorno torneranno ad aprirle. E se non ci saranno più, poco importa, avranno dovuto buttarle giù le case, non le avranno aperte.
“Da lassù scendono le camionette dei soldati lungo la via principale del campo. Quasi ogni venerdì ci sono scontri.”
Le parole che racconto e che racconterò s’intersecano tra i visi di B., profugo nel campo di Áida, da pronunciare diversamente dalla Aida di Rino Gaetano di cui sopra, e V. [i nomi, come sempre, hanno importanza nella misura in cui si riempiono di un viso, al momento rimarranno B. e V.]
“Qui ci hanno costretti ad entrare l’ultima volta. Hanno spinto i ragazzi dentro questa via e sono entrati con i carri armati. Guarda, lì sopra ci sono i colpi di proiettile sul muro.”

Pausa.
Il regista solleva la camera, inquadra i colpi.
Un groviera al posto del muro.
Alzo la macchina fotografica. Poi ci ripenso, provo uno strano senso del pudore.

“Ma le persone in casa, le donne, le anziane, non avevano paura?”. Il pudore prende le forme di una domanda stupida.
Lo sguardo ammonisce, poi si allenta e fiero dice: “ Qui nessuno ha paura. Siamo tutti sulla stessa barca, questa è casa nostra”.
[Nel cervello risuona come un mantra, Nostra… Nostra… Nostra… Nostra…]
“Le donne? Sono in strada a cercare pietre. Le anziane? Preparano il limone per i lacrimogeni e i secchi d’acqua”.
[Io, che all’uso del limone come rimedio al lacrimogeno sono stato iniziato da Marco Paolini nel suo “Odor di botte e limoni”… Povero ingenuo! Ora lo sento dal vivo un odor di botte e limoni.]
“Finché non sono usciti non abbiamo smesso”.
“Ma nelle case? I colpi nelle case?” Non riesco proprio a fermare la stupidità nelle domande.
“Nelle case tutti hanno qualcuno ferito o morto. Vedi quelle tre case, quelle in fila? Lì hanno perso un figlio per uno.”
[Ora piango. Sommesso, voltato di lato, rispettoso. Piango un dolore che non ho vissuto, una madre che non ho visto nè sentito urlare di disperazione. Piango dietro gli occhiali da sole, che sono l’ultima barriera che alzo per non intralciare, per non mettere un piede dove non si può.]
B. racconta lucido e tranquillo. Attività con i bambini nel campo, casa quasi pronta per sposarsi, racconti di guerra. Tutto non segue nè un filo logico, nè una cronologia. Come esce me lo presenta.
Passa un uomo, lo saluta. Mi dice che quello è uno di quelli raffigurati all’entrata del campo: murales commemorativi per quei combattenti che sono in prigione da venti e più anni. Gente che non tornerà mai a casa. Quell’uomo era uno delle figure, è stato scambiato per un prigioniero. Ha rivisto la moglie dopo “solo” 15 anni.

Non si specula su storie del genere, non lo farei per bon ton, ma soprattutto per rispetto di chi quella storia l’ha vissuta sulla pelle. Non faccio apologia, nè ho interesse alcuno a sponsorizzare l’una o l’altra causa. Mi attengo ai fatti, racconto asciutto quello che ho visto.

E ho visto camminare un murales, uno di quelli che ha una ragione ad essere dov’è. Non c’è più rispetto, né venerazione, è solo uno che ha fatto quello che ha fatto, che ha pagato in prima persona perché credeva fermamente nel concetto di famiglia che esiste nel campo.
B. mi ha mostrato il centro giovanile. Fiero sottolinea come non prende soldi da nessuno, solo volontariato e donazioni del campo. Fanno scuola materna e doposcuola per i più grandi. Fanno altre attività. Gruppi da fuori, anche europei, vengono per dei campi e aiutano.
B. spinge per passare un concetto d’insieme, di aiuto, che ha una dimensione decisamente allargata rispetto a quanto sono abituato a vedere. “Abbiamo i nostri conflitti – dice – però quando la situazione si fa difficile si serrano le fila. Nessuno abbandona nessuno”.
Non m’impressionano le parole, i racconti, credo siano molto simili a quelli di mio nonno, quelli dei partigiani. Non sono le vicende a lasciare il segno, è meraviglioso percepire, sentire nitido sulla pelle questa sensazione di appartenenza. Esserci e contare, per poco che si possa partecipare. Una pietra trovata, un limone spremuto.
Signora mia dolcissima, quei limoni sono costati la vita di un figlio. Come si può riuscire a fare pace con questo concetto! Un genitore che seppellisce un figlio, al massimo, pianta un albero di limoni sulla tomba.
E saranno di certo succosi e vigorosi.

