di Pasqua De Candia*

 

È difficile scrivere oggi su quanto sta accadendo, su quanto vediamo e abbiamo intorno, su quanto noi stessi facciamo rispetto alle questioni legate ai flussi migratori. Mi hanno chiesto di scrivere di tratta e migrazioni… appunto.

Mentre qualche tempo fa sarei partita da riflessioni sulle differenze tra tratta (trafficking in human beings) e traffico (smuggling of migrants), oggi seppure quelle differenze siano ancora esistenti e forti, sento un’esigenza diversa, magari sbagliata, ma  che si basa su una semplice constatazione: guardo quello che succede intorno e ho molte più domande che risposte, ho molte più domande che categorie ferme e fisse.

Tutto oggi è molto più complesso e non solo per questioni legate a elementi quantitativi e, quindi, al numero di persone in arrivo in Europa, ma alla natura complessa, ‘mista’ di questi flussi. Così, mi sembra, le categorie diventano fluide e i loro confini sempre più labili… al contrario di altri confini, quelli della Fortezza che, invece, sono sempre più numerosi, alti e rinforzati. Anche la Fortezza è un sistema in crisi.

Ma torniamo alla fluidità delle migrazioni.

I percorsi migratori e le condizioni del migrare sono oggi diventate così multiformi e complesse che sempre più spesso ci si chiede, in maniera critica, se per interpretarle abbia senso continuare a etichettare le persone che migrano – uomini, donne, minori – con le categorie tradizionali come migrante economico, vittima di tratta, profugo, richiedente asilo, “clandestino” ecc .

Certo le categorie ci aiutano, servono a non fare confusione anche quando le differenze sono minime, servono per esempio a individuare le vittime di sfruttamento e schiavizzazione distinguendole da chi si rivolge ai trafficanti per l’attraversamento illecito dei confini nazionali.

Ma, nella complessità odierna, le categorie ci aiutano a bloccare il passaggio da una condizione (quella di  migrante che si affida ai trafficanti per entrare in un paese) all’altra (vittima di sfruttamento e schiavitù, cosa che tra l’altro può avvenire in pochissimo tempo)? Quelle categorie, che corrispondono a concetti e norme e a sistemi e strutture di diritto, servono per interpretare i percorsi migratori? Servono per elaborare conoscenza e consapevolezza delle cause delle migrazioni? Servono per garantire davvero i diritti e le tutele conseguenti? Servono a sapere chi sono le persone che oggi attraversano i confini dell’Unione Europea?

Il numero totale degli arrivi attraverso il Mediterraneo (in Italia e Grecia) nel 2015 ha raddoppiato quello del 2014, come raddoppiate sono, parallelamente, le richieste d’asilo in Italia. Gli approdi sono diversificati per area di provenienza: per cui, in Italia, abbiamo persone provenienti da Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan, Siria, Gambia; in Grecia persone provenienti da Siria, Afghanistan, Pakistan e Iraq. Di primo acchito, sembrerebbe per le nazionalità elencate, che i migranti in arrivo in Italia (a parte i siriani in fuga dalla guerra e gli eritrei minacciati dalla coscrizione obbligatoria a vita) originari dell’Africa sub-sahariana occidentale, non provengano da contesti “a rischio” – nonostante la norma, comunque, dice che le richieste d’asilo vanno valutate caso per caso, indipendentemente dalla nazionalità del richiedente – ma sarebbero, invece, mossi dalla volontà di migliorare le condizioni di vita proprie e della propria famiglia. Questo significa che gli Stati dell’Africa sub-sahariana sono da considerare Paesi stabili e sicuri? Che provenendo da quel paese un migrante non possa essere in alcun modo “migrante forzato” e che la sua è una migrazione basata sulla libera scelta?

Purtroppo, guerre civili, persecuzioni e violenze generalizzate (solo per fare un esempio, quelle di Boko  haram in Nigeria) esistono anche nei Paesi dell’Africa occidentale. Forse la distinzione tra migrazione forzata e migrazione volontaria non è così netta ed esistono zone grigie.

Per il nostro sistema normativo e per le nostre categorie di lettura e incasellamento le persone migrano per un’unica ragione, sia essa il lavoro, lo studio, il ricongiungimento familiare o la protezione internazionale, è così? Come considero la scelta di una persona che migra perché ha affrontato una situazione di estrema povertà e crisi, volontaria o obbligata? È un migrante economico da rimpatriare?

