da Massimo Allegrezza, capoprogetto Ciss in Palestina.

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C’è una signora anziana, velo in testa, un vago strabismo di Venere racchiuso in un sorriso leggero, parla solo arabo e si informa su come bevo il caffè.
Non lo prendo.
Sguardo serio.
Preferisco il tè.
Lo sguardo si rasserena, parte per farlo.
Si ferma, mi scruta e chiede dello zucchero.
In arabo.
Mi traducono e rispondo che non lo voglio.
Adesso mi guarda con più rispetto. Parte.
Torna, il tè è perfetto. Si fa per dire, ma la signora è bella e lanciata verso la porta.
Shukram.
Che vuol dire “grazie” e insieme a “buongiorno” sono le parole che ho cercato di imparare subito. Come se fosse facile: per dire buongiorno puoi decidere se augurare un “Giorno di Bene”, un “Giorno di Petali” o altre varianti che non facilitano certo la vita di un neofita.
Ma non mi dispiace, a essere onesti.

Allora, sono ormai un paio di settimane che sono arrivato. La Palestina, terra incerta già nella sua definizione, non è perfettamente chiara nemmeno nella mia testa. E non è certo una questione di confini.
Lo dico ora per chiarirlo, poi mi muoverò tra le città senza tanta cura nel ripeterlo.
Vivo a Gerusalemme Est. Lavoro a Ramallah, altre cittadine della West Bank e G.
Ma di questo riparleremo più avanti.

Sono arrivato di notte. L’aria fresca di notte. Si respira bene e ci si copre. Non mi sentivo fuori luogo, frastornato sì, ma non fuori luogo. In fondo, nei meandri del cervello, mentre mi addormentavo la prima notte, vedevo una traccia di familiarità, una sorta di profumo comune.
Mi sono addormentato più sereno.

Sono qui con un progetto di educazione (a farla proprio breve), ma tutti i particolari, se mai ce ne sarà bisogno, la cosa non è certo scontata, arriveranno man a mano. Al momento la mia ragione d’essere qui è un lavoro. Che mi piace, che mi affascina e che in qualche modo ha a che fare con quello che ho sempre fatto.
Ecco, forse anche la sensazione di casa, il profumo conosciuto.
Comunque, volevo solo raccontare visi e persone. Alcune ne ho conosciute, altre le ho solo incrociate sul medesimo cammino. E colori, Tramonti e colori.

Ecco, [virgola] di Tramonti mi piace proprio parlare.
Me ne sono andati a cercare alcuni. Li ho rincorsi e aspettati.
Tra le 19:39 e le 19:57 trovi i migliori. Decisamente.
Li ho fotografati e mischiati con quello che mi circondava, o con quello che circondava loro, se preferite. In fondo ero un ospite che si accostava lentamente, chiedendo permesso. Cappello in tasca e macchina fotografica in mano.
Allora i Tramonti li ho trovati e si allungano nei loro colori: un’aria arancione, forse più giallo sabbia, piena.
La respiri, quell’aria, quel colore, insieme alla polvere che non manca mai.
I Tramonti sono ricolmi di attesa di questo periodo, per questo me li sto godendo a pieno. Sono ricchi di aspettative di Ramadan, perchè il tramonto libera il digiuno giornaliero, quindi è prodigo di sazietà. Ecco, [virgola] i Tramonti che ho incontrato si colorano a festa per rendere la cena delle persone speciale, agognata.
O forse a me piacciono un sacco e ci ricamo sopra, cosa molto probabile.

C’è un uomo che sta seduto davanti a un negozio nella mia via, un fruttivendolo. Lo vedo quasi tutti i giorni.
[Immusab, la signora del caffè, per me solo tè, torna con la seconda tazza, rassicurata dal mio accettarla. Grazie e sorriso. Sorride più distesa].
Ci sono dei ragazzi che vendono al mercato quasi lanciandoti i loro prodotti. Mi sono preparato al secondo giro di mercato, sembrano quasi saltarti addosso.
Le donne camminano veloci. Passi sicuri. E si truccano chiaro il viso.
Il mondo che ho intorno gira veloce e le novità si susseguono, ma tutte queste persone senza nome fanno parte di una realtà quotidiana, “normale” in molti altri posti.
Una quotidianità alla quale abituarsi, di certo non così lontana.

Poi ci sono dieci metri di vuoto.
Esiste uno spazio reale che non può essere in nessun modo calcato.
Un attimo d’incerto esistere se non trasportato.
Ecco, [virgola] quello ho fatto difficoltà a decifrarlo.
Con il mio lavoro, mi capita di attraversare il checkpoint di Qalandia (Calandia) spesso. Un luogo dove ti approcci con il passaporto o il permesso in mano.
Se arrivi in auto, ti infili in coda e controllati i documenti, al massimo, ti chiedono di aprire il bagagliaio.
Se arrivi in bus, la storia cambia.
Se sei straniero, in un’età compresa tra 20 e 50 anni, scendi dal bus e passi il controllo a piedi.
Se sei Palestinese, di Gerusalemme, idem.
Se sei Palestinese, non di Gerusalemme, autorizzato a passare, idem.
Se sei Palestinese, non di Gerusalemme, non autorizzato a passare, beh, in quel caso tornerai a casa. E basta.
Ci sono delle volte che non ti fanno scendere, ma sono rare.
Bene, non entro nel merito della questione, per diverse ragioni, ma credo la principale sia collegata al fatto che certe immagini non si riescono a rendere in nessuna maniera con le parole.
Immagini difficili da digerire, da giustificare.
Comunque, tornando ai dieci metri di vuoto, esiste un pezzo di strada, quello più prossimo al checkpoint, al quale non ci si può avvicinare a piedi. Se arrivi a piedi, devi aspettare un autobus o un’auto che ti carichi per quei dieci metri. Prima e dopo puoi camminare, ma quello spazio è invalicabile, se non trasportato. La ragione, quand’anche ce ne fosse una sensata, perde chiaramente d’interesse e significato per me. Mi sono perso nelle facce di coloro che aspettano per fare quei dieci metri trasportati. Senza una motivazione che li sorregga o li spinga. Dopo questo trasporto, dovranno comunque passare dei controlli.
Esiste una parentesi di vuoto dentro la quale entri trasportato. E non riesco a venirne a capo.
Sembra stupido, sembra futile, e forse lo è di fronte a quello che poi vedi, ma cerco di attaccarmi ad un senso reale nel mondo che mi circonda. E questo, per me, ne è assolutamente privo.
Poi delle file nelle gabbie ne riparlerò.
Quei dieci metri sono giorni che mi fanno pensare.
Il signore del fruttivendolo non so se passa il checkpoint.
Forse le ragazze truccate di chiaro sì.
Sono certo che Immusab non lo passi, almeno non così frequentemente.

Ci sono molti modi per mettere in ginocchio un uomo. Puoi colpirlo, picchiare duro dove serve o arrivare puntuale dove fa male. Puoi renderlo uno zimbello, ferire la dignità e il suo Ego. Oppure metti mano alla speranza e allora lo avrai in pugno. Ecco, [virgola] quei dieci metri grattano via uno strato di speranza ad ogni passaggio che devi chiedere. Non è solo una scocciatura, almeno, nel profondo temo significhi di più.

Però, alla fine, io sono di quelli che passano dal lato meno problematico.
Ecco, [virgola] questa è la verità.

È passata Immusab a prendere le tazze. I tè non sono speciali, ma la sua leggerezza ne vale il gusto.

M.

p.s. Pensavo di chiamarlo “Di sera da qualche parte..”, ma il checkpoint ha assorbito i miei ultimi pensieri.
pp.ss. Il fruttivendolo sorride divertito vedendomi. La signora Immusab non sembra più seccata che non beva caffè.