Quando saliamo su un tetto a vedere tutto il campo, un chilometro quadrato con una densità tra i cinque e i sei abitanti per metro quadro, ho la misura di quello che può significare sentirsi parte di qualcosa. Un serpente alto cinque metri e di scialbo cemento si snoda lungo la città. Un muro che divide le persone dai loro campi. Molti avevano un pezzetto di terra che ora è qualche metro troppo in là. Addio pomodori e zucchine, ma soprattutto addio appartenenza, proprietà.
Lo scialbo muro a tratti prende vita di colori e disegni. Speranze, graffiti, scritte, incitamenti, proposte e finanche pezzi d’arte. Bansky ha lasciato parecchi segni del suo passaggio. B. mi mostra un pezzo di muro bruciato. Mi spiega che un giorno, durante la notte, alcuni hanno avuto un’idea per tirare giù un pezzo di muro. Per dimostrare cosa possono fare, non per entrare. Hanno accatastato delle gomme vecchie che durante i giorni precedenti avevano rimediato dai gommisti di Betlemme e dintorni. Le hanno bruciate a gruppi di tre o quattro. Fiamme contenute e fumo limitato. Ogni tanto, acqua tirata a secchiate o sparata con un tubo sul muro riscaldato. A forza di caldo e freddo il cemento si è crepato. Buttare giù un pezzo del gigante, ora con piedi di argilla, è stato uno scherzo. E poi, tutti via. Vi facciamo vedere che lo possiamo fare, punto e basta.
Sono affascinato come tutti i pensieri convergano solo in un’idea, che non discuto se giusta o sbagliata, non ne rilevo l’importanza qui, sottolineo come c’è una volontà ferma e resistente sul difendere il proprio diritto, la propria appartenenza. Sono affascinato e rapito da queste storie, non posso nasconderlo.

B. mi fa vedere la sua casa, quella alla quale non può più accedere. Tagliata fuori dal muro, lui la vede da sopra un tetto. Forse un rimpianto, magari anche due, ma non lo dà a vedere. Tra poco si sposa e sta sistemando un appartamento per lui e sua moglie.
Molto bello, davvero.
Tiro fuori la macchina fotografica, rubo dalle finestre stralci di campo.
Una vite che si arrampica tenace, testarda, senza farsi spaventare dai fori di proiettile sul muro.
Anche la vite sente di appartenere alla famiglia del campo.
Salutiamo composti e rispettosi. La mamma della fidanzata di B. non mi vuole mandare via senza aver preso un regalo in casa sua. Cerco di farle spiegare dalla figlia, che parla inglese, quanto sia già colmo di regali, quanto porti via con me grazie a loro. La signora è tenace, mi vuole far prendere qualcosa. “No, signora, tornerò e prenderò la prossima volta”. Mi saluta con un sorriso, forse più convinto.
I passi non sono pesanti, solo un po’ più riflessivi. Non mi dispiace la cosa.
Mentre usciamo, penso che qualcosa l’avrei preso.
Un limone, forse, un limone lo avrei preso.
Sarebbe stato un omaggio, un succoso omaggio.

p.s. V., ad onor del vero, ha partecipato eccome alle storie! Me le ha presentate, spiegate nel contesto, arricchite e contestualizzate. E poi ha tradotto e bevuto caffè, che è un po’ come se fossero la stessa cosa, certe volte.
Chapeau e Merci.

La vite tenace

La porta del venerdì

Il muro bruciato

Bansky

muro

muro

muro

muro

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