C’è un equilibrio oggi tra i doveri di protezione e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone – che migrano – con le esigenze di controllo dei nostri confini? C’è un equilibrio tra quello che il sistema normativo prevede con specifici diritti e limiti ad essi e quello che nella realtà succede?

  1. fugge dal suo villaggio per evitare di essere perseguitata, come è capitato ai suoi genitori, da Boko haram e finisce ad essere costretta alla prostituzione in Italia, tra violenze, minacce, arresti e una totale assenza di informazioni circa i suoi diritti. A. etiope, ha dovuto lasciare il proprio paese in seguito a minacce di morte per il suo lavoro di giornalista. Arrivato in Italia cade nel sistema dello sfruttamento e del caporalato, lavorando nei campi in condizioni disumane per pochi spiccioli al giorno, sopportando ogni tipo di abuso.

Abbiamo prodotto una serie di antinomie, volontario contro forzato, migrazione contro asilo, controllo contro protezione e una varietà di categorie di migranti che si escludono a vicenda che ci orientano per semplificare a distinguere in maniera netta tra rifugiati da accogliere e migranti irregolari da rimpatriare. Peccato che tutto ci dice che non è cosi semplice, lo abbiamo visto sia per le motivazioni alla partenza sia per chi ottenuto il riconoscimento di un suo diritto non viene affatto tutelato e, per esempio, si ritrova pur se riconosciuto rifugiato nelle mani di sfruttatori che lo costringono ad attività che hanno il solo scopo di ricavare denaro attraverso cui riscattare la propria libertà.

Vulnerabilità e diritti. Potere e frontiere. Mancanza di accesso a possibilità e risorse e speranza di accedervi altrove.

E se mi chiedessi perché tutto questo può accadere? Anche questa è questione complessa.

Come fa notare A. Dal Lago, se i confini rappresentano l’apparenza che le relazioni tra stati assumono sulla scena globale, “(…) le frontiere economiche, sociali e mediali contano oggi ben più delle linee tracciate, spesso, arbitrariamente, sulle carte geo-politiche […] e i fronti, sia nel caso di conflitti aperti, sia e soprattutto nel caso di quelli nascosti e segreti, non conoscono frontiere e confini“.

La globalizzazione ha realizzato un’omogeneizzazione materiale e simbolica senza badare troppo agli effetti che ne sarebbero risultati: il traffico e lo sfruttamento di esseri umani rappresentano uno di questi effetti perversi. I cartelloni pubblicitari, i volti di benessere, i programmi televisivi, il rappresentarsi come un’isola felice, sono i fattori propulsivi e attrattivi che conducono alla scelta di migrare e la “rete globale” finisce paradossalmente, per permettere allo sfruttamento di esseri umani e al traffico di realizzarsi con le sue connessioni e interdipendenze.

Mobilità e integrazione di pochi contro paralisi ed esclusione, immensi benefici per ristrette élites, peggioramento radicale del processo di impoverimento di molti individui. Aumento della disponibilità di potenziali schiavi accompagnato da un aumento notevole della quantità di profitto che si può ricavare. Distinzione tra “vittime innocenti” e “vittime colpevoli”, tra la dignità e i diritti riconosciuti ad ogni essere umano dalle Convenzioni Internazionali e dalle Costituzioni di molti paesi (come il diritto alla libertà personale, all’integrità fisica, alla libertà di movimento e a non subire trattamenti umani degradanti) ai processi di clandestinizzazione e agli aspetti repressivi.

Non è una questione di controllo, confini, categorie, come si vede. È una questione di interdipendenza, è una questione di diritti. Non è una questione di numeri e provenienze geografiche è una questione di storie, di volti di persone in carne ed ossa. È una questione di categorie per chi riesce a vedere e inserire gli esseri umani nelle serie A o B…

Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo:

Articolo 13

  1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
  2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

 

*Pasqua De Candia è referente Territorio delle attività del CISS.

pubblicato sulla rivista mensile “Una missione a partire dalla Città”, Laici Comboniani di Palermo, marzo 2016 (https://issuu.com/laicicombonianipalermo/docs/marzo_2